Catania, supermercati a iosa. Vecchia e nuova rendita ai tempi di Trantino

di Antonio Fisichella – tratto da ARGO – Cento occhi su Catania

Continuano a nascere nuovi (e vecchi) supermercati, salutati come indice di sviluppo e rigenerazione urbana. Antonio Fisichella si interroga su queste operazioni commerciali, sul ruolo svolto dalla politica e dalla pubblica amministrazione, sulle ricadute devastanti per la vita della comunità. Ripercorrendo l’iter che porta dalla vecchia alla nuova rendita, alleata alla grande finanza, racconta la Catania di oggi. In due puntate

Prima parte

In questi giorni Catania si è risvegliata con il rumore delle ruspe che preparano due nuovi supermercati e con l’entusiastico coro che ha accompagnato la rinascita dell’ennesimo centro commerciale, destinato a sostituirne un altro, dismesso da anni e figlio dei ruggenti anni Novanta.

I due nuovi supermercati sono quelli di via Palazzotto e di Corso Italia. Il primo sorgerà su un’area nella quale erano previsti una scuola e spazi verdi; il secondo sulle macerie di una storica clinica cittadina. Resta aperta la ferita dell’Eurospin di via Sabato Martelli Castaldi, a Cibali, sorto su un’area che il Piano regolatore destinava a servizi pubblici. Sul rilascio delle autorizzazioni è in corso un processo che coinvolge, tra gli altri, il direttore dell’Urbanistica Biagio Bisignani. Spetta al Tribunale accertare i fatti e le eventuali responsabilità. Non è compito di un articolo anticiparne il giudizio. Non entreremo, dunque, nei dettagli delle singole procedure amministrative, già ricostruite in maniera ampia e documentata da Argo.

Eurospin Cibali rendering

Ci interessa il dato politico che emerge dalla successione di queste vicende.

È un dato duplice. Da una parte vengono cancellate funzioni collettive: scuole, verde, servizi, presìdi e spazi destinati alla vita pubblica. Dall’altra, gli stessi suoli e gli stessi edifici vengono resi disponibili alla valorizzazione commerciale.

La città perde ciò di cui ha bisogno. Il capitale trova nuovi spazi nei quali produrre valore. La ricchezza si concentra nelle mani della rendita, mentre Catania si impoverisce di funzioni, servizi e possibilità. Siamo davanti a operazioni che vanno ben oltre la dimensione commerciale. In esse vive e si riproduce una precisa concezione del governo urbano: la sistematica subordinazione degli usi collettivi del suolo alla rendita e alla valorizzazione privata, dentro un sistema commerciale ormai bulimico, la cui continua espansione non sembra rispondere ad alcun bisogno riconoscibile della città.

Ma c’è un elemento ulteriore. La pervicacia con cui si è proceduto nelle autorizzazioni relative ai supermercati di via Palazzotto e via Martelli Castaldi trasmette un messaggio politico preciso: ogni ostacolo può essere reinterpretato, ogni limite piegato, ogni decisione precedente superata, finché la funzione commerciale non trovi il proprio varco. È quasi un senso di impunità amministrativa: la convinzione che regole, piani e destinazioni pubbliche non costituiscano confini, ma inconvenienti temporanei. Si è superato il segno. È stata varcata una soglia.

Al di là di ogni considerazione giuridica e procedurale, resta un dato politico elementare: Catania aveva bisogno di tutto tranne che di altri due o tre supermercati. Da decenni la città è sottoposta a un processo di supermercatizzazione che ha impoverito il commercio di prossimità, indebolito le relazioni sociali e trasformato interi quartieri in spazi organizzati intorno al consumo. La politica cittadina continua ad assecondare un processo che impoverisce la vita urbana e ciecamente continua a presentare ogni nuova superficie commerciale come una nuova frontiera dello sviluppo.

In questo quadro si colloca il recupero dell’ex Auchan di San Giuseppe La Rena. Un’inaugurazione che merita di essere ricordata, se non altro per la sobrietà con cui La Sicilia l’ha presentata: «Miracolo Arena, area riqualificata in otto mesi». Un titolo a tutta pagina, seguito da un sottotitolo altrettanto misurato: «Sviluppo. Centro commerciale vicino all’aeroporto, opera green e a regime 500 posti di lavoro. Il plauso di Comune e Regione».

Ma la riconversione di un centro commerciale in un altro centro commerciale non ha nulla a che vedere con la rigenerazione urbana. Lo rivestono di verde: alberi compensativi, cespugli, pavimentazioni drenanti, percorsi ciclopedonali. Il vecchio vocabolario della modernità si è aggiornato. Ma quel vecchio-nuovo centro commerciale riproduce la stessa funzione di prima.

