Nicola Pondrano, ex dipendente Eternit e co-fondatore di AFeVA
Evasia Sancio: La trasmissione di Report del 4 gennaio scorso ha rivelato una vasta rete di spionaggio, che coinvolgerebbe figure come Epstein e presunti agenti del Mossad, mirata a influenzare il processo Eternit. Qual è la tua reazione emotiva e soprattutto qual è l’impatto strategico che questa “guerra segreta” può aver avuto sull’esito giudiziario, in particolare sulla controversa sentenza di Cassazione del 2014 che portò alla prescrizione del reato di disastro ambientale?
Nicola Pondrano: Devo andare necessariamente con la memoria ai momenti che ho vissuto, alla mia storia. Io sono un ex operaio Eternit quindi, quindi ho dedicato un pezzo della mia vita per seguire la strada della giustizia. Quando nel novembre del 2014 ci fu la prescrizione del reato con quella sentenza, io definii quel fatto come inquietante. In questi giorni è chiaro che dopo la trasmissione di Report, con ciò che ne è uscito, non posso che ribadire il mio giudizio di allora. Oggi aggiungo che mi sono sentito amareggiato, direi deluso, quasi smarrito perché davvero si resta non dico sorpresi, perché di nefandezze è pieno il mondo, ma increduli del fatto che si possa arrivare a tanto. Noi negli ultimi tempi parlavamo anche di giustizia riparativa, di lotta contro la malattia, pensavamo che questo imputato si potesse dedicare a cose più nobili. Scoprire che c’è stato non un dossieraggio, ma un’operazione di ampio respiro è cosa pesante. Quando vengono fuori quei dati si capisce che derivano da files collegati alla vicenda di una persona (Epstein, N.d.I.) al centro di uno scandalo, che possiamo definire internazionale con dei risvolti molto controversi. La stessa morte (di Epstein, N.d.I.) testimonia che molto probabilmente c’erano delle problematiche veramente preoccupanti che caratterizzavano il personaggio trovato cadavere dopo un mese di detenzione. Il fatto che in alcuni files sia apparsa una relazione fra il multimiliardario e agenti del Mossad, ci tengo a precisare da questo punto di vista che la responsabilità rimane personale e non è estendibile con torsioni politiche, indica due nodi problematici. In primo luogo se l’imputato svizzero venisse ritenuto colpevole si porrebbe un problema legato alla latitanza, perché sicuramente con una condanna in primo e in secondo grado confermata scatterebbe un mandato di cattura internazionale. Non dimentichiamo quindi che qualche problemino il signor Schmidheiny lo avrebbe. In secondo luogo due è chiaro che si sono messo in campo delle strategie per modificare quello che poteva essere l’esito giudiziario. Non pensiamo subito alla cosa peggiore, io ho ancora fiducia nella magistratura, però mi rendo conto che quando il pressing diventa lobbistico e quando infiltra le istituzioni, la politica e magari anche il potere giudiziario allora c’è veramente da rabbrividire, da preoccuparsi. All’azione si è legato una sorta di slogan teso a far intender che se non ci fosse stata assoluzione nessun imprenditore avrebbe voluto investire nel nostro Paese. Un vecchio slogan per me che ho fatto nella vita il sindacalista e ne ho viste molte. Intendiamoci bene: stiamo parlando di migliaia di persone morte, di lavoratori morti a causa del lavoro! Per riassumere pare evidente che c’è stata una strategia e d’altronde strategie simili sono un po’ la filosofia di quel gruppo imprenditoriale. Mi spiace dirlo, ma il tempo l’ha dimostrato. Se vado indietro di cinquant’anni, nel 1978, ricordo che in busta paga venne messo un volantino di un colore tra il giallo e il verdino. Diceva ai lavoratori che l’amianto era cancerogeno, certo, ma quelli dovevano sapere che il fumo di sigarette era ancora più nocivo e poteva portare alla morte. Voi capite quale mistificazione delle verità veniva perpetrata? Ecco quale era lo stile a cui ricondurre tutto e proporre la negazione di alcune evidenze, per non proporre politiche vere e reali di prevenzione. Hanno mantenuto questo modo di essere e si tratterà di vedere quanta penetrazione presso le nostre istituzioni, nel potere giudiziario sono stati in grado di costruire. Mi auguro che si vada fino in fondo, per capire quello che è avvenuto.
E.S.: A essere al soldo di questo responsabile di morte e gravissimo inquinamento ambientale era anche una giornalista considerata amica. Non siamo di fronte a una storia da romanzo giallo, ma a una vicenda vera di cui sono noti i contorni generali. Vuoi riprenderla per farci capire di che cosa si trattò nei fatti?
