Editoriali

Stellantis verso la chiusura. Contro le dismissioni industriali serve una nuova stagione di lotte

Stellantis crolla in borsa bruciando un quarto della sua capitalizzazione e accusando oneri straordinari per 22 miliardi una perdita di oltre19 miliardi nel 2025.

Le responsabilità del disastro vengono scaricate sul precedente amministratore delegato, reo a detta del suo successore, Filosa, di aver puntato troppo sull’elettrico, di aver minato la capacità industriale e di innovare del gruppo tagliando costi in modo eccessivo e licenziando troppi ingegneri. Tutto ciò al fine di macinare utili e nel contempo compiacere gli azionisti distribuendo dividendi a man bassa: 16 miliardi tra il 2020 e il 2023.
A parte la questione dell’elettrico, la fotografia conferma quanto diciamo da anni a proposito della logica speculativa con cui la classe dirigente Stellantis, a partire dal suo presidente, ultimo rampollo della stirpe che ha avviato la fine dell’auto in Italia, ha diretto la società.

La medicina per Filosa, il Ceo succeduto a Tavares, consiste nel potenziare gli investimenti negli USA dove Trump ha cancellato limiti e multe per le emissioni, ridurre l’impegno nell’elettrico e tagliare modelli e posti di lavoro in Europa. «Abbiamo annunciato investimenti per 13 miliardi negli Usa nei prossimi quattro anni che ci porteranno a lanciare cinque nuovi prodotti» – Ha dichiarato il nostro.

La multinazionale franco-americana si avvia dunque verso la riduzione delle produzioni in Europa scaricando le responsabilità di questa scelta sulla rigidità delle regolamentazioni e sulle norme ambientali che punirebbero l’industria europea rispetto a quella del resto del mondo.

Non sono per nulla infondate le preoccupazioni dei sindacati che Filosa possa procedere alla chiusura di altri stabilimenti in Italia dove la produzione nel 2025 è scivolata già ai minimi da 70 anni, attestandosi a meno di 380 mila autoveicoli; e dove si lavora a un terzo della capacità produttiva e la metà dei lavoratori è in cassa integrazione o usufruisce di altri ammortizzatori sociali.

A conferma di questa linea arriva a stretto giro l’annuncio dello stop alla realizzazione della gigafactory per batterie a Termoli, l’unico progetto con prospettive di futuro per l’occupazione in quel territorio, tra quelli annunciati in questi anni.

Questi fatti insieme alla nebulosità sulle strategie future per l’Europa, e per l’Italia, la cui comunicazione è rinviata a maggio, confermano l’impressione è che, senza interventi esterni, siamo all’ultimo giro di boa del percorso che porta alla fine dell’auto in Italia.
Occorrerebbero Interventi di politica industriale capaci di sopperire all’enorme miopia che ha caratterizzato e permea tuttora, in Europa e ancor più in Italia, la gestione dell’industria automobilistica tutta tesa a spremere oltre il lecito tecnologie incompatibili con l’ambiente.

Non investire sull’elettrificazione della mobilità oggi non ha solo ricadute negative in termini di riconversione ambientale, ma significa accumulare ulteriori ritardi tecnologici e di competenze e restare indietro nell’unico mercato del settore che ha un futuro.

Purtroppo, però il governo italiano non solo non mette in atto le politiche industriali che sarebbero necessarie per rilanciare questo comparto morente, ma è impegnato strenuamente nella demolizione delle norme ambientali europee richiesta a gran voce dalle case automobilistiche.

Se è vero che il governo, come quelli precedenti, è parte del problema è anche vero che manca anche a livello sociale diffuso la consapevolezza della gravità di quanto sta accadendo nel nostro Paese. La fine di Stellantis, già Fiat, è solo l’ultimo atto di un percorso di deindustrializzazione che va avanti da molti anni; e senza industria, diceva il compianto Luciano Gallino, diventa una colonia.

Allora, di fronte a un capitalismo finanziario che guarda solo ai dividendi per gli azionisti, totalmente indifferente ai destini del Paese, l’unica risposta è una nuova straordinaria stagione di lotte che unisca la difesa dei salari, dei diritti, della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e dell’occupazione di qualità con la rivendicazione di una riconversione economica e sociale dell’economia.

