Sicilia, l’acqua c’è ma manca chi la sappia gestire: invasi pieni, rubinetti a secco e milioni di euro persi

Parlare di acqua nel pieno della calura estiva può sembrare paradossale ma c’è un paradosso ancora più ingombrante: gli invasi dell’isola, al primo luglio 2026, registrano un livello di riempimento medio intorno al 56% della capacità totale autorizzata, con un volume superiore del 59% rispetto allo stesso giorno del 2025, quasi un record considerato il mese (qui il link dei grafici e della tabella riepilogativa). Le dighe hanno acqua in abbondanza, ma in molte case i rubinetti restano asciutti. A Spartà, nella zona nord di Messina, le famiglie contano i giorni senza acqua. A Canicattì, nell’Agrigentino, il sindaco ha attivato il Centro Operativo di Protezione Civile perché l’acqua è un bene vitale.

Il problema siciliano non è la siccità, paradossalmente, ma l’aridità gestionale dei suoi amministratori. Un’incapacità che causa la dispersione delle risorse idriche dell’Isola tra reti colabrodo, infrastrutture vecchie, ritardi amministrativi, conflitti tra enti e fondi europei persi. La crisi idrica siciliana, quindi, non è dovuta al cambiamento climatico che pure incombe e che colpirà pesantemente e in modo ravvicinato, ma è il risultato di decenni di cattiva programmazione e di una classe dirigente che non è riuscita a trasformare le risorse disponibili in un servizio efficiente o, quantomeno, decente.

A Messina l’ultima emergenza è esplosa nella zona nord della città per una serie di guasti elettrici che hanno bloccato gli impianti di Corsari e dei serbatoi collegati, lasciando senz’acqua Spartà, Acqualadroni, Calamona, San Saba, Rodia e Piano Torre. La risposta è stata quella delle autobotti e dei punti di distribuzione pubblica, una soluzione più vicina a una gestione emergenziale, in cui prolifera la speculazione e il malaffare, che a quella di una città europea in grado di gestire correttamente il proprio territorio.

Ma a Messina il problema viene da lontano. Nel settembre 2024 il Comune aveva dichiarato non potabile l’acqua di tutta la città dopo l’immissione in rete di pozzi privi dell’idoneità sanitaria. L’ordinanza è rimasta in vigore per otto mesi, durante i quali cittadini, attività commerciali e strutture pubbliche hanno continuato a pagare un servizio dichiarato inadeguato.

La vicenda è emersa soprattutto grazie al Comitato “Vogliamo l’acqua dal rubinetto!”, che ha raccolto documentazione, promosso iniziative pubbliche e presentato un esposto alla Procura. I controlli dell’Asp hanno evidenziato 38 campionamenti non conformi tra gennaio e settembre 2024, con problemi legati a torbidità, cloro e presenza di batteri coliformi in diversi quartieri periferici della città. Sebbene vi sia stata una grave carenza di trasparenza e controllo sugli atti amministrativi, i cittadini organizzati hanno evidenziato che la Corte di Cassazione, in un caso simile, ha stabilito che la fornitura di acqua non potabile costituisce una violazione contrattuale e dà diritto al rimborso. A Messina, però, quel principio deve ancora tradursi in un diritto concreto, sebbene a forza di fumose promesse e concrete clientele sia stato rieletto lo stesso Sindaco.

E mentre la città di Messina fatica a garantire acqua ai cittadini, si apre il nodo del Ponte sullo Stretto i cui cantieri potrebbero richiedere oltre 5 milioni di litri d’acqua al giorno, risorsa che dovrebbe provenire dagli stessi pozzi individuati per affrontare le crisi idriche del territorio messinese. In una rete dove oltre metà dell’acqua si perde prima di arrivare ai rubinetti, il rischio è quello di una competizione tra esigenze per un’opera inutile e dannosa e il diritto dei cittadini ad avere l’acqua dal rubinetto. Del resto, i numeri sono impietosi, solo il 34% dei messinesi avrebbe un’erogazione continua dell’acqua. In molte zone della città l’acqua arriva poche ore al giorno o a giorni alterni. Anche il grande investimento PNRR da 21,2 milioni di euro destinato alla rete idrica, che avrebbe dovuto ridurre perdite e inefficienze, non ha ancora prodotto risultati.

