✍ Editoriali
Il voto in Sassonia. Una lezione per l’Italia
Tutti sotto shock per il risultato della Sassonia Anhait che ha dato una straripante vittoria a un partito di estrema destra in un Land della Germania dell’Est. Il 44,5% dei voti raggiunti dall’Afd , un partito con componenti interne che non disdegnano simpatie col neonazismo, sono una enormità. È la prima volta che accade dal 1945 ad oggi. Quello che subito mi è venuto in mente a fronte di questo risultato è il vecchio detto “chi semina vento raccoglie tempesta”.
Un amico tedesco mi diceva che fino a cinque anni fa la società tedesca era nel suo profondo intrinsecamente refrattaria alle uniformi, alle armi, alla forza bellica. Dopo decenni di rimozione della guerra dal proprio orizzonte politico e simbolico oggi siamo al rovesciamento di questo stato di cose: la retorica bellicista e l’odio contro la Russia la fanno da padrone, impregnano tutte le discussioni pubbliche, pervadono tutti i talk show tedeschi. Tutto l’apparato mediatico propagandistico è proteso a giustificare il mastodontico piano di riarmo approntato dal governo Merz. Un piano che tenta di volgere il rovinoso declino della produzione di auto in un boom nel settore militare: il bilancio della difesa raggiungerà 160 miliardi di euro nel 2026, più del triplo dei fondi stanziati due anni fa. Oltre alle ricadute negative sotto il profilo materiale per l’adozione di politiche antisociali di rigore questo piano ha ricadute nefaste sul piano psicologico e culturale nei termini di una rottura della coesione sociale, di una sfiducia nella sfera pubblica, di un discredito della politica che ha perso qualsiasi parvenza di tutela degli interessi generali. Queste tendenze sono soprattutto presenti nella Germania Est che vive il risentimento di una unificazione nazionale che non ha cancellato le differenze di status economico e sociale. Queste tendenze e ricadute sono il terreno di coltura dei sentimenti di paura, di ripulsa, di aggressività, in breve della crescita dell’onda nera.
Il fatto drammatico non è costituito solo dalle politiche del governo Merz ma dal posizionamento di una intera classe politica ad esclusione della Linke e poco altro. Da parte dei conservatori, socialdemocratici e neonazionalisti esiste un consenso di fondo per “un’economia di guerra” come progetto nazionale e di rilancio industriale. Un progetto orripilante che al di là di non produrre nessun ritorno economico è causa della messa ai margini e dell’impoverimento sociale di una grossa fetta della popolazione.
A fronte del risultato della Afd le grida di allarme per un’emergenza democratica, la disapprovazione etico morale di un voto di per sé non spiegano e non servono a nulla. Non servono a sottrarre le persone dalle grinfie dei demagoghi. Men che mai serve fare una alleanza con forze centriste e anche cosiddette progressiste che si candidano a governare l’esistente, che hanno perso ogni autonomia strategica nei confronti della politica di potenza. L’ascesa dei partiti di destra e di estrema destra è in larga misura il risultato della loro disponibilità a portare avanti politiche economiche liberiste, ora anche di riarmo e di guerra devastanti. Questo, in tutta evidenza, vale per la Germania così come per l’Italia. Stando così le cose per fermare la destra occorre una nuova alleanza tra popolo e politica. Nella storia politica di questi decenni non c’è tragedia più grande della rottura di questa alleanza. Da qui l’urgenza di costruire una alternativa di pace e di giustizia sociale che risponda ai bisogni delle classi popolari: sanità, salari, pensioni, casa, scuola. Non c’è altra strada per sconfiggere la destra. Questa strada torna come possibilità concreta, come attualità. Percorriamola prima che sia troppo tardi.