Elisabetta Grande insegna Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte orientale. Da oltre un ventennio studia il sistema giuridico nordamericano e la sua diffusione in Europa. Ha pubblicato, da ultimo, Il terzo strike. La prigione in America (Sellerio, 2007) e Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (Edizioni Gruppo Abele, 2017)
Alberto Deambrogio: Elisabetta Grande, tu hai spesso analizzato come il sistema statunitense colpisca selettivamente le minoranze e i poveri. In che modo questa storica iper-punitività si sta trasformando in uno strumento di mobilitazione? La rabbia dei movimenti per i diritti civili può davvero saldarsi con strati sempre più socialmente dolenti in un fronte comune capace di scardinare il consenso populista?
Elisabetta Grande: Alle elezioni del 2024 gli strati più poveri della popolazione statunitense avevano individuato in Trump, e nella sua presidenza, una possibile soluzione al furto perpetrato ai loro danni da tutti gli schieramenti politici nei precedenti 40 anni. Mentre la ricchezza del paese cresceva, infatti, la fetta di cui la metà della popolazione più povera poteva disporre si era vieppiù ridotta a favore dell’1 per cento dei più ricchi. Il numero dei senza tetto era drasticamente aumentato, nonostante il 50 per cento di loro lavorasse, a volte addirittura con doppio impiego. La fatica del 60 % (se non di più) della popolazione che viveva paycheck to paycheck, ossia senza mettere mai nulla da parte e con il terrore di ricevere lo stipendio anche soltanto con una settimana di ritardo per l’impossibilità di far fronte ai propri debiti, si era tradotta nella speranza che un presidente eversivo potesse laddove neppure Obama era riuscito a intervenire. “Solo un pazzo” aveva detto il noto podcaster Joe Rogan, “può cambiare le cose”, interpretando il pensiero dei molti che avevano poi spostato il proprio voto su Trump. A distanza di poco più di un anno dal suo insediamento alla Casa Bianca la situazione per i più deboli è tutt’altro che migliorata: l’offerta dei posti di lavoro è costantemente diminuita, l’aumento degli stipendi ha subìto una decrescita, mentre l’inflazione -che si prospetta galoppante per via della guerra in Iran- insieme ai tagli all’ultimo welfare previsti con il Big Beautiful Bill (furbescamente fatti decorrere successivamente alle elezioni di mid-term di quest’anno) fanno prevedere un tracollo per la maggioranza degli americani. Nessuna spia è più evidente della sempre più intensa apertura di centri per la vendita del proprio plasma in zone che prima ne erano prive: quelle della classe media, che ormai non esiste più. Secondo i dati dell’Americans for Tax Fairness, nel solo 2025 però i miliardari americani hanno visto crescere la loro ricchezza di circa un trilione e mezzo. E’ questa esplosiva situazione economica e sociale che -combinata con la rabbia per gli attacchi indiscriminati, in particolare nelle città Dem, delle squadracce dell’ICE contro migranti e cittadini, in violazione tanto delle minime garanzie costituzionali quanto degli ordini delle Corti- potrebbe finalmente dar luogo a una reazione collettiva lontana dal populismo che aveva sostenuto Trump nel 2024. Lo scollamento della base MAGA dalla sua élite miliardaria, ormai smascherata come truffaldina, mi pare ne sia il primo segnale.
A.D.: Di fronte a un potere centrale che spinge a deportazioni di massa e deregulation selvaggia, le grandi metropoli e alcuni stati (come la California) stanno diventando veri e propri contropoteri legali. Questa frammentazione del diritto interno può rappresentare un limite strutturale per l’agenda di Trump, soprattutto ora che la guerra in medio oriente sta andando male per gli USA? Gli accenni di vera e propria guerra civile si possono secondo te allargare sino a diventare endemici?