Al centro della cronaca de La Sicilia si colloca il Cavaliere del lavoro Giovanni Arena. Attorno a lui il sindaco, l’assessore regionale, le autorità. La frase più significativa è stata pronunciata dall’assessore regionale alle Attività produttive: «Bene i privati, specie se il pubblico asseconda il loro impegno e i loro investimenti». Il potere pubblico asseconda. È difficile trovare una definizione più chiara della gerarchia che governa la trasformazione urbana catanese. Il privato individua l’area, sceglie la funzione, investe e costruisce. Il pubblico asseconda, facilita e applaude. Il racconto giornalistico consacra.

Il centro commerciale diventa opera pubblica per procura. La rendita trasforma lo spazio e, al contempo, produce il racconto con cui la propria avanzata viene celebrata come bene comune. Le domande e i dubbi che avevano accompagnato i lavori scompaiono dalla scena. Le criticità riguardavano il taglio degli alberi adulti e la sua compatibilità con il Regolamento del verde; l’impossibilità delle nuove piantumazioni di compensare gli effetti ecosistemici della perdita, in una città già povera di verde; la natura pubblica o privata dell’area e, qualora fosse pubblica, i contenuti, la durata, le eventuali proroghe e il corrispettivo della concessione del 1998; la conferma della stessa destinazione commerciale su un bene della collettività.

A tali questioni il gruppo Arena aveva risposto duramente, pubblicando un intero paginone su La Sicilia e minacciando di adire le vie legali, perché «l’immagine del gruppo sarebbe stata offuscata da alcune considerazioni apparse sui social». Ma al momento dell’inaugurazione ogni criticità è cancellata: nessuna macchia può trovare posto in un’inaugurazione elevatasi ad atto di redenzione sociale, economica e ambientale.

La Sicilia consacra il miracolo: dall’Inghilterra vittoriana al proverbio cinese

Il repertorio simbolico de La Sicilia non conosce misura né imbarazzi di sorta. Al miracolo degli Arena il giornale dedica due articoli, pubblicati in giorni consecutivi. Nel primo, pur di nobilitare il centro commerciale di San Giovanni La Rena, non esita a inventargli una genealogia. Arriva così a sostenere che il significato contemporaneo della rigenerazione urbana si starebbe avvicinando «al modello anglosassone che si affermò in Inghilterra durante l’età vittoriana».

La Londra di Dickens, divisa tra ricchezze immense e miseria senza fondo, segnata dallo sfruttamento feroce di moltitudini di bambini, viene così arruolata, con una disinvoltura che sfida ogni ragione storica, come illustre matrice del nuovo Polo Arena. La sua realizzazione diventa un «percorso originale e pragmatico di riuso integrato del territorio».

Il giorno dopo, il giornale chiama in causa anche Lao Tzu, citando il celebre pensiero a lui attribuito nel Tao Te Ching: «Il viaggio di mille miglia inizia con un passo». Nel caso specifico, il passo conduce all’apertura di un centro commerciale.

Sono citazioni che vanno ben oltre il cattivo gusto giornalistico. Rispondono a una funzione precisa: la cultura viene impiegata come decorazione morale dell’investimento. Il centro commerciale non deve apparire soltanto redditizio; deve trasformarsi in un evento storico, in una restituzione alla comunità, quasi in un passaggio di civiltà.

Il racconto de La Sicilia si allarga quindi alla storia del gruppo imprenditoriale, ai suoi fatturati e alla sua espansione. Ma anche quando emergono con chiarezza la redditività dell’operazione, il cash flow, i fitti e le prospettive di crescita, l’investimento continua a essere rappresentato come un dono alla collettività. «Restituiamo questo luogo alla città e alla Sicilia», dichiara Arena.

La Sicilia non si smentisce. Rimane al posto di sempre: instancabile cantore di nuove e immaginarie frontiere della crescita, della modernità e del progresso; sordo e cieco di fronte alle conseguenze drammatiche di un modello fondato sulla proliferazione e sulla concentrazione abnorme dei centri commerciali, che ha letteralmente devastato la vita di una comunità.

SECONDA PARTE

1982-2026: la stessa grammatica del potere

La celebrazione del “miracolo Arena” appartiene profondamente alla grammatica del potere cittadino, al modo in cui gli interessi imprenditoriali sono stati rappresentati come incarnazione dell’interesse collettivo. Per riconoscere questa grammatica bisogna guardare alla storia politica e urbana della città. Il ritorno al passato serve a mostrare come il presente si appoggi su pratiche, linguaggi e rappresentazioni sedimentati nel tempo.

