Editoriali

Votiamo NO a una Magistratura sottomessa a governo e poteri forti

La parola a Piero Calamandrei: “Nella preparazione della Costituzione, il governo non deve avere alcuna ingerenza…” […] “Nel campo del potere costituente il governo non può avere alcuna iniziativa, neanche preparatoria”. […] “Quando l’Assemblea discuterà pubblicamente la nuova Costituzione, i banchi del governo dovranno essere vuoti”. Oggi nei banchi del governo siedono addirittura coloro che hanno scritto la riforma costituzionale, così come accadde con la riforma del governo Berlusconi 2, bocciata dai cittadini e dalle cittadine nel 2006; così come con la riforma Renzi-Boschi, bocciata nel 2016. Nessuno grida allo scandalo, nessuno trova disdicevole una situazione così antitetica rispetto alla nostra tradizione repubblicana, relativamente giovane, ma fondata su principi saldissimi. Siamo ancora davvero una democrazia costituzionale?  

Due precisazioni: parlando della riforma della magistratura, non stiamo trattando solo di una materia tecnica. Guai ad affrontare l’appuntamento referendario con questa convinzione e con questo spirito: si mancherebbe di cogliere il senso profondo (e profondamente negativo, connesso con la nostra vita quotidiana) che un’eventuale vittoria del SI’ comporterebbe. Non sottovalutatela, non relegatela all’ambito di ciò che riguarda solo “gli esperti”. Si tratta di tutti/e noi, si tratta della Repubblica – questa parola sostituita intenzionalmente dagli pseudo-valori della Patria – e del suo funzionamento per garantire l’interesse generale, l’uguaglianza, la democrazia. L’ordine giudiziario deve essere autonomo e indipendente dagli altri poteri dello Stato. Tale indipendenza è essenziale per pervenire ad una giustizia imparziale, in grado di verificare e assicurare che a tutti/e siano garantiti i diritti, anche contro decisioni del potere, sia esso esecutivo sia esso legislativo. E poi: la riforma non prevede la soluzione ai problemi che assillano il nostro Paese da tempo immemorabile, primo tra tutti la lunghezza dei processi; né tantomeno arginerà gli episodi di cosiddetta “malagiustizia”; paradossalmente, quest’ultimo aspetto potrebbe persino peggiorare. Guardatevi da chi afferma il contrario, come in tantissimi/e sostenitori del SI’ hanno fatto nel corso di questa terribile campagna referendaria.

Ed ora un appello: qualsiasi cosa dobbiate fare, anche la più importante, domenica o lunedì trovate un momento per affermare la nostra dignità repubblicana, attraverso una intransigente difesa della Costituzione del ’48, per l’ennesima volta sottoposta ad una consistente manomissione; come sempre, maldestra, becera, secondo alcuni impraticabile, certamente incurante della tutela dei principi sui quali la Carta ha fondato la sua identità. Non si tratta di una rivendicazione passatista o conservatrice; al contrario, della richiesta di impossessarci nuovamente dello spirito che la anima, per ribadirlo più forte, in maniera più convinta, contro coloro che – per tradizione, cultura, identità – vedono in essa soltanto un intralcio da neutralizzare. Difendiamo la separazione dei poteri, strumento dell’interesse generale: si depotenzia la magistratura con l’obiettivo di ridurre fortemente il controllo di legalità rispetto al quale il potere Esecutivo è particolarmente insofferente. I fautori del SI hanno sciorinato certezze, snocciolato dichiarazioni, evocato precedenti: la riforma, secondo loro necessaria, pone la magistratura al passo con le grandi democrazie; oltre a scongiurare la libera circolazione di stupratori, pedofili, extra-comunitari (posti rigorosamente sullo stesso piano). Ciò che, invece, risulta chiaro è che – se passasse la de-forma della magistratura – il nostro Paese rappresenterebbe un unicum da vari punti di vista; un unicum in negativo, dal momento che l’operazione rappresenterebbe un vantaggio solo per la casta (frutto di leggi elettorali vergognose e di liste bloccate dal clientelismo e dall’amichettismo) e un detrimento assoluto per cittadine e cittadini. I 14 minuti di soliloquio della presidente del Consiglio circolati sui social, in cui la “riforma” viene spiegata a colpi di sapienti omissioni delle parti critiche (Travaglio ha scritto “o non la conosce e ci prende per scemi”), nonché il suo video tutorial “Una croce per la riforma” (io propongo, invece, che il nostro NO metta per sempre una croce sulla riforma) dimostrano tutta la considerazione che ha dei cittadini e delle cittadine di questo paese colei che solo pochi giorni fa – rispetto all’attacco di Israele e Usa all’Iran, la guerra-lampo ancora in corso – ha affermato “Né condivido né condanno”: l’amica di Trump, l’ammiratrice del genocida Netanyahu.