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Pacchetto (in)sicurezza: la guerra preventiva contro il dissenso

Un decreto e un ddl per trasformare piazze, spazi sociali e conflitto sindacale in un rischio penale. La “sicurezza” è solo la narrazione tossica che copre un progetto di controllo

Il Consiglio dei ministri ha approvato l’ennesimo pacchetto sicurezza. O meglio: l’ennesimo pacchetto (in)sicurezza. Un decreto legge da 33 articoli e un disegno di legge da 29, presentati con la solita liturgia dell’emergenza e della fermezza, come se l’Italia fosse assediata da un’ondata criminale senza precedenti. Il terzo provvedimento annunciato, quello contro i migranti, è stato rinviato solo per contrasti interni alla destra: arriverà la prossima settimana. Non perché non sia parte del disegno, ma perché anche l’autoritarismo ha bisogno dei suoi tempi tecnici.

È importante dirlo senza giri di parole: queste norme non servono a combattere la criminalità diffusa. Servono a combattere il dissenso. Servono a rendere più difficile organizzarsi, manifestare, scioperare, aggregarsi. Servono a chiudere gli spazi sociali antagonisti. Servono a intimidire le piazze prima ancora che si riempiano. Servono a prevenire le lotte future, quelle che il governo ritiene inevitabili in un Paese impoverito, precarizzato, spremuto. E servono a farlo con un corredo essenziale: più potere discrezionale alle forze dell’ordine e più impunità per chi lo esercita.

L’accelerazione impressa a questo pacchetto non nasce nel vuoto. La destra lo matura da mesi, ma lo spinge a velocità di crociera dopo la strumentalizzazione mediatica seguita al corteo nazionale di Torino, 50mila persone per Askatasuna e contro il governo Meloni. Torino non è stato un episodio. È stato un segnale. E i segnali, quando arrivano dalle piazze, in un Paese governato con la paura, vengono trattati come allarmi.

Il pacchetto sicurezza è servito, e Giorgia Meloni lo spiega immediatamente con una frase che è già un programma: «Serve un approccio più duro da parte di tutti coloro che sono coinvolti nel garantire la sicurezza dei cittadini a ogni livello». “Più duro” non significa più efficace. Significa più repressivo. Significa meno limiti. Significa meno garanzie. Significa un salto culturale: l’idea che lo Stato debba rispondere alla crisi sociale non con politiche, ma con manganelli, denunce, divieti e carcere.

E quando la premier aggiunge che «il doppiopesismo di una certa parte della magistratura rende difficile essere efficaci nella difesa della sicurezza dei cittadini», il quadro diventa ancora più limpido. Perché qui non si sta criticando un errore giudiziario. Qui si sta mandando un messaggio alla magistratura: il governo pretende che la repressione sia più rapida, più dura, più automatica. Che le leggi vengano interpretate non secondo i principi costituzionali, ma secondo la linea politica dell’esecutivo. È un modo elegante per dire una cosa semplice: la legalità va bene solo quando obbedisce.

Il bersaglio, più di tutto, è la scarcerazione dei manifestanti arrestati dopo gli scontri di Torino. Meloni lo dice esplicitamente: «Sono indignata ma non mi stupisce: ci sono troppi precedenti». E se a questo si aggiunge la retorica del ministro Nordio, secondo cui senza una stretta “ritornano le Br”, si capisce la tecnica: non governare il conflitto, ma criminalizzarlo; non discutere il dissenso, ma associarlo a una minaccia eversiva; non affrontare i problemi sociali, ma costruire un nemico interno.

Questa è la narrazione tossica della sicurezza: un racconto che non descrive la realtà, la produce. La sicurezza non come tutela collettiva, ma come linguaggio per rendere legittimo l’attacco alla partecipazione politica. La sicurezza non come prevenzione dei reati, ma come prevenzione del conflitto.

Dentro le nuove norme, la “cauzione” salviniana per chi organizza manifestazioni non c’è formalmente. Ma è come se ci fosse. Basta depenalizzare le manifestazioni non autorizzate, deviazione di percorso inclusa, e poi caricare i promotori di sanzioni pecuniarie da capogiro. Il risultato è identico: rendere la protesta un lusso, un rischio economico insostenibile, un azzardo per chiunque non sia protetto da risorse e reti. È repressione senza bisogno di dichiararla tale. È la versione amministrativa della galera.