N.P.: Tutto questo si collega a quanto ho detto poc’anzi relativamente a una filosofia aziendale, a un preciso comportamento. Oramai, mettendo proprio questi mattoncini uno sull’altro, ci si accorge che è proprio un problema di stile, di strategie. Certamente azioni di spionaggio sono state accertate nelle fasi processuali. Ribadisco questo concetto: accertate nelle fasi processuali, in grado di dimostrare che eravamo attenzionati quasi quotidianamente da una giornalista locale. Questa riportava al suo committente (Schmidheiny, N.d.I.) le nostre strategie, le nostre discussioni su come far emergere quello che stava avvenendo a Casale Monferrato, ma non solo lì. L’unica nostra finalità era quella di creare una forza sufficiente per chiedere giustizia facendo emergere fatti. Faccio un esempio. Tra le mille cose che abbiamo pensato ci fu quella di mettere in piedi un movimento che andasse al di là dei confini nazionali. Ci siamo mossi per esempio con i francesi di ANDEVA (Association National de Dèfense des Victimes de l’Amiante et autres maladies professionelles, N.d.I.) al fine di costruire un movimento importante, un movimento europeo per modificare la legislazione continentale. Andiamo addirittura agli anni ‘70/’80, al lavoro per far nascere una legge che mettesse al bando l’amianto in Italia. Siamo stati dei precursori da questo punto di vista con la legge 257 nel ’92. La presenza che noi consideravamo amichevole, quella di questa giornalista assidua frequentatrice della Camera del Lavoro si è rivelata tutt’altra cosa. Non dimentichiamo che AFeVA (Associazione dei Familiari e delle Vittime dell’Amianto di Casale Monferrato, N.d.I.) nasce da una costola della Cgil, grazie all’intuizione mia e di Bruno Pesce. Valutammo di costruire qualcosa di più “laico” rispetto alla secca identificazione nella nostra organizzazione sindacale in cui molta gente avrebbe magari avuto difficoltà a riconoscersi direttamente. La stessa figura di Romana (Romana Blasotti Pavesi, presidente di AFeVA sino al 2015, N.d.I.) era una figura al di sopra delle parti e consentì alla AFeVA di integrare sempre più figure. Vale infatti la pena di ricordare che prima venne un’altra associazione che avevo fatto nascere all’inizio degli anni ’80: l’AFLED che era l’associazione dei Familiari dei Lavoratori Eternit Deceduti. Con AFeVA avevamo finalmente un contenitore che andava più in là, perché ci eravamo accorti che a morire non erano solo i lavoratori, ma anche i cittadini; vittime professionali ma anche ambientali, quindi. la figura di Cristina (Cristina Bruno, N.d.I.), la chiamo ancora così, era diventata quasi una figura amichevole. La sua presenza presso di me, che all’epoca dirigevo il patronato della Cgil, era quotidiana. Lo confermano dei colleghi che lavoravano al mio fianco. Arrivava sorridendo, chiedeva: – allora cosa avete pensato? Quali sono le vostre elaborazioni? Cosa farete? Cosa mettete in campo? Erano gli anni dove noi promuovevamo un sacco di cos, penso al grande convegno del 18 maggio dell’84 con 200 partecipanti da tutta Italia, dove dicemmo che le polveri non erano solo dentro allo stabilimento ma avevano colpito il territorio e per questo stavano morendo i cittadini. Noi abbiamo avuto il coraggio di mettere in discussione la presenza di quell’azienda, perché volevamo, ecco un passaggio importante, farla chiudere. Abbiamo creato una consapevolezza tra i lavoratori e anche questa è stata una bellissima pagina, anche sindacale. Quando il 6 giugno dell’86 Eternit chiude i lavoratori sono con noi, consci che andavamo a salvare le loro vite e le vite dei loro familiari. Ecco, Cristina è stata testimone di tutti questi passaggi, ma non è stata una che ha fatto cronaca, lei ha “scavato” dentro di noi e alla fine si è scoperto poi che era libro paga di una agenzia dietro cui c’era un committente, cioè l’azienda che faceva capo a Schmidheiny. Sono trascorsi vent’anni così, dove molte volte si diceva pure qualcosa anche sul piano confidenziale. Si parlava di un programma, una manifestazione, un evento, una programmazione, oppure di una manifestazione come quella a Ginevra davanti alla sede dell’OMS per mettere al bando l’amianto a livello mondiale. Tutto ciò che veniva elaborato lei lo riportava alla controparte e nel file processuale son venuti fuori tutti gli importi con cui questa giornalista freelance era anche ben retribuita.