Noi dei Comitati per il ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti abbiamo aderito con convinzione al “No sociale,” così come al “Comitato per il NO della società civile”. L’autoritarismo che domina il mondo ha tante facce: tecnocrazie; uomini o donne soli al comando; esclusione dei popoli non solo da ogni forma di decisione, ma persino di informazione. Nel nostro Paese, in particolare, l’autoritarismo si concentra nelle 3 gambe del progetto eversivo e securitario del governo Meloni – riforma della magistratura, autonomia differenziata, premierato, nonché i loro corollari, come i decreti sicurezza – che per questo devono essere ostacolati e combattuti.

Il movimento cui abbiamo dato vita 7 anni fa ha partecipato attivamente alla campagna di sensibilizzazione contro la de-forma della magistratura. La nostra lotta per affermare la centralità dell’uguaglianza sostanziale non può che intercettare quella per l’uguaglianza formale. Ma c’è di più; abbiamo da sempre sottolineato come – dietro la Riforma del Titolo V e dietro il tentativo di concretizzare quanto previsto dal c. 3 dell’art. 116, ovvero l’autonomia differenziata – si nascondesse un intento ancor più eversivo: una sostanziale riforma istituzionale, caratterizzata dall’alleggerimento – se non dall’annullamento – della centralità del ruolo del Parlamento e della cornice della legge nazionale, per spostare la potestà legislativa esclusiva su altri soggetti – i presidenti delle Regioni (i sedicenti “governatori” e i loro assoggettati Consigli); oggi anche i sindaci, considerata la riforma dell’art. 114, voluta fortemente da Gualtieri. Determinando, di fatto, 20 e più repubblichette, ciascuna con le proprie norme e con diritti garantiti non più sulla base del principio di uguaglianza, ma del certificato di residenza; dando vita a profili di cittadinanza – e dunque a diritti – rispondenti alle possibilità economiche della regione nella quale si risiede. Fine di fatto della Repubblica “una e indivisibile”, come prescrive inequivocabilmente l’art. 5 della Carta.

Il nostro NO – di noi che lavoriamo incessantemente per la pace, ne difendiamo i valori fondativi, ne esaltiamo i percorsi e la storia – deve ribadire che l’Italia ripudia la guerra; che non vogliamo vivere in un mondo in cui pochi decidono – possono decidere – grazie al silenzio-assenso di tutti gli altri. Un no al suo carico di morte e alla disumanizzazione; alle conseguenze che paghiamo noi, lavoratori e lavoratrici e tutte le fasce più deboli della società, per sostenere il profitto di pochi; un no a un’economia guidata dall’industria bellica, che decapita da qui a chissà quando qualsiasi tentativo di investire in sanità ed istruzione, privandoci di diritti universali, ridotti a un valore prestazionale che li mortifica e li conduce irreversibilmente sotto l’egemonia del privato. Mentre noi vogliamo – qui ed ora – giustizia sociale e dignità del lavoro. Un no, insomma, che rivendica la nostra storia, la nostra identità repubblicana: un mandato che ci è stato assegnato da quanti ci hanno liberato, a prezzo della propria vita, dal nazifascismo, consegnandoci – attraverso la Costituzione del ’48 – “diritti inviolabili e doveri inderogabili”.

