✍ Editoriali

L’illusione del frontismo elettorale non serve a battere le destre

Leggo di Matteo Renzi che invita Schlein a marciare separati per “colpire uniti”. Leggo di grandi manovre, esaltate anche dalla “sinistra” Pd, volte a creare una forza centrista disposta ad allearsi con un Pd diventato più di “sinistra”, dopo la confluenza della sua parte “riformista” in quella forza centrista. Leggo della necessità di sganciare una parte dei moderati dalla Destra per portarli ad un’alleanza con il Pd “di sinistra”, il Movimento 5 stelle e Avs.

Mi domando. Ma davvero siamo ancora a questo punto?

Ha ancora senso per qualcuno che si consideri di Sinistra pensare che la sola formula salvifica è battere la Destre e poi trovarsi a governare –  in un momento in cui sono necessarie scelte decisive, vista la fine di un’era, con una crisi globale così profonda in termini militari, ambientali, sociale, economici e finanziari – con una maggioranza che è una somma algebrica che va dai neoliberisti filoisrealiani, convintamente ostili ad ogni multipolarismo, favorevoli alla centralità del capitale sul lavoro e alle privatizzazioni, contrari a qualsiasi aumento del carico fiscale fino ad un progressismo che sostiene la necessità del cambiamento delle politiche climatiche, che è favorevole alla patrimoniale, al salario minimo, che contesta Israele e critica gli Stati Uniti? 

Mi sembra la più grande operazione di “cattura” da parte di forze ormai socialmente sempre meno decisive di un elettorato a cui viene tolta, in nome della necessità di una inconcludente vittoria, la possibilità di dar corpo, finalmente, a una Sinistra vera dove pace, ambiente e lotta alle disuguaglianze non sono slogan da mediare costantemente.
Anche i risultati delle amministrative inglesi confermano l’avanzata delle Destre che sta diventando un tratto dominante delle elezioni in giro per l’Europa. Ora, di fronte a questi dati, la soluzione proposta dalle “Sinistre progressiste” è quella di coltivare l’idea della necessità di un “Fronte democratico” contro i nuovi fascismi. Si tratta di una posizione rispettabile ma che, a mio parere, finirà per rafforzare ancora di più le Destre per almeno tre ragioni.

La prima. Esiste ormai un dubbio forte di cosa significhi essere democratici. Troppe di queste forze progressiste hanno condiviso modelli di politica economia, di politica sociale e di politica internazionale dove gli elementi fondanti della democrazia sostanziale sono stati rimossi o largamente attenuati.
Appellarsi antifascisti non basta per essere considerati realmente democratici da vastissimi settori delle popolazioni impoverite, emarginate, isolate.
La seconda. La radicalità dell’avversione alle Destre non è sufficiente a sostituire l’assenza di programmi radicali che abbandonino definitivamente il modello neoliberale dove  la libertà è declinata nella forma dell’esplicitazione di una concorrenza destinata a divenire monopolio a vantaggio di élite socialmente sempre più ristrette. Il radicalismo deve avere caratteri sociali, economici e politici chiari, centrati sulla lotta dura alle disuguaglianze, giuridiche e sostanziali, sul riconoscimento della pace come tratto costitutivo e su una visione ambientale che sia realmente giusta e collettiva.
La terza. Il Frontismo allargato a tal punto da non avere una identità definita rende impossibile il qualificarsi di un senso di apparenza che mobiliti chi non vota perché sente più forte il messaggio antisistema dell’astensione rispetto a parole d’ordine costantemente sfumate e contraddette all’interno di quello stesso Frontismo in nome della ricerca di un consenso necessariamente troppo anonimo, al di là, appunto, dell’appello antifascista. La natura radicale delle Destre si batte solo con una radicalità realmente democratica e non con i compromessi perennemente elettoralistici e personalistici.

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