Gli esempi possibili sarebbero molti. Uno dei più eloquenti risale a oltre quarant’anni fa. Il 29 ottobre 1982 la Rai trasmise Effetto Dalla Chiesa, un reportage di Joe Marrazzo che dedicava ampio spazio alle circostanziate accuse dell’urbanista Giuseppe D’Urso sulla costruzione della nuova Pretura di via Crispi. Non si trattava di obiezioni marginali. D’Urso, allora direttore del Dipartimento di Urbanistica dell’Università di Catania, aveva raccolto le proprie contestazioni in un dossier. L’appalto era stato duramente criticato anche da architetti, giornalisti e in Consiglio comunale. Si discutevano la scelta di costruire un nuovo edificio nonostante la disponibilità di immobili comunali, l’abbattimento di fabbricati liberty, l’impatto urbanistico dell’opera e il superamento dei limiti volumetrici del comparto.

La Sicilia non dedicò alla trasmissione neppure una riga, né richiamò il dossier firmato da D’Urso. Il giorno successivo annunciò invece l’inaugurazione dell’edificio, celebrando «un’altra importante opera pubblica» realizzata dall’impresa del Cavaliere del lavoro Francesco Finocchiaro «in tempo di vero record». Il 31 ottobre arrivò un’intera pagina: «La nuova pretura consegnata alla città». Il costruttore dominava la scena come artefice di una «moderna opera architettonica», consegnata con quattro mesi di anticipo: «un altro passo in avanti verso una città moderna e funzionale».

Le contestazioni non vennero discusse né confutate. Finirono sepolte sotto un diluvio di record, elogi e plausi. Naturalmente, un palazzo giudiziario e un centro commerciale sono opere diverse, nate in epoche e circostanze differenti. Non stiamo equiparando gli interventi, né i protagonisti e le loro responsabilità.

Il confronto riguarda esclusivamente il dispositivo con cui queste opere vengono presentate alla città: la rapidità dell’esecuzione elevata a valore assoluto, l’imprenditore trasformato in benefattore, l’investimento rappresentato come dono alla collettività, le contestazioni espulse dal racconto pubblico. Proprio la distanza tra le due vicende rende più significativa la continuità della rappresentazione. È la stessa grammatica del potere.

È cambiato soprattutto il linguaggio. Negli anni Ottanta bastavano il cemento, la velocità, la modernità e la funzionalità. Negli anni Novanta e Duemila furono i grandi centri commerciali a diventare la via maestra dello sviluppo catanese, rinnovando l’eterno ciclo del cemento. Promettevano consumi, investimenti, posti di lavoro, nuove strade, modernità. Intorno a essi si costruì una vasta coalizione di proprietari, imprenditori, tecnici, amministratori e mediatori politici. Le varianti urbanistiche trasformavano i terreni e ne moltiplicavano il valore. La decisione pubblica produceva rendita privata.

Molti anni dopo, chiamato a testimoniare nel processo Ciancio, il senatore Mimmo Sudano mise in scena una deposizione piuttosto singolare e, a suo modo, estremamente significativa. Uno dei maggiori esponenti della politica catanese, già vicesindaco e assessore all’Urbanistica nella stagione in cui venne approvata la variante che rese possibile Porte di Catania, uno dei più gradi centri commerciali della città, si dichiarò pentito di quelle scelte e arrivò a scagliarsi contro i centri commerciali, colpevoli di avere «avvilito la vita della città». Si definì persino «offeso dalla scomparsa di via Etnea». E, con uno scarso senso del ridicolo, sostenne di non ricordare il ruolo svolto nel percorso politico-amministrativo che portò alla realizzazione del centro commerciale targato Mario Ciancio Sanfilippo.

È anche questa la grammatica del potere catanese. L’esaurimento di un ciclo — quello dei centri commerciali, che dagli anni Novanta in poi ha portato Catania ai vertici nazionali ed europei per concentrazione di grandi strutture commerciali — non ha prodotto una riflessione sul modello, né tantomeno una sua revisione. Oggi la grande distribuzione torna sul palco con parole nuove. Non promette più soltanto modernità e consumo. Promette rigenerazione, sostenibilità, verde, resilienza e mobilità dolce.