Ad Agrigento la crisi assume una forma diversa ma altrettanto grave. Qui l’acqua è diventata il terreno di uno scontro tra chi vuole privatizzare, usando l’acqua come strumento di pressione economica e chi pensa debba rimanere un bene comune, gestito in maniera pubblica e distribuito in maniera equa. Siciliacque, privatizzata al 75%, e gestore delle forniture all’ingrosso, ha ridotto le erogazioni ad AICA, la società pubblica che gestisce il servizio idrico in 42 comuni della provincia, a causa di un debito accumulato di circa 25 milioni di euro, dovuti in grande parte dal mancato pagamento di alcuni Sindaci che, a loro volta, vorrebbero privatizzare AICA.

È evidente che Siciliacque utilizzi la disponibilità dell’acqua come leva economica, subordinando la continuità del servizio alla capacità di pagamento di AICA. Una logica che entra in contrasto con la natura stessa dell’acqua, che non può essere trattata come una merce qualsiasi. Questo, ovviamente, non significa assolvere AICA da ogni responsabilità. La gestione pubblica dell’acqua rappresenta una scelta da difendere con forza, ma il carattere pubblico della società non può diventare un lasciapassare per inefficienze e ritardi. Il consiglio di amministrazione di AICA deve essere giudicato sui risultati concreti: sulla riduzione dei turni di erogazione, sulla manutenzione delle infrastrutture, sulla capacità di diminuire le perdite e garantire un servizio adeguato ai cittadini. Tuttavia, i Comuni hanno una grave responsabilità nella crisi. I ritardi nei pagamenti e i Comuni morosi devono essere chiamati a regolarizzare la propria posizione e devono essere introdotti strumenti efficaci per evitare che le inefficienze degli enti ricadano sull’intero sistema.

Il punto centrale resta uno: l’acqua è un diritto fondamentale e un bene vitale. La crisi agrigentina non è una conseguenza inevitabile della natura o della scarsità della risorsa. È una crisi politica e gestionale, ma manca una strategia capace di mettere al centro il diritto dei cittadini.

Dietro le emergenze di Messina e Agrigento c’è però un problema regionale più ampio: la Sicilia ha avuto a disposizione miliardi per modernizzare il sistema idrico, ma spesso non è riuscita a trasformarli in opere realizzate. Nel 2021, nell’ambito del PNRR per la resilienza dell’agrosistema irriguo, la Regione aveva presentato 63 progetti. Nessuno è stato ammesso al finanziamento. Oltre 400 milioni di euro destinati alla Sicilia sono stati persi perché le proposte non rispettavano i criteri richiesti.

La Corte dei Conti ha fotografato una situazione strutturale: molte delle grandi dighe siciliane non sono pienamente operative, l’età media degli impianti è elevata, le perdite delle reti superano il 50% e in alcune zone arrivano vicino al 70%. Il sistema soffre per la frammentazione delle competenze, la carenza di personale tecnico e la lentezza nella realizzazione degli interventi. Anche i nuovi fondi rappresentano una sfida difficile. Il rischio è che la Sicilia continui a ricevere risorse senza riuscire a trasformarle in infrastrutture funzionanti.

Nel frattempo, avanza anche il progetto di privatizzazione del servizio idrico messinese attraverso Messinacque Spa. La grande ombra che continua ad allungarsi sulla gestione dell’acqua è quella degli interessi economici e politici che puntano a trasformare un bene essenziale in una fonte di profitto, facendo pagare ai territori e ai cittadini il costo della sete di acqua. È ormai evidente, infatti, che l’ingresso dei privati nella gestione dei servizi idrici rischia di tradursi in un aumento delle tariffe, una forma di tassazione indiretta scaricata sulla collettività, in aperto contrasto con la volontà espressa dalla maggioranza degli italiani nei Referendum del 2011, quando si scelse chiaramente per una gestione pubblica dell’acqua, sottratta a logiche privatistiche.

Nonostante la calura e la siccità incombente, la Sicilia non è una regione senz’acqua. È una regione dove l’acqua viene persa, sprecata o amministrata male. Gli invasi sono pieni, i fondi esistono, le infrastrutture possono essere migliorate. Quello che manca è una classe dirigente capace di programmare, spendere le risorse e garantire un diritto fondamentale come l’acqua.

L’emergenza idrica siciliana è una crisi di classe dirigente che andrebbe spazzata via al più presto prima che l’incapacità, il clientelismo e le logiche di malaffare, affondino un’intera Isola.

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