Riscoprire l’umanesimo ecomarxista, combattere culturalmente e politicamente i padroni dell’IA e delle Big Tech – Tre domande a Marino Ruzzenenti



Marino Ruzzenenti, storico contemporaneo e ambientale, autore di “La fine dell’Occidente? Cinque secoli di dominio del mondo al capolinea” (Altrɘconomia editrice)

Alberto Deambrogio: Nel libro tu ricolleghi il declino occidentale a un modello basato sull’accumulazione illimitata e sulla “spocchia della conquista”. Pensando alle tue storiche battaglie e ricerche sul campo (come il caso Caffaro a Brescia), in che modo l’avvelenamento chimico ed ecologico di un singolo territorio industriale rappresenta, in scala ridotta, la stessa dinamica predatoria che oggi sta portando al capolinea l’intero Occidente?

Marino Ruzzenenti: Un carissimo amico, da qualche anno scomparso, Virginio Bettini, in un testo confezionato con Barry Commoner nel lontano 1976, Ecologia e lotte sociali, esordiva con un’affermazione spiazzante “La crisi: uomo contro uomo, non uomo e natura. Se si va alle origini di ogni problema ambientale si scopre una realtà fondamentale: alla radice della crisi non sta il modo in cui l’uomo interagisce con la natura, ma il modo in cui gli uomini interagiscono tra loro: cioè per risolvere i problemi ambientali dobbiamo risolvere i problemi della povertà, dell’ingiustizia razziale e della guerra”. Insomma il rapporto di dominio e sfruttamento dell’uomo sulla natura è figlio diretto del rapporto di dominio e di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, essenza del capitalismo, che ha caratterizzato il modo in cui l’Occidente per cinque secoli si è relazionato con il resto dell’umanità: colonialismo e schiavismo, un tempo praticati con brutalità, più recentemente ammantati dalla necessità di diffondere i valori democratici, velo propagandistico ora strappato da Trump. Se a Gaza l’Occidente dimostra clamorosamente un disprezzo senza limiti della vita umana, ovvero della forma più complessa e più fragile della biosfera, come può essere credibile quando proclama di prendersi a cuore tutto il resto della natura vivente?

Così il colpo di coda violento delle ultime guerre in corso da parte dell’Occidente, guerre disperate perché non possono essere vinte, si accompagna, purtroppo e necessariamente, all’abbandono di ogni progettualità di conversione ecologica: come dice l’amico Luca Mercalli, “bombe oppure pannelli solari”, le due prospettive non stanno insieme, checché ci raccontino.  Dunque, oggi, se vogliamo riproporre la centralità della crisi ecologica (senza dimenticare la crisi sociale intrinsecamente connessa) dobbiamo sconfiggere la corsa al riarmo e farla finita con la pulsione dell’Occidente ad imporsi con la forza e con la guerra. Operazione, quest’ultima, davvero impegnativa che a livelli diversi di responsabilità impegna tutti noi occidentali, chi più o chi meno malati di etnocentrismo e di un universalismo che, insieme a principi davvero condivisi da tutti gli umani (“non fare agli altri ciò che tu non vorresti che gli altri facciano a te”), ha veicolato e veicola la presunzione di una superiorità della nostra civiltà da diffondere sul globo intero. Ė una pagina pesantissima, lunga cinque secoli, che dobbiamo voltare.

A.D.: Se il modello di sviluppo occidentale è giunto al capolinea, le potenze emergenti globali sembrano comunque intenzionate a replicarne i meccanismi industriali ed energetici. Come si evita che la fine dell’egemonia geopolitica dell’Occidente si traduca semplicemente in un passaggio di testimone della distruzione ecologica, e quale ruolo gioca la decrescita in questo equilibrio?

M.R.: La fine dell’egemonia e del dominio dell’Occidente sul mondo, se avverrà come auspichiamo senza la terza guerra mondiale nucleare e lasciando spazio a quel nuovo mondo multipolare che il Sud globale e i BRICS stanno cercando di costruire, non significa che i grandi problemi dell’umanità contemporanea siano sicuramente avviati ad una soluzione. Le società e le economie dei Brics non rappresentano un’alternativa sempre auspicabile, non tanto perché non rispondono ai nostri canoni liberal-democratici, ma perché in gran parte sono anch’esse contaminate dal virus distruttivo della crescita mentre non mancano al loro interno problemi sociali irrisolti. L’esperimento cui stanno dando vita nella gestione delle relazioni internazionali, tuttavia, sembra meritevole di essere sostenuto: tra di loro vi sono profonde differenze culturali, religiose, politiche, di modelli istituzionali, vi sono anche frizioni geopolitiche; tuttavia, a partire dal rispetto reciproco delle diversità e dall’impegno a trovare con i negoziati soluzioni pacifiche ai conflitti, riescono a convivere e a cooperare paritariamente per i reciproci interessi in un quadro di reale multilateralismo. Questo è il valore dell’ipotesi di relazioni internazionali perorata dai BRICS: un quadro di cooperazione pacifica che è appunto la precondizione affinché l’umanità affronti seriamente la crisi ecologica e la crisi sociale. Dopodiché rimangono irrisolti tutti i nodi che pure il mondo aveva con estrema chiarezza indicato in due grandi momenti di confronto internazionale oltre mezzo secolo fa: nel 1972 a Stoccolma nella prima e unica vera Conferenza dell’ONU sull’Ambiente umano e nel 1974 con il Documento dell’Onu sul Nuovo Ordine Economico Internazionale. Lì venivano messe a fuoco le grandi sfide per l’umanità: ovvero come costruire per tutti i popoli, uomini e donne, condizioni dignitose di vita, senza depredare e inquinare l’ambiente naturale pregiudicando quindi il futuro dell’umanità stessa. Si trattava, insomma, di fare i conti con la sete di giustizia dei Paesi in via di sviluppo, come si diceva allora, e nello stesso tempo con i limiti naturali dello sviluppo. Immaginare una transizione che Giorgio Nebbia così sintetizzava: “da una società dell’abbondanza per pochi ad una società dell’abbastanza per tutti”. Sennonché, subito, l’Occidente del dominio e dell’accumulazione illimitata, allarmato dal pericolo che il profitto capitalistico non fosse più la bussola del futuro, prese il sopravvento e così cinquant’anni sono stati buttati via. Ora bisogna riprendere il filo spezzato di quella stagione meravigliosa dei primi anni Settanta, confortati anche dalle audaci e penetranti riflessioni sulla decrescita del grande amico Serge Latouche.