E.S.: Tu sei testimone storico della lotta all’amianto avendo lavorato in Eternit e co-fondato AFEVA. Di fronte a queste recenti, sconcertanti, rivelazioni che svelano un sistema di potere internazionale, di cui abbiamo appena parlato, ti senti più vicino alla vittoria finale della giustizia o temi che l’influenza di queste lobby possa continuare a ostacolare la verità per le vittime di Casale Monferrato?
N.P.: In primo luogo mi sta a cuore ribadire un concetto: siamo di fronte a un problema che non riguarda solo di Casale Monferrato. Il taglio di Report ha evidenziato un processo riguardante esclusivamente Casale Monferrato, quello per cui ci sarà la sentenza di Cassazione, auguriamoci prestissimo. Ci fu un altro processo però per disastro doloso, che riguardava 6000 parti costituite dei grandi stabilimenti della Eternit in Italia. Un problema nazionale, quindi, con Casale Monferrato accanto a Bagnoli, Napoli, Reggio Emilia, Cavagnolo in provincia di Torino, cioè tutti gli stabilimenti esistenti. Mi verrebbe da dire che riguardava, in senso lato, tutta la questione dell’amianto in Italia. Sono stato in tutte le fasi processuali in virtù del ruolo sindacale che ricoprivo all’interno di quell’azienda. Sono stato il principale teste dell’accusa in questi processi. Le mie deposizioni sono durate ore, ore e ore comprendendo anche i contro esami da parte della difesa dell’imputato. Il mio compito fu quello di ricostruire fasi lavorative e storiche, che avvenivano in quella fabbrica. Credo i problemi in ogni caso vadano affrontati, proprio perché aleggia questa “macchia nera” su di noi, che veramente fa paura. Intanto la permanenza della prescrizione nell’ordinamento giuridico ancora oggi non trova sensibilità nella politica. E’ la politica che muove la legislazione e dovrebbe muovere il legislatore, ma invece nicchia al riguardo. E’ la politica che non dà input. Pensiamo al caso casalese, alla sua storia, con una prescrizione fatta partire dall’atto della chiusura dello stabilimento. Era il 6 giugno dell’ ‘86 quando i proprietari sono letteralmente fuggiti, lasciando uno stabilimento alla mercé di chi voleva entrare, portarsi a casa una sedia o qualcosa che poteva interessare; vetri, portoni sfondati, si poteva fare quello che si voleva all’interno dove giacevano tonnellate di amianto sfuso da tutte le parti. Far partire la prescrizione dalla data della chiusura di una fabbrica che è stata poi bonificata 15 anni dopo, con aspetti ancora oggi in itinere, è qualcosa che dovrebbe interrogare seriamente. Ecco l’amarezza che ci portiamo dietro, un senso di vuoto. Morivano 70 persone all’anno 15 anni fa, ne muoiono 40/45 oggi. C’è dunque la necessità di fare qualcosa e credo che la politica su un tema così delicato, pensando proprio alle migliaia di morti causate dall’amianto in Italia, non debba dividersi, ma pronunciarsi unitariamente. Dico che servirebbe una commissione d’inchiesta dedicata a questa vicenda, anche se un po’ mi viene da sorridere sapendo che fine fanno le commissioni d’inchiesta nel nostro Paese. Qui si parla di una tragedia immane. Oggi stanno morendo molte persone che accusano una malattia causata dall’amianto senza aver lavorato in Eternit. Non dimentichiamo allora che sono cittadini vittime innocenti. L’ultimo caso di cui ha parlato anche Report ha l’età di mia figlia nata nel 1974. Sono persone che hanno vissuto la stagione della Eternit con proprietà Svizzera, quindi non ci sono retroscena. Non si può dire la colpa era del barone belga (Louis De Cartier De Marchienne, deceduto nel 2013 N.d.I. ) di chi c’era prima dunque. Sono, questi, casi ascrivibili alla condotta criminosa che c’è stata negli anni della proprietà Schmidheiny. Penso, per esempio, alla frantumazione a cielo aperto dei residui di lavorazione che poi venivano immessi in un mulino. Detto questo, io penso che dobbiamo ribadire l’importanza di ciò che dice il professor Riverditi, docente di diritto penale all’università di Torino. Egli facendo una sua riflessione ha detto una cosa importante che condivido e la menziono parola per parola: – ogni volta che si discute di ciò che potrebbe esserci stato dietro un processo provo un dispiacere. E’ un mondo in cui credo e per cui il lavoro con passione. Ho fiducia nella magistratura. Anche quando sembra in difficoltà, la giustizia resta un faro a cui guardare. Mi associo a questo concetto, perché deve essere così.