Svezia: il Partito della sinistra va a congresso tra smanie di governo e repressione interna

Tra il 17 e il 19 aprile si terrà il congresso del Partito della sinistra svedese, in una fase segnata dalla barbarie nella situazione internazionale e, sul piano domestico, dalla minaccia di un ulteriore, ed epocale, passo avanti delle forze reazionarie. Il 1° aprile il primo ministro, e leader del Partito moderato, Ulf Kristersson, ha infatti annunciato che, in caso di conferma del centrodestra (al potere dal 2022) alle elezioni politiche del 13 settembre, i Democratici di Svezia (Sverigedemokraterna, SD), partito suprematista e ultraliberista nato a fine anni Ottanta da gruppi neonazisti, entrerebbero nel governo. La strategia di Jimmie Åkesson, leader incontrastato degli SD dal 2005, ha pagato: restare fuori dall’esecutivo dopo le elezioni del 2022, nonostante il suo partito sia risultato il più votato del centrodestra (e il secondo in assoluto, dopo gli inossidabili Socialdemocratici), ma con il potere di dettare l’agenda politica del paese, grazie alla dipendenza del governo Kristersson dal suo appoggio esterno. Agenda che consiste nel combattere il “nemico interno” – le persone immigrate – a tutto campo, ricorrendo alle misure aberranti sul piano morale e giuridico che si sono viste in questi anni, riassumibili nell’obiettivo della remigrazione.

Ora che, dopo anni di ipocrisie, ogni residuo del “cordone sanitario” a lungo opposto da tutti i partiti (anche del centrodestra) alla normalizzazione degli SD è scomparso, il punto controverso, nel dibattito interno al Partito della sinistra,  è quale sia la strategia più idonea a costruire un’alternativa alla smottamento sempre più a destra della cultura politica svedese.

Il partito, guidato da Nooshi Dadgostar dal 2020, ha ottenuto nel 2022 il 6,7% dei voti, con un calo dell’1,3% rispetto al 2018 che ha ricordato come non sia sufficiente giocare la carta dell’identità (leader donna, giovane e di famiglia immigrata) per guadagnare consensi. L’accentramento delle decisioni, l’appiattimento sulla linea bellicista del centrodestra (e dei Socialdemocratici), l’espulsione (con accuse di antisemitismo) di esponenti e dirigenti che hanno espresso solidarietà al Fronte popolare per la liberazione della Palestina e, non ultimo, l’arretramento sul clima hanno provocato un forte malcontento, riverberatosi nel calo delle iscrizioni (circa 2000 in meno rispetto al dato record del 2022, 31000) e nel deterioramento del rapporto con i movimenti sociali. Il tentativo di accreditarsi come interlocutore affidabile in materia di politica economica e Welfare State, con il ritorno a una sorta di economicismo tradizionalmente considerato angusto dal partito, a spese delle questioni che possono servire l’assist alla destra per stigmatizzare “i soliti comunisti”, si è rivelato impervio: non è facile tenere insieme il partito di movimento e il partito di governo.       

Ad inasprire le tensioni interne ha contribuito la decisione di Dadgostar di condizionare il suo appoggio a un eventuale esecutivo di centrosinistra (Socialdemocratici, Verdi e Partito di centro) alla partecipazione del suo partito al governo stesso; sarebbe la prima volta, per una forza che tuttavia di fatto ha sempre appoggiato dall’esterno i governi socialdemocratici di minoranza, ponendosi così come ago della bilancia. Alla sua richiesta sia i Socialdemocratici che il Partito di centro hanno risposto a pesci in faccia. Del resto, quest’ultimo ha equiparato il Partito della sinistra ai Democratici di Svezia, in base a una sorta di teoria degli opposti estremismi. 

Nel programma elettorale la questione del governo è posta in termini ultimativi: voteremo contro qualsiasi governo di cui non faremo parte. Dato il parlamentarismo negativo che vige in Svezia (il governo non ha bisogno di una maggioranza di voti favorevoli, bensì di una maggioranza di voti non contrari), l’ultimatum va letto come l’indisponibilità anche ad astenersi su un governo rossoverde di minoranza. La posizione della leadership ha sollevato due ordini di critiche fra le e gli iscritt3, il primo di natura tattica, il secondo di tipo strategico.

Decidendo con mesi di anticipo la sua posizione dopo le elezioni, il partito si priva del suo potere di contrattazione: i giochi si faranno fra Socialdemocratici, Verdi, Centro e… chissà (una parte dei Liberali è scontenta dello sdoganamento dei suprematisti), con il Partito di sinistra ad assistere, ininfluente. Il da farsi, viene obiettato, va deciso dopo le elezioni, in base a un’analisi del risultato e delle possibili alternative.

Ancora più accese sono le polemiche sul fronte della strategia del partito; diverse mozioni ammoniscono che i programmi devono avere la priorità sui ministeri. La mozione di Umeå (città della Svezia settentrionale) ben esprime queste preoccupazioni:

“molti elementi indicano che la politica di un futuro governo socialdemocratico si atterrà a una politica migratoria reazionaria, una politica penale repressiva, un atteggiamento acritico nei confronti della NATO e del DCA [Defense Cooperation Agreement con gli USA], e così via. Ma su questo non sappiamo nulla con certezza. Quello che sappiamo con certezza è che sarebbe molto problematico per il Partito della sinistra entrare a far parte di un governo del genere e assumersi la responsabilità politica in un contesto in cui il profilo politico è ben lontano da uno sviluppo sociale progressista”.

Pur tenendo conto delle specificità svedesi (non ultimo, il sistema elettorale di tipo proporzionale puro), l’equilibrismo del Partito della sinistra di Dadgostar dovrebbe spingere tutte le forze che credono di poter sconfiggere il tecnofeudalesimo passando per la scorciatoia elettorale a interrogarsi sulla praticabilità stessa della via parlamentare in un’epoca in cui lo Stato è completamente asservito al capitale. Praticabilità che appare ancora più dubbia in assenza del supporto di un ampio movimento di massa (quello che, con la svolta governista, il Partito della sinistra sta perdendo per strada) capace, prima e dopo le elezioni, di esigere un antifascismo di sostanza e non rituale.