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L’allarme per la democrazia di Stiglitz e le scelte dissennate di UE, Meloni e Schlein

Intervenendo ieri al simposio Ue a Bruxelles Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia, a proposito dell’aumento dei prezzi dei costi energetici ha detto che ci troviamo di fronte a “uno degli peggiori eventi che si possono immaginare per la democrazia”. Ed ancora: “saranno i cittadini comuni a sostenere la maggior parte dei costi tra aumento dei prezzi del petrolio e dei beni importanti”.

Ha ragione da vendere Stiglitz, oltre un certo limite la caduta delle condizioni materiali di vita determina una rottura della coesione sociale, la perdita di senso delle istituzioni democratiche, il crollo del senso della sfera pubblica e del suo ruolo di tutela degli interessi generali, primi tra tutti le garanzie dei diritti fondamentali.

I prezzi del petrolio dall’inizio della sciagurata guerra di Usa e Israele contro l’Iran sono saliti di circa il 40%. Più o meno stessa cosa per il gas da cui dipendono i prezzi dell’elettricità. Secondo prime stime solo per le bollette di gas ed energia elettrica le spese extra per ogni famiglia sarà di 2.600 euro l’anno. A questi aumenti si devono aggiungere gli aumenti di carburanti, prodotti alimentari e altri generi di prima necessità. Senza contare le ricadute sulle attività produttive, sull’occupazione, il potere di acquisto di salari e pensioni. Un disastro di proporzioni inaudite tale da compromettere le capacità di sussistenza sociale per milioni di persone. A fronte di questa situazione gravissima c’è una intera classe politica, atlantista fino al midollo, che prosegue ostinatamente sulla strada della guerra alla Russia e di contrarietà a qualsiasi ripresa di forniture di prodotti energetici a basso costo dalla Russia stessa. Meglio rifornirci dagli Usa di Trump con costi superiori di quattro volte o avere come partner fornitore quel galantuomo saudita che risponde al nome di Mohammed bin Salman. Quando si devono prendere provvedimenti lo fanno a senso unico non certo contro lo Stato genocidiario di Israele o le sortite incendiarie di Trump.

Tra le uscite più stupide e assurde a cui abbiamo assistito in questi giorni c’è quella della segretaria del Pd Elly Schlein che intima al governo di non riaprire i canali con la Russia: “Se il governo riapre i canali con la Russia si allontana dalla Ue”. La Ue del riarmo, della guerra e delle politiche di sacrifici a senso unico, capite? La Schlein più realista del re. Ecco perché la destra invece che andare indietro avanza. Avanza perché ci sono partiti come il Pd ed esponenti come la Schlein che invece che preoccuparsi (se non a parole) sul piano interno di difendere le condizioni di vita delle fasce sociali più deboli e di intraprendere all’esterno vie diplomatiche continuano in Italia e in Europa a fare proclami bellicosi e a perorare la corsa al riarmo.

Si, come dice Stiglitz, con l’aumento fuori misura dei costi di vita si sta determinando una situazione di grande rischiosità per la tenuta di quel poco che rimane di democrazia. Non c’è tenuta delle libertà democratiche se non c’è tenuta dei diritti fondamentali, del benessere collettivo, del senso di appartenenza a una comunità di eguali nei diritti. Qui si sta andando in direzione esattamente contraria. Combattiamo contro chi ci sta portando in questa situazione di disastro sociale e di sfacelo democratico. Per un’alternativa di pace, di giustizia serve costruire un’alternativa politica al fanatismo e alla stupidità delle forze della guerra, del riarmo e della crisi sociale che stanno provocando disastri di ogni genere.

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