Con la promulgazione della nuova legge elettorale “truffa” inizia la “terza Repubblica”, come trionfalmente ha commentato Donzelli di FdI.
Quella, cioè, intende, che nasce contro la Costituzione.
La legge, infatti, tenta di modificare, attraverso il sistema elettorale, gli equilibri della forma di governo parlamentare. Una profonda regressione costituzionale è nascosta dentro una legge ordinaria, senza le procedure della revisione costituzionale. E’, questo, un elemento decisivo nella costruzione del neoliberismo autoritario. Partiti democratici e sindacati avrebbero dovuto fare le barricate, come fecero le opposizioni contro la “legge truffa”. Esso si aggiunge all’attacco all’unità della Repubblica, con le preintese Calderoli ancora in discussione, nel percorso distruttivo della autonomia indifferenziata (non dimentichiamolo!) e alla cosiddette “leggi sicurezza”, a cui si aggiungono la mistificazione della “legge antisemitismo” e della limitazione numerica dei bambini migranti nelle aule scolastiche (credo sia una legge razziale vera e propria).
Viene represso e prevenuto il conflitto, perché il governo teme che il dissenso e il disagio sociali possano avere uno sbocco radicale. Spagna, Francia, le rivolte giovanili in atto indicano fiammelle di un clima che si arroventa su temi strutturali e sistemici (diritto all’abitare, diritto allo studio, no al riarmo, tassazione dei grandi patrimoni e profitti). Così come New York, Manchester, Berlino, Saint Denis, Graz, tanti altri comuni, sono segnali di un conflitto nuovo che tenta di recuperare uno “spazio pubblico” e di autogestione. Il capitale riduce, ovviamente, la democrazia costituzionale a mero meccanismo di governo.
La cosiddetta “democrazia decidente”, alla quale sin dal referendum Segni e dal “veltronismo” ci siamo opposti, rovescia il rapporto parlamento/governo e abbatte l’orizzonte del pluralismo. E’ la “democrazia del capo”, che delega al vertice la decisionalità assoluta. Un “cesarismo regressivo”, come lo descriveva Gramsci.
Le leggi elettorali, per normativa internazionale e per prassi, non possono essere imposte, dalle maggioranze di governo, a ridosso del voto, in base ai sondaggi pre/elettorali, come percorso più facile per la vittoria.
Dove sono la sovranità popolare dell’articolo1 della Costituzione e l’eguaglianza dell’articolo 3, della Prima Parte, sacra, della Costituzione, oltre agli articoli, specifici, come il 48, che obbliga ad un voto “personale ed uguale , libero e segreto”?
La legge Meloni, quindi, configura una sorta di golpe istituzionale: le elezioni mascherano lo svuotamento della democrazia. I profili di incostituzionalità, su cui stiamo , come Giuristi Democratici, già preparando i ricorsi, sono molti. Ricordo solo i principali. Sono incostituzionali le liste bloccate insieme ad un forte premio di maggioranza su base nazionale. La sentenza della Corte Costituzionale del 2014 prescrive che le liste bloccate devono riguardare solo una parte dei seggi e il numero dei candidati deve essere così ridotto “da garantire l’effettiva conoscibilità”. Il principio è evidente: gli elettori devono poter scegliere chi li rappresenta.
La legge Meloni è una truffa. A proposito: credo che il Presidente della Repubblica avrebbe fatto bene, mi permetto di dire, a non promulgare la legge, per palese e consapevole incostituzionalità. So bene che il Presidente non lo ha fatto perché aveva esercitato la “moral suasion“, intervenendo nel corso della costruzione della legge sul governo per limare le norme abnormi. Ma non convince me e molti altri giuristi il metodo in quanto tale, perché permette ad un signore come La Russa di dire che il Presidente ha partecipato, di fatto, alla stesura della legge.
Non ci resta che discutere in sede di Corte Costituzionale. Speriamo in tempi brevi. Non vorremmo, infatti, votare con una legge che, dopo il voto, viene dichiarata incostituzionale. Sarebbe una beffa.
Vedo un secondo, abnorme, profilo di incostituzionalità. Riguarda il delicato intreccio tra Presidenza della Repubblica e Presidenza del Consiglio. La legge Meloni impone alle coalizioni di indicare la persona preposta. Ma la norma incide in maniera decisiva sulla prerogative costituzionali del Capo dello Stato. Gli articoli 92 e 67 della Costituzione, infatti, assegnano al Presidente della Repubblica il compito di presentare il nome del Presidente del Consiglio dopo consultazione parlamentare. Meloni cela, quindi, una norma che porta al premierato, truccando. La Meloni ha compreso, infatti, dopo la sconfitta nel referendum sull’autonomia della giurisdizione, che non poteva tentare di approvare direttamente il premierato con revisione costituzionale, perché avrebbe perso anche il nuovo referendum , essendo forte e duraturo l’amore per la realizzazione e la difesa della Costituzione anche tra ragazze e giovani. La Meloni ha nascosto la revisione costituzionale dentro una legge ordinaria.
Possiamo, a questo punto, sperare nel giudizio della Corte Costituzionale. Ma, soprattutto, nei movimenti, nella lotta di classe.