A.D.: Tu ti sei occupato a lungo sia di storia della Resistenza e della Shoah, sia di storia ambientale. Di fronte al “caos del presente” descritto nel saggio, quale parallelismo storico o lezione del Novecento dovremmo recuperare per evitare che il collasso di questo modello di dominio sfoci in nuove forme di autoritarismo o barbarie climatica?

M.R.: Ad una lettura superficiale questi temi, Shoah, Nazismo, Occidente, ecologia sembrano molto distanti. E lo erano anche per me, fin quando ho scoperto- e fu uno shock – che l’inventore del termine ecologia Ernst Haeckel (1834-1919) nel lontano 1866, oltre ad essere un grandissimo zoologo e diffusore del darwinismo in Europa,  fu anche un formidabile razzista, precursore dell’eugenismo, autore di riferimento di Adolf Hittler, così come altri grandi scienziati in ambito biologico, precursori del pensiero ecologica, furono razzisti, eugenisti e attivi fiancheggiatori del nazismo al potere: Jakob Johann von Uexküll  (1864 -1944) e  Konrad Lorenz (1903-1989). Razzisti radicali e eugenisti esattamente come oltre Atlantico lo era il nordamericano Madison Grant (1865-1937), zoologo, pioniere del conservazionismo naturalista, “inventore” dei grandi parchi naturali. Erano tutti biologi, zoologi e darwinisti e tutti avevano radicato la loro postura ecologica e ambientalista nei loro studi biologici, riconducendo il comportamento e la condizione degli umani alla dimensione animale e alle leggi che presiedono all’evoluzione di tutte le specie. Il darwinismo veniva interpretato estensivamente come teoria tesa a supportare la lotta per la sopravvivenza delle specie e delle razze, comprese quelle umane, basata sulla selezione naturale, ovvero sulla maggiore capacità di adattamento all’ambiente e quindi su un’irriducibile competizione, che è poi lo spirito del capitalismo, così naturalizzato. L’eugenismo, coevo del darwinismo, ne era una logica derivazione: le pratiche per una “buona genetica” nelle società umane era doverosa e necessaria proprio per liberare al massimo livello le potenzialità benefiche della selezione naturale, della “saggezza della natura” come diceva Hitler, depurando la società dagli scarti che potevano condurre ad una degenerazione della razza. E tra i pericoli più insidiosi andavano annoverati gli ebrei, non in quanto razza inferiore, ma in quanto “antirazza”, ovvero portatori di un’antropologia e una cultura universalistiche che negavano ontologicamente quella concezione razzista dell’umanità su cui poggiava e poggia l’Occidente e in maniera ancor più radicale il nazismo. Una cultura della tradizione ebraica che gli attuali sionisti al potere in Israele hanno rinnegato, omologandosi al peggior Occidente. (La problematica è molto complessa e controversa per cui rinvio chi volesse approfondire a https://altronovecento.fondazionemicheletti.eu/ecologia-darwinismo-eugenetica-nazismo-e-occidente/).

Ma venendo all’oggi, credo che dobbiamo far leva innanzitutto sulla nostra grande tradizione dell’umanesimo ecomarxista di mezzo secolo fa (Giorgio Nebbia, Laura Conti, Virginio Bettini, Carla Ravaioli, Dario Paccino https://quadernidelladecrescita.it/2024/08/26/attualita-dellecomarxismo/) e combattere culturalmente e politicamente i padroni dell’IA e delle Bigh Tech.

Il pericolo che incombe sull’umanità è una tecno-dittatura esemplarmente rappresentata in particolare dalla visione del mondo di Peter Thiel: un’oligarchia ristrettissima di superuomini, sostenuti dall’eugenetica del XXI secolo, ovvero il Transumanesimo inteso come “creazione” di uomini potenziati fisicamente e mentalmente dall’ingegneria genetica e dall’AI (oltre che da immense risorse finanziarie!), destinati a dominare un mondo ricondotto a relazioni sociali neofeudali, privato del moderno stato e della democrazia, nella sua declinazione sostanziale inscindibilmente legata alla giustizia umana e ambientale.

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