E.G.: Lo scontro fra un centro, in cui l’esecutivo – con la compiacenza del Congresso e (troppo spesso, seppur per ora in via interlocutoria) della Corte Suprema- si è arrogato i pieni poteri, e la periferia è più forte che mai. Alle vere e proprie dichiarazioni di guerra pronunciate da Trump contro le città e gli Stati democratici e ai suoi rastrellamenti a tappeto di migranti e non, hanno infatti opposto una fiera resistenza non soltanto le amministrazioni statali e locali e i cittadini che sono scesi in piazza in massa per protestare. Assai spesso anche i giudici federali inferiori e i giurati dei gran giurì hanno avversato le deportazioni indiscriminate e l’esercizio dell’azione penale da parte dell’amministrazione centrale nei confronti di chi si è opposto alla brutalità degli agenti dell’immigrazione o addirittura nei confronti di chi ne ha subìto gli abusi. “Un voto contrario al rinvio a giudizio da parte di un gran giurì era praticamente sconosciuto fino all’Operation Midway Blitz,” aveva scritto qualche tempo fa un giudice di distretto di Chicago. “L’ultimo -e l’unico- che il tribunale ricordi risaliva agli inizi di questo secolo. Poi, negli ultimi due mesi, se ne sono verificati almeno tre.” Le violazioni da parte del Dipartimento di Giustizia agli ordini delle Corti federali inferiori, che tutelano i diritti dei migranti, sono poi all’ordine del giorno, creando rabbia, sdegno e scompiglio presso i corrispondenti giudici e mancanza di fiducia da parte loro nei confronti dei pubblici accusatori federali. Anche in questo caso si tratta di eventi senza precedenti! I legislatori statali hanno, infine, fatto passare normative volte a consentire ai giudici statali di assumere giurisdizione sugli agenti federali dell’ICE, che l’amministrazione Trump ha invece dichiarato immuni da ogni responsabilità, preparando così il terreno per un duro braccio di ferro. E’ un inedito quadro conflittuale fra le istituzioni centrali (siano esse il governo federale, i suoi agenti, il Congresso o la Corte Suprema) e gli attori locali periferici (ovvero i sindaci, i governatori di stato, i giudici federali di distretto o financo di circuito e la gente comune) che fa presagire uno scontro sempre più aspro in vista di un voto di mid-term che Trump a dichiarato di voler “nazionalizzare”.
A.D.: Mentre Trump tenta di parlare alla classe lavoratrice attraverso il protezionismo, stiamo assistendo a una rinascita del sindacalismo militante che critica duramente il modello neoliberista sostenuto sia dai repubblicani che da moltissimi democratici. Questo nuovo protagonismo del lavoro può essere una via diversa in grado di sottrarre a Trump il monopolio della protesta anti-élite, nonostante la torsione notevole del sistema giuridico americano a favore delle grandi corporation?
E.G.: Per quanto se ne dia assai poco conto sui media mainstream, le sindacalizzazioni negli Usa continuano con successo, così come si moltiplicano gli scioperi per migliorare le condizioni lavorative. Si protesta nel comparto sanitario, nel settore infermieristico o in quello scolastico, mentre in Colorado è in corso il primo sciopero da quarant’anni a questa parte dei lavoratori della lavorazione della carne. I sindacati fanno anche causa all’amministrazione Trump che, per rimediare alla mancanza di lavoratori nel settore agricolo dovuta alle sue sconsiderate deportazioni di massa, ha pensato bene di aumentare il numero di lavoratori stagionali in entrata, ma ne ha diminuito il minimo salariale. Sono lotte sempre più sentite, che nuovamente alimentano il conflitto fra base e vertici, laddove oggi i lavoratori non trovano più nessun appoggio in un NLRB trumpizzato. Traditi dalla promessa elettorale di un ritorno dell’industria manifatturiera, che con i dazi non ha guadagnato bensì perso posti di lavoro, essi sembrano finalmente orientarsi verso la ricerca di strade alternative al modello capitalistico avanzato per modificare uno status quo che oggi, più che mai, mortifica il lavoro per premiare il “prenditore” corporate.