L’11 aprile è scomparso Romano Luperini. Aveva 85 anni, e negli ultimi tempi una serie di acciacchi e malanni di varia natura e gravità lo avevano minato nel corpo, non nella mente e nella volontà. Docente e studioso di Letteratura Italiana contemporanea e generale, dopo alcuni anni di attività nelle scuole aveva insegnato nelle università di Lecce e poi, a lungo, di Siena. Luperini era ben noto negli ambienti culturali nazionali e internazionali come studioso e critico letterario. Aveva scritto dozzine di libri, e migliaia di articoli e interventi (non esagero), dal saggio critico di grande impegno documentario e interpretativo al breve intervento nel dibattito culturale e politico, dalle riviste scientifiche specializzate a quelle di alta o minuta – ma seria – divulgazione. Conosceva come pochi il Novecento italiano, ma la sua curiosità e vivacità intellettuale erano senza limiti. Fra gli autori che più lo avevano ispirato e stimolato mi limito a citare Giovanni Verga (oggetto di una straordinaria e acutissima dedizione, dagli anni Sessanta fino ai più recenti anni) e Eugenio Montale. Ma grande attenzione era rivolta anche alla tradizione critica e interpretativa, alla teoria e al metodo, al dibattito letterario internazionale. La formazione marxista si innervava di suggestioni e spunti che venivano dalle cosiddette scienze umane, la psicoanalisi in primo luogo. Il che significava rigore, certo, ma nessuna rigidità. Suoi importanti interlocutori e maestri, fra gli altri, Sebastiano Timpanaro e Franco Fortini. Lo studio critico di Luperini era rivolto al confronto fra il rigore dei documenti e dei fatti di linguaggio e la “interpretazione”, da intendersi come sedimento culturale che produceva i suoi frutti nel corso delle vicende storiche e delle svolte culturali. La tradizione e il suo sedimento erano letti come oggetto da indagare per la trasformazione critica e radicale del mondo.
Intere generazioni di studenti e docenti lo conoscevano per aver diretto, con Pietro Cataldi e Lidia Marchiani (e scritto personalmente ampie parti) un innovativo manuale di Letteratura Italiana, dal titolo La scrittura e l’interpretazione, per l’editore Palumbo, con la collaborazione di un ampio numero di studiosi, molti fra i quali giovani, e per una instancabile attività di incontri e dibattiti pubblici. Da qui una parte della sua notorietà e popolarità nelle scuole e negli ambienti culturali anche esterni al campo specifico della ricerca letteraria. Questi interessi, apparentemente di divulgazione, erano in realtà coltivati da Luperini con una serietà e applicazione straordinari. Ed è questo che forse può interessare maggiormente i lettori di questo sito. E difatti Luperini era anche e soprattutto, per chi non lo conoscesse, un “compagno”. Era stato attivo nella Lega de Comunisti, poi nel ’68 a Pisa, e aveva avuto ruoli di dirigente in Democrazia Proletaria, partecipando anche alla direzione del “Quotidiano dei lavoratori” per un certo tempo. Aveva poi messo da parte l’attività politica diretta, per impegnarsi ad affrontare, su un piano diverso, il conflitto sociale e culturale. La scuola, la didattica, l’affrontare criticamente la letteratura, patrimonio contraddittorio da saper leggere nei suoi aspetti di confronto dialettico con l’orrore e lo splendore della storia umana e della sua civiltà (evidente risultato della sua lettura di Walter Benjamin), erano per lui tutt’altro che un aspetto secondario della attività di ricerca e di insegnamento. La scuola e la ricerca dovevano andare di pari passo. La democrazia dell’insegnamento non coincideva per nulla con la semplificazione e la faciloneria: il testo letterario doveva guidare la comprensione dei fatti umani, ed esserne a sua volta guidato. A questo lavoro ha dedicato, nell’ultimo ventennio della sua vita, moltissime energie, animando e seguendo minutamente il blog Laletteraturaenoi.it, con l’aiuto della Casa Editrice Palumbo (che pubblicava contemporaneamente la rivista “Allegoria”, da lui diretta) e di un gruppo numeroso di redattori e collaboratori. In questo blog si discutevano non solo libri e studi critici, ma anche l’attualità culturale (il presente), la didattica e la politica scolastica, gli eventi principali della cronaca politica e sociale.
Insomma, Romano Luperini ha incarnato una figura sempre più rara di intellettuale a tutto tondo: lontano e nemico acerrimo dell’intrattenitore e del tecnico-specialista in cui si manifesta oggi la separazione della funzione intellettuale, Luperini sapeva bene (anche per l’influenza di Fortini) che tale “funzione” è da separare dal “ruolo”, ossia dalla collocazione e dal rango che a questa figura, tradizionalmente, ha assegnato la società: anche perché, con l’invadenza dell’industria culturale e con la sua trasformazione in spettacolo, questo ruolo si è drasticamente ridotto, e il suo compito e il suo spazio è o dev’essere, sempre più, quello del collettivo sociale. Da questa prospettiva ha dedicato pagine indimenticabili alla grandezza e limiti della civiltà, al dialogo e al conflitto: come dice il titolo di una sua bellissima raccolta di saggi. Nel ricordarlo a compagne e compagni in questo suo volto “militante”, non posso che ricordare un maestro e amico, tanto affettuoso e attento quanto riservato e ruvido, che ho conosciuto e frequentato nel corso di quasi cinquant’anni: considero questo un privilegio, e la sua perdita mi è motivo di turbamento grande.
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