✍ Editoriali
Imbecilli di Stato
L’Italia e l’Europa sono sempre più sull’orlo di un possibile crac economico causato da guerre, riarmo, rincari violenti dei costi energetici, innalzamento dei dazi commerciali che si ripercuotono su tutto il sistema produttivo e sui prezzi al consumo. E cosa fanno le classi dirigenti e di governo di fronte a questa situazione? Non perdono occasione per soffiare sui venti di guerra.
A detta del governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta che non lesina nella sua relazione annuale le solite ricette rigoriste per far fronte alla crisi – contenimento dei salari, rigore nei conti pubblici, liberare capitali per lo sviluppo – condite da una spruzzata di nucleare e di intelligenza artificiale, lo scenario macroeconomico appare compromesso anche nell’ipotesi di una rapida risoluzione del conflitto in Iran e Medioriente e dalla riapertura dello Stretto di Hormuz. Senza contare le ricadute negative su questo scenario della guerra in Ucraina che ci ha portato a recidere in maniera autolesionista le forniture energetiche a buon mercato dalla Russia e a preparare il terreno per una dipendenza gravosa dagli interessi strategici ed economici statunitensi.
Sempre secondo il governatore della Banca d’Italia la guerra oltre a sottrarre complessivamente un punto percentuale alla crescita nel biennio 2026 2027, potrebbe portare il tasso di inflazione a una percentuale superiore al 6% con fiammate di prezzi tali da creare grandi difficoltà a milioni di famiglie. Eppure a fronte di questa situazione di deterioramento del quadro economico e sociale vi è un’assenza assoluta di ruolo e di iniziativa dell’Italia e dell’Europa per fermare la guerra. Non solo per quanto riguarda la guerra condotta in Medioriente o in altri parti del mondo ma per quella che è in atto nel cuore dell’Europa al fine di allargare la Nato verso Est. Anzi, su questa, si continua a soffiare sul fuoco. Per i tanti imbecilli di stato ogni pretesto è buono per gridare alla minaccia russa. Basti pensare alle grida isteriche, al coro di guerra di questi giorni circa il drone russo sviato dalla difesa aerea ucraina mentre nulla si dice sui paesi baltici, paesi Ue, che offrono segretamente il proprio spazio aereo per gli attacchi alla Russia. Questo sì un fatto gravissimo. Siamo in tutta evidenza in presenza di una distorsione della realtà. L’obiettivo è quello di dare fiato alla corsa forsennata al riarmo come risposta estrema a una economia europea in grandissima difficoltà.
Quello che si sta perseguendo è una sorta di keynesismo militare. I governi e le classi dirigenti nella loro incapacità bipartisan di aumentare gli standard di vita, di invertire le disuguaglianze sociali sostengono la necessità di aumentare la spesa pubblica non per i servizi sociali o per rilanciare la produzione di beni socialmente utili ma per armamenti improduttivi e per progettare la guerra. L’unico risultato di questa politica scellerata è di annientare ogni idea di uguaglianza, di svuotare di senso i proclami democratici, di fomentare i movimenti di destra. E’ alquanto ridicolo pensare di fermare questa deriva pericolosa con l’alchimia politica, col cosiddetto campo largo, un campo privo di qualsiasi attrattiva nei confronti dei settori popolari colpiti dalla crisi e dalla guerra. Stando lì dentro, questo vale anche per chi ha posizioni di principio contro la crisi e la guerra, non c’è alcuna possibilità di risposta. Le potenzialità di risposta stanno fuori, nell’apertura di un processo di organizzazione in grado di connettere e di dare voce a chi oggi lotta contro la guerra, il riarmo, il razzismo, la precarietà, lo sfruttamento, la distruzione ambientale. Una potenzialità per l’appunto, non un fatto già compiuto. Ma da qui si deve ripartire.
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