Il fermo preventivo di 12 ore, tanto contestato, c’è. È stato “ripulito” nella forma dopo l’intervento del Quirinale, che ha imposto limiti per evitare l’arbitrio più sfacciato. Ma qui bisogna essere onesti: la differenza è soprattutto cosmetica. Si è fatto slalom tra le parole, si è inserito un “anche”, si è sostituita la discrezionalità aperta con una discrezionalità mascherata. Il Quirinale voleva motivi specifici, materiali, concreti. E la norma risponde con un concetto elastico come il “fondato motivo”, una formula che in mano all’ordine pubblico può diventare tutto e il contrario di tutto. La sostanza resta: la piazza viene trasformata in un luogo in cui la libertà personale è più facilmente comprimibile, dove la prevenzione diventa punizione anticipata, dove il diritto di manifestare viene trattato come un rischio da gestire e non come un diritto da garantire.

Lo scudo penale, invece, fa un salto ancora più inquietante: viene esteso a tutti. Non solo alle forze dell’ordine. A tutti. Chi agisce invocando legittima difesa o adempimento del dovere potrà finire in un registro diverso da quello degli indagati ordinari, quel registro che da anni è diventato un marchio infamante. Sarà il magistrato a decidere chi salvare e chi sommergere, certo. Ma il segnale politico è chiarissimo: si sta costruendo un percorso privilegiato per chi usa violenza dichiarandola “giustificata”. Un passo verso la licenza di reagire, colpire, sparare, con meno conseguenze e meno controllo. E mentre si predica “sicurezza”, si produce un Paese più armato culturalmente, più aggressivo, più incline alla giustizia fai-da-te, più pronto a credere che la forza sia una virtù civile.

Non è un caso che questa partita sia centrale nelle carceri. Perché se nelle piazze lo scopo è intimidire, nelle galere lo scopo è governare attraverso la paura. Lo scudo penale e la copertura politica alle forze dell’ordine diventano un incentivo implicito a un modello già in atto: innalzare il livello di violenza verso i detenuti come strumento di gestione. Rendere più opaco ciò che accade dentro. Comprimere gli spazi. Tagliare attività formative e ricreative. Trasformare la pena in un’esperienza puramente punitiva, senza reinserimento, senza diritti, senza umanità. Carceri che devono fare paura. Ai detenuti, certo. Ma anche a chi sta fuori. Perché il messaggio è uno solo: lo Stato non vuole rieducare, vuole intimidire.

E mentre tutto questo viene venduto come “lotta alla criminalità”, il capitolo immigrazione è solo rimandato. Non cancellato. La prossima settimana arriverà un nuovo ddl che conterrà la possibilità di interdizione delle acque territoriali in caso di “particolare pressione migratoria”. Chiamatelo come volete: è blocco navale in versione giuridica, con la solita clausola elastica che consente al governo di trasformare una scelta politica in una necessità tecnica. È la stessa logica che governa tutto il pacchetto: prevenzione, anticipazione, sospetto. Punire le persone per ciò che si presume siano, più che per ciò che fanno.

E poi c’è il resto. Il resto che spesso passa sotto traccia ma che è fondamentale perché costruisce l’ecosistema repressivo. I droni sulle manifestazioni, cioè la sorveglianza tecnologica come normalità. Il divieto di manifestare a vita per chi ha condanne anche lontane nel tempo, con l’allargamento delle categorie fino a includere reati come le lesioni a pubblico ufficiale, cioè un reato che in contesti di piazza diventa spesso una contestazione standard. La resistenza anche passiva trasformata in reato penale: non si sta colpendo il vandalismo, si sta colpendo la disobbedienza. Si sta dicendo che perfino non collaborare, perfino opporsi senza violenza, può diventare un fatto penale. Gandhi e Martin Luther King vanno bene nelle citazioni da discorso istituzionale. Nella pratica, il loro posto sarebbe stato in questura.

