Da Roma a Parigi, da Bruxelles a Lisbona, passando per Sofia, Berlino e Atene: il Vecchio Continente trema. Non parliamo di vertenze sindacali settoriali né di fiammate isolate destinate a spegnersi in fretta. Qui c’è qualcosa di diverso, una vera insorgenza sociale che in questo autunno 2026 ha riportato centinaia di migliaia di persone in piazza. Il messaggio arriva chiaro dal basso, sfonda il muro di gomma della propaganda ufficiale: i popoli europei non intendono più farsi macellare socialmente in nome delle politiche belliciste, dell’inflazione da speculazione, dei piani di riarmo decisi dagli autocrati di Bruxelles e dai governi nazionali. A questo punto la neutralità non è più un’opzione praticabile: schierarsi senza riserve con queste rivolte giovanili e popolari resta l’unica posizione sensata, moralmente e politicamente.
La grande ipocrisia dell’austerità selettiva, quando giovani e lavoratori si ritrovano insieme
Al centro di questa stagione di lotta c’è una ricomposizione straordinaria: le nuove generazioni e il mondo del lavoro, salariato e precario, che tornano a camminare fianco a fianco. Per anni ci hanno ripetuto, come un mantra tecnocratico, che “non ci sono soldi”: niente risorse per assumere medici e infermieri in ospedali al collasso, niente fondi per le scuole da messa in sicurezza, niente per rialzare salari erosi dal carovita o garantire il diritto allo studio e all’abitare.
Quella menzogna oggi è crollata sotto il suo stesso peso. Basta guardare a programmi come ReArm Europe, 800 miliardi di euro, e a bilanci militari che si mangiano oltre il 2% del PIL — ottenendo con un tratto di penna deroghe al Patto di Stabilità che venivano negate con ferocia alla spesa sociale. Studenti e lavoratori hanno capito il trucco: i soldi c’erano sempre stati, solo che le élite preferivano sottrarli al benessere collettivo per riversarli nei bilanci dei colossi degli armamenti, di cui evidentemente ricevono “benefici”.
E le piazze hanno risposto, unendo le lotte una all’altra.
In Francia quasi mezzo milione di liceali blocca gli istituti contro la selezione classista di Parcoursup e lo smantellamento della scuola pubblica, saldandosi con le mobilitazioni operaie della CGT e con chi protesta per il rincaro insostenibile dei carburanti. In Italia la rabbia nata nelle piazze studentesche di Milano, Torino, Bologna e Roma si incontra con gli scioperi generali e i blocchi della logistica, al grido di “Soldi a scuola, sanità e salari, non alle armi”. Lo stesso schema si ripete nei Paesi Bassi, dove gli universitari insorgono contro oltre un miliardo di tagli alla ricerca mentre la difesa riceve bilanci record; in Portogallo, dove una generazione condannata a stipendi da fame e affitti impossibili ha paralizzato Lisbona; in Bulgaria, dove la “Generazione Z” ha costretto il governo a ritirare una legge di bilancio ingiusta. È una gioventù che ha capito tutto, e rifiuta di essere carne da macello economica oggi per diventare carne da cannone domani.
Il volto feroce del potere: arroganza e repressione, stile sudamericano
Private di qualsiasi legittimità sociale, incapaci di dare risposte politiche al crollo verticale del potere d’acquisto, le classi dirigenti europee hanno finito per gettare la maschera democratica. Alla fame di diritti e di pace rispondono soltanto con il ministero della paura e il manganello.
In tutta Europa si vede una torsione autoritaria che fa paura: la gestione dell’ordine pubblico assomiglia sempre più ai metodi delle giunte sudamericane fasciste. Cortei di adolescenti caricati a freddo, gas lacrimogeni usati senza alcuna proporzione, idranti e granate assordanti nelle piazze europee, schedature, arresti preventivi, leggi d’emergenza pensate apposta per criminalizzare chi sciopera, chi fa un picchetto davanti a un magazzino o chi blocca una strada. L’arroganza del potere si misura esattamente qui, in questa sproporzione: zittire con la forza bruta chiunque metta in discussione il dogma della guerra permanente e dei sacrifici sociali a senso unico. Quando uno Stato risponde con la celere a chi chiede istruzione e pane, sta ammettendo, senza dirlo, la propria bancarotta morale.
Un nuovo ’68: schierarsi senza tentennamenti contro chi nega il futuro
Quello che sta incendiando il continente ha la stessa forza storica, culturale e politica di un nuovo ’68 europeo. Come allora, una generazione attraversa i confini e prende parola direttamente, senza intermediari, rifiutando di ereditare un mondo costruito sullo sfruttamento, sulla precarietà esistenziale, sulla logica dei blocchi militari che si fronteggiano.
A chi, dai salotti televisivi o dalle poltrone di governo, punta il dito contro la “radicalità” dei blocchi o le tensioni nelle piazze, bisogna rispondere senza giri di parole, rovesciando l’accusa. La vera violenza, l’unica intollerabile, è quella strutturale che il potere esercita ogni giorno. È violenza tagliare i fondi agli ospedali mentre la gente rinuncia a curarsi. È violenza condannare milioni di giovani al lavoro povero, all’impossibilità di costruirsi una vita propria. È violenza criminale dirottare centinaia di miliardi pubblici verso strumenti di morte e distruzione, ipotecando così il destino ecologico, economico e umano di chi verrà dopo.
Chi oggi si ribella nelle scuole, nelle università, nelle fabbriche e sulle strade d’Europa sta semplicemente esercitando una legittima difesa collettiva. Stiamo e staremo dalla parte di questi ragazzi, di questi lavoratori: perché quando la legge del profitto e della guerra diventa la norma, ribellarsi non è più una scelta. Diventa un dovere storico, civile, umano. Imprescindibile.
Il fallimento di queste politiche dei governi e delle finte opposizioni è oggi il verbo vero di questa crisi strutturale, e chi pensa che questa crisi si risolva dentro un quadro bipolare nello stesso sistema di potere, non solo non ha capito nulla ma racconta barzellette che non fanno ridere più nessuno.