A cinquant’anni dal disastro di Seveso, con le parole di Emilio Molinari

In occasione del 50° anniversario del disastro di Seveso, vi riproponiamo questo testo tratto da “La fabbrica, la politica, i beni comuni”, libro autobiografico di Emilio Molinari, ambientalista comunista, in quegli anni consigliere d’opposizione in Regione Lombardia. Il libro è edito da Red Star Press.


Ricordate la nube tossica sprigionata dalla fabbrica Icmesa di Seveso? Nel 1976 Seveso fu la nostra Bhopal, senza visibili vittime. Oggi di nubi come Seveso ce n’è una alla settimana nei dintorni di Milano, Pavia, Brescia. Ma ci siamo abituati e l’Arpa come sempre dice: “Chiudete le finestre e state tranquilli, non c’è pericolo”.

Nel 1976 eravamo meno ambientalisti, eppure manifestammo in massa. Le istituzioni stendono una cortina di menzogne ma le smascheriamo e Democrazia proletaria anima i comitati territoriali. Soli, quando avviene l’incidente.

Mario Capanna è l’unica opposizione in Regione Lombardia. C’è Laura Conti, consigliera del Pci, partigiana, medico, protagonista di mirabili interventi ambientali, ma alla fine, quando si tratta di votare, vota come vuole il Pci, ovvero come la maggioranza democristiana-socialista.

Nell’80 subentro a Capanna, c’è Elio Veltri e comunque siamo soli in quella sala. Fuori, i sindacati chimici e i lavoratori Icmesa sono silenti se non ostili alle nostre denunce. Il Pci manifesta la solita doppiezza: stare con il potere e stare con le piazze, condannando sempre la nostra “strumentalizzazione”.

A Seveso nasce l’ambientalismo italiano e pure Legambiente e il Parlamento europeo vota una direttiva ambientale tra le più importanti: la “direttiva Seveso”.

Eredito, a quel punto, la lunga vicenda di Seveso. Nel 1986, il presidente Giuseppe Guzzetti sta parlando in Consiglio regionale. È “sereno”, assicura, parola d’onore, che le scorie del reattore bonificato sono state messe in 41 fusti e portate fuori dai confini italiani, al sicuro, in una discarica tedesca che non si può nominare, lui l’ha verificato direttamente.

Roberto Masciadri mi fa pervenire in aula un biglietto. Arriva dai verdi francesi e mi informa che in quel momento 41 bidoni contenenti la diossina del reattore di Seveso sono stati trovati in Francia abbandonati in un macello dismesso di uno sconosciuto paese francese. Fermo l’intervento di Guzzetti al suo apologetico culmine e lo informo. Guzzetti impallidisce, balbetta, nella maggioranza c’è lo scompiglio, anche il Pci alza finalmente la voce per chiedere “di fare luce”.

Chiedo e ottengo una Commissione d’inchiesta. Sapremo così che la Regione ha affidato il trasporto a un personaggio da film “Vite vendute”, un certo Paringaux, ex legionario d’Algeria.

L’uomo si vanta di avere “ripulito” in segreto nel porto di Marsiglia la nave sulla quale in alto mare aveva bruciato parte del diserbante Orange, usato dagli americani nella guerra del Vietnam. Guzzetti giurò di non aver mai conosciuto Paringaux. L’inchiesta lo smentirà clamorosamente. Erano tempi nei quali, pur dopo tante menzogne, si poteva essere ignorati dalla magistratura, continuare a fare il presidente della Regione Lombardia e diventare poi il potente presidente di Cariplo.

Della bonifica si farà un bel parco, sotto si formerà il percolato di diossina che verrà periodicamente aspirato e messo in sicurezza. Dove andrà a finire? Chi lo farà? Una ditta ultraspecializzata, giura Guzzetti, che lo porta in un sito autorizzato.

Chi controlla la veridicità del presidente? Io ci provo. Una mattina seguo il camioncino sgangherato con una cisterna altrettanto sgangherata che ha appena aspirato il veleno e vedo che finisce nella cascina fatiscente del contadino alla guida. Lui è il titolare della ditta “altamente specializzata” con tanto di autorizzazione della Regione. E il percolato che ha aspirato dove finisce? “Nel fiume Seveso sottostante”, risponde lo specialista. E allora mi faccio un’altra domanda, che dovrebbe farsi una opposizione: dove sono finiti tutti i macchinari e gli attrezzi che sono serviti a fare la bonifica e i carotaggi del terreno inquinato?

“Consigliere Molinari, cerchi nell’ampio giardino di una palazzina abbandonata fuori Seveso, in via Tal dei tali”. Trovata, basta spingere un cancelletto da tempo scardinato e dentro decine di macchinari e di attrezzi abbandonati così come avevano smesso di usarli. Lavati dalla pioggia dai loro veleni. E dentro la palazzina, i carotaggi numerati in mostra sugli scaffali. E trovi l’archivio sanitario degli aborti, delle gravidanze, con nomi e cognomi, tutto sparso per terra. Faccio l’interpellanza, esce un articolo su la Repubblica, in Regione si accende il dibattito. Poi più nulla.


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