E ancora: la facoltà per i prefetti di definire zone rosse a piacimento, da cui tenere lontani non i condannati, ma i denunciati. È una torsione pesantissima, perché trasforma la denuncia in marchio sociale e la presunzione d’innocenza in un lusso. E infine la retorica degli sgomberi, celebrata come successo: «Siamo a 4200 sgomberi», esulta Piantedosi. Con le seconde case, magari si arriva a 10mila. È la sicurezza, bellezza. Sicurezza di chi? Sicurezza di cosa? Di certo non delle persone che una casa non ce l’hanno, non delle famiglie espulse, non di chi vive precarietà. È la sicurezza del possesso, non la sicurezza dei diritti.

Il punto più grave, però, è che questa narrazione non appartiene più solo alla destra. Oggi la parola “sicurezza” è diventata un passepartout bipartisan. Nel centrosinistra si ripete da anni che non bisogna considerarla un tabù. Veltroni invita a parlarne senza scimmiottare la destra. Sindaci “progressisti” la descrivono come tema nazionale e internazionale. Ma la verità è che le politiche securitarie sono una costante anche del campo che si definisce democratico. È così almeno dagli anni Novanta, con il progetto “Città sicure”, con il protagonismo dei sindaci eletti direttamente dal 1993, con la gestione della “sicurezza percepita” come oggetto di governo. Minniti nel 2017 non è stata una parentesi: è stata una tappa.

A destra, però, il percorso è ancora più lineare e più brutale. Dopo l’11 settembre arrivano Bossi-Fini e la radicalizzazione dell’impianto già repressivo del Testo unico sull’immigrazione del 1998, firmato da Turco e Napolitano. Poi i pacchetti sicurezza di Maroni nel 2008-2009. Poi Salvini, con l’accanimento contro richiedenti asilo e ONG. Poi Piantedosi, che è la continuità amministrativa e politica di quella stagione, e che all’inizio del 2025 ha già firmato un decreto-sicurezza capace di raggiungere vette repressive mai toccate finora. Oggi alza ancora l’asticella, rendendo la partecipazione politica sempre più rischiosa in termini di sanzioni amministrative e penali, e criminalizzando in maniera sempre più apertamente razzista migranti e giovani di seconda generazione.

Questo è il cuore della questione: la sicurezza è diventata un’ideologia di governo. Un dispositivo preventivo che pretende di anticipare comportamenti devianti, di punire intenzioni presunte, di costruire categorie sociali sospette per natura. È un ritorno alla logica delle “classi pericolose”, quella che la modernità ha usato per governare poveri, proletari, marginali, migranti, ribelli. E oggi quelle classi pericolose hanno nomi nuovi e vecchi insieme: “maranza”, “irregolari”, “antagonisti”, “violenti”, “estremisti”. Etichette che servono a una sola cosa: togliere legittimità al conflitto e giustificare la repressione.

Perché la verità è questa: il governo non sta mettendo in sicurezza il Paese. Sta preparando il terreno per una fase sociale più dura, dove le disuguaglianze cresceranno, dove la precarietà aumenterà, dove la rabbia tornerà a organizzarsi. E allora si stringono le maglie. Si chiudono gli spazi. Si rende più costoso scioperare, più rischioso manifestare, più fragile aprire luoghi di aggregazione. Si costruisce un controllo sociale capillare e, insieme, si garantisce una copertura crescente a chi lo esercita.

Questo pacchetto non è un errore. Non è un eccesso. Non è una “deriva” casuale. È un progetto di medio periodo: trasformare la democrazia in un recinto, e la partecipazione in una pratica da scoraggiare.

E quando uno Stato arriva a questo punto, la domanda non è più se stia limitando i diritti. La domanda è quale idea di società stia imponendo. Una società dove la politica viene sostituita dall’ordine pubblico, dove il conflitto viene trattato come malattia, dove la povertà viene gestita con la polizia, dove la marginalità viene espulsa, dove la piazza viene sorvegliata, dove la galera viene resa più feroce, dove la violenza istituzionale viene coperta e accelerata.

È un Paese in cui la sicurezza non è la protezione dei cittadini. È la protezione del potere.

E a quel punto, se la priorità diventa il dissenso, non esistono più ambiguità: la repressione non è un effetto collaterale. È la strategia.

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