✍ Editoriali

Oltre l’astensionismo: la necessità di un’alternativa radicale al blocco liberista

Il caso Venezia

L’analisi dei dati elettorali del Comune di Venezia, tornata che ha visto una partecipazione al voto pari al 55,9%, consegna un dato politico inequivocabile: su un totale di 201.713 elettori, ben 88.946 cittadini hanno scelto di non recarsi alle urne. Un numero, quest’ultimo, che supera abbondantemente la somma dei voti ottenuti da gran parte delle forze in campo. Quando l’astensione diventa la prima “forza politica” della città, l’analisi di facciata deve lasciare il posto a una riflessione profonda, che metta in discussione lo stato di salute della democrazia e, soprattutto, l’efficacia delle attuali proposte politiche.

Il fallimento del bipolarismo e l’illusione della scelta

Il primo punto su cui occorre fare chiarezza è la natura dell’offerta politica odierna. Il bipolarismo imperante, basato sulla sterile alternanza tra centro-destra e “campo largo”, non produce alcuna scissione sostanziale rispetto alle politiche liberiste e atlantiste. Per l’elettore, questa dinamica appare come un mero cambio di interpreti all’interno di un copione già scritto, che non incide sulle condizioni materiali di vita. Di fronte a una proposta che non modifica il paradigma economico e sociale, l’astensionismo non è disinteresse, ma un atto di sfiducia consapevole verso un sistema percepito come incapace di produrre alternative concrete.

L’illusione del “campo largo” e la marginalità della sinistra

Tra chi ancora partecipa al voto, il “campo largo” si dimostra scarsamente attrattivo; tra chi non vota, è considerato un’opzione incapace di generare il cambiamento necessario. In questo scenario, la presenza di formazioni che si richiamano alla sinistra — come l’esperienza di AVS (fedelissima del progetto) rendono l’aggregazione del Partito della Rifondazione Comunista all’interno di tali coalizioni, nei fatti ininfluente.

I 910 voti (pari allo 0,85%) ottenuti dal PRC a Venezia testimoniano una strategia perdente: allinearsi a un progetto politico che, per sua natura, espelle ogni istanza di rottura, significa perdere su entrambi i fronti. Si perde “dal tappo e dalla spina”: non si riesce né a condizionare le politiche del blocco dominante, né a rappresentare un punto di riferimento per le masse che cercano un’alternativa.

L’imperativo categorico: costruire un’alternativa reale

Non c’è appello contro la destra che tenga se l’alternativa proposta è solo una copia sbiadita delle politiche economiche liberiste. La retorica del “male minore” è il motore primo della crescita dell’astensionismo. Per invertire questa tendenza, occorre abbandonare la ricerca di posizioni di potere subalterne e iniziare, con tenacia e metodo, un lavoro di costruzione politica che guardi altrove.

È necessario:

  • Rivolgersi a chi non vota: È tra quei 90 mila veneziani (e milioni di italiani) che hanno abbandonato le urne che risiede la base sociale di una possibile alternativa. A questa platea non servono appelli elettorali, ma la dimostrazione concreta di un’opposizione frontale al sistema di potere costituito.
  • Lavorare senza soste: Il cambiamento radicale non si ottiene per osmosi politica, ma attraverso un lavoro paziente di radicamento. Occorre riproporre un’agenda politica che metta in discussione il paradigma liberista e la postura atlantista che condiziona la sovranità economica e sociale del Paese.
  • Rifiutare l’irrilevanza: tutta la sinistra, e in particolare il PRC e tutti i suoi militanti, devono interrogarsi sulla valenza di corto respiro di queste scelte tattiche. L’accordarsi a un progetto politico altrui, privo di prospettive di trasformazione, non è realismo, è rinuncia.

Il tempo delle riflessioni di superficie è finito. La sfida oggi è riprendere il cammino verso un’alternativa che sia, per programma e visione, profondamente diversa dall’esistente. Solo riportando al centro del dibattito la rottura con l’attuale sistema di potere sarà possibile richiamare alla politica attiva quella fetta di elettorato che, oggi, ha smesso di credere che il voto possa ancora cambiare le cose.

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