La novità dentro la continuità

Sarebbe tuttavia sbagliato leggere quanto sta avvenendo come una semplice ripetizione del passato. La rendita continua a dominare lo sviluppo della città, ma sono cambiati il campo di gioco, la dimensione delle operazioni e i soggetti che vi partecipano. Per lungo tempo il ciclo urbano catanese è stato governato soprattutto da proprietari fondiari, costruttori, professionisti, gruppi imprenditoriali e mediatori politici locali. Il loro potere consisteva nella capacità di trasformare un terreno agricolo, o destinato ad altro, in un’area edificabile e commercialmente sfruttabile. Era la decisione pubblica — una variante, un’autorizzazione, una nuova destinazione — a produrre il salto di valore.

Quel sistema non è scomparso. Proprietà locali, rendite locali, imprese, studi professionali e reti politiche continuano a essere decisivi. Servono a controllare il suolo, conoscere le procedure, attraversare gli uffici e rendere materialmente possibile la trasformazione. Ma accanto a loro sono entrati soggetti nuovi, o divenuti molto più potenti: grandi gruppi della distribuzione, società immobiliari, veicoli finanziari, fondi, società di gestione del risparmio, capitali nazionali e internazionali, grandi studi di progettazione.

I centri commerciali degli anni Novanta e Duemila hanno aperto questa fase: enormi edifici destinati al consumo e, allo stesso tempo, luoghi nei quali il capitale esterno incontrava il suolo, le relazioni “giuste” e la mediazione politica locale. Il sistema catanese produceva terreni trasformabili, autorizzazioni e possibilità di rendimento. I grandi operatori portavano capitali, insegne, reti distributive e capacità finanziaria. I centri commerciali rappresentavano il luogo in cui questi interessi si incontravano.

Oggi questo intreccio è diventato ancora più complesso. Il proprietario locale può vendere, conferire il terreno, partecipare all’operazione o attendere che la decisione pubblica ne moltiplichi il valore. Il capitale finanziario può entrare quando il rischio urbanistico e amministrativo è stato ridotto e l’operazione è pronta a produrre rendimento.

È questa la novità dentro la continuità. Rendita locale e finanza coesistono. Il vecchio blocco proprietario, politico e professionale ha imparato a dialogare con capitali più mobili, distanti e impersonali. Il cemento si finanziarizza. La città continua a essere il luogo nel quale costruire e vendere. Allo stesso tempo diventa un territorio da inserire nei portafogli, valorizzare, riconvertire e adattare alle attese degli investitori. Il campo di gioco si è allargato. Ma la regola fondamentale è rimasta la stessa: il valore prodotto dalle decisioni collettive tende a essere raccolto privatamente, mentre i costi, le rinunce e le funzioni perdute restano alla città.

La verticalizzaizone delle decisioni

Il potere pubblico, privo di una visione autonoma e di una propria idea della città, non agisce come arbitro capace di fissare priorità e limiti. Si ritaglia un ruolo marginale di mediazione. Diventa il luogo nel quale gli interessi vengono tradotti in destinazioni, permessi, convenzioni e opere. Ieri ciò avveniva soprattutto attraverso le varianti urbanistiche, sottoposte almeno formalmente al passaggio negli organi politici. Oggi il processo tende a concentrarsi in una filiera decisionale più verticale, che riduce il confronto pubblico e sposta il baricentro verso gli apparati tecnico-amministrativi.

La vetustà del Piano regolatore e la presunta impossibilità di interpretarne univocamente le legende vengono così trasformate in un alibi permanente. L’incertezza delle norme non conduce alla prudenza, alla trasparenza o alla discussione pubblica nelle sedi istituzionali, ma apre la strada a interpretazioni elastiche e a forzature di ogni tipo. È l’interpretazione amministrativa a produrre, caso per caso, la trasformazione. Il potere si verticalizza, si tecnicizza e diventa ancora più difficile da sottoporre al controllo democratico.

Dall’orizzonte del governo urbano scompaiono così funzioni essenziali per una comunità di uomini e donne: gli spazi pubblici, i servizi, la riduzione delle diseguaglianze, il diritto degli abitanti a determinare il futuro dei propri quartieri. La città diventa, in modo più violento che nel passato, funzione del mercato e della rendita. È lo stesso diritto alla città a essere messo in discussione. Prende forma una città sempre più costruita a misura dei ricchi e dei ceti garantiti, nella quale agli altri viene chiesto di adattarsi, spostarsi o semplicemente scomparire.

È un processo che va ben oltre Catania. Ma per realizzarsi in un territorio concreto ha bisogno di filiere decisionali capaci di unire politica, sapere tecnico, amministrazione e interessi economici. A Catania questa filiera ha oggi nomi precisi: Enrico Trantino, Paolo La Greca, Biagio Bisignani. Ma di questo ci occuperemo più avanti.

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