Accordisti di guerra
Ieri, in simultanea, il parlamento italiano e quello europeo hanno sfornato nuovi aiuti in armi – una montagna di soldi sottratti al Welfare – per la guerra in Ucraina. Lo hanno fatto con maggioranze variabili in cui si sono ritrovate le forze che sostengono il governo Meloni, il Pd della Schlein e della Picerno col corollario delle forze centriste. Come se non bastasse in sede europea è stato detto anche che bisogna puntare a un ingresso accelerato nella Ue dell’Ucraina, ovvero di un paese in guerra, con tutti i rischi di un coinvolgimento diretto e di un allargamento del conflitto in corso. “Una necessità geopolitica” ha affermato la Von der Leyen, fautrice della trasformazione della Ue in un “porcospino d’acciaio”. Ancora una volta abbiamo avuto dimostrazione dell’ottusità di una intera classe dirigente, all’apparenza divisa tra progressisti e reazionari ma, salvo poche eccezioni, concorde sul presupposto del predominio occidentale.
Se questo è il quadro bisogna smetterla una volta per tutte di continuare a dare credibilità a una classe dirigente screditata, decrepita che è al servizio delle èlites economiche, sia essa di destra o di centrosinistra. Le politiche di questa classe dopo aver prodotto diseguaglianze, paure e aspettative al ribasso ci stanno portando dritti e filati ad una escalation militare sotto le mentite spoglie della difesa dei “valori” occidentali o addirittura dell’Occidente in sé come valore. Sia detto, valori sempre più in disfacimento, foglia di fico di un sistema che vive di predazione e sfruttamento.
Ecco, rispetto a questo quadro che sancisce una volta in più il ritorno della guerra, del riarmo e dell’austerità non si può far finta che non esista uno spartiacque politico in base al quale ognuno debba decidere da che parte stare. Occorre scegliere. Lo spazio per furbizie, doppiezze, opportunismi di vario genere, da tempo è scaduto. Non si può scindere il piano della lotta sociale per la pace, per la giustizia dal piano della lotta politica contro lo Stato-guerra. L’opposizione alla guerra, per essere efficace, deve tradursi in prassi sociale e politica. Deve andare nel senso di organizzare, mettere insieme forze, costruire una soggettività sociale e politica in alternativa al sistema della guerra. E’ in questa direzione che bisogna lavorare. Non si tratta solo di una scelta di campo che guarda alla gran massa di persone esposte alla crisi, contrarie alla guerra, sempre più insofferenti nei confronti di élites predatorie ma di una straordinaria possibilità, quella di trasformare la crisi di sistema che stiamo vivendo in una vera sfida di cambiamento.