Venezuela, in difesa di Delcy Rodriguez contro le distorsioni mediatiche USA-UE. Intervista a Geraldina Colotti

I tentativi di guerra mediatica e di disinformazione contro il Venezuela dimostrano ancora una volta la volontà degli USA di plasmare il mondo a loro immagine e somiglianza, facendo credere che la politica interna del Venezuela – con il governo di Delcy Rodriguez – sia diventata subordinata agli Stati Uniti. A smontare queste distorsioni e manipolazioni mediatiche è Geraldina Colotti, giornalista, scrittrice, saggista e analista geopolitica, nonché militante politica reduce del Sessantotto e degli anni di contestazione che ne conseguirono. Classe ’56, ligure di Ventimiglia, ha vissuto a lungo a Parigi ed oggi vive e lavora a Roma. Firma de il Manifesto fino al 2017, dirige l’edizione italiana del mensile di politica internazionale Le Monde Diplomatique. Di formazione filosofica, ha pubblicato libri per ragazzi, raccolte di racconti e di poesie, romanzi e saggi. Insieme a Marie-José Hoyet ha tradotto dal francese due libri di Édouard Glissant, Tutto-mondo (Edizioni lavoro), e La Lézarde (Jaca Book). Nel libro Louis Massignon, Rifugiati europei e migrazioni internazionali (edizioni degli animali – www.edizionideglianimali.it, 2017) compare un suo scritto dal titolo “No Border”. Latinoamericanista, scrive per diversi quotidiani e riviste internazionali ed ha seguito la Rivoluzione Bolivariana in Venezuela fin dagli albori, pubblicando moltissimi articoli, libri e saggi sull’argomento tra cui Talpe a Caracas, tradotto in diverse lingue, e Dopo Chávez. Per le edizioni Clichy ha pubblicato Oscar Arnulfo Romero, beato fra i poveri. È corrispondente per l’Europa di Resumen Latinoamericano e del Cuatro F, la rivista del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Fa parte della segreteria internazionale del Consejo Nacional y Internacional de la Comunicación Popular (CONAICOP), delle Brigate Internazionali della Comunicazione Solidale (BRICS-PSUV), della Rete Europea di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e della Rete degli Intellettuali in Difesa dell’Umanità.

L’economia del Venezuela nel 2025 sembrava vivere una stagione di rinnovato slancio, con numeri che portavano il Paese sudamericano ai livelli di crescita più alti del continente americano. Nel primo semestre del 2025, il Prodotto Interno Lordo (PIL) è aumentato del 7,71%, segnando il diciassettesimo trimestre consecutivo di espansione. Un dato che ha infastidito gli USA?

Sì, senza dubbio. La crescita del 7,71% nel primo semestre del 2025 non è stata solo un successo economico, ma una sfida geopolitica: così come, durante i governi di Chávez, l’aver raggiunto i primi Obiettivi del millennio della Fao nella metà del tempo previsto, ha scatenato la furia dell’imperialismo che, con il decreto del democratico Obama, alla morte del Comandante ha definito il Venezuela una “minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza degli Stati uniti”, aprendo la strada al feroce blocco economico-finanziario che dura ancora. Segnando il diciassettesimo trimestre di espansione consecutiva, e nonostante anni di “sanzioni”, il Venezuela ha dimostrato che è possibile sconfiggere il blocco economico criminale (le misure coercitive unilaterali) attraverso la diversificazione produttiva. Questo slancio ha “infastidito” ulteriormente Washington e l’estrema destra venezuelana e latinoamericana, perché ha distrutto la narrativa dello “Stato fallito”, dimostrando che il socialismo bolivariano, pur sotto assedio, può generare benessere: e dunque che non è il socialismo in tutte le sue forme ad essere fallito, ma il modello capitalista imperante. 

Il 3 gennaio 2026 gli USA, attraverso l’Operazione Absolute Resolve, hanno attuato un’aggressione imperialista contro il Venezuela sequestrando illegalmente – contro le norme del diritto internazionale – il legittimo presidente Costituzionale Nicolas Maduro Moros con la scusa del “narcotraffico” e “narcoterrorismo”. Oggi è lo stesso Dipartimento di Stato USA che nega l’esistenza del fantomatico Cartel de los Soles, cambiando il capo d’accusa verso Maduro…

Il sequestro del Presidente Maduro, il 3 gennaio 2026, è un atto di pirateria internazionale che calpesta la Convenzione di Vienna e viola tutte le leggi internazionali. L’uso strumentale del “narcotraffico” è un vecchio copione coloniale (già usato contro Noriega quando non è stato più sottomesso agli Usa, per giustificare l’aggressione del paese). Il fatto che oggi il Dipartimento di Stato neghi l’esistenza del Cartel de los Soles — un’invenzione mediatica usata per anni per demonizzare la FANB e i dirigenti bolivariani — dimostra che le accuse erano solo un paravento per giustificare l’aggressione e tentare di decapitare la Rivoluzione Bolivariana. Segnalo la traduzione del romanzo di Miguel Otero Silva, Case morte, edito da Argolibri. Nella nota finale, racconto l’origine di questa fake-news, che ha portato all’esproprio dei locali di El Nacional e alla nascita dell’Università Internazionale della Comunicazione (LAUICOM), diretta dalla rettora e giornalista Tania Díaz, che ha smascherato quella falsa notizia.

Durante il rapimento gli agenti della DEA hanno ucciso 32 soldati cubani ed hanno sparato a sangue freddo contro le guardie del corpo presidenziali. Come è stato possibile e soprattutto perché la comunità internazionale, oltre ai proclami a mezzo stampa, non è intervenuta e non ha fermato Trump?

L’uccisione dei 32 soldati cubani e delle guardie presidenziali, donne e uomini, è un crimine di guerra. La comunità internazionale è rimasta in gran parte silente a causa del ricatto economico di Trump e di una struttura ONU paralizzata dal veto statunitense come si è visto con il genocidio in Palestina. Molti governi preferiscono i “proclami” alla difesa del diritto internazionale per timore di ritorsioni, permettendo a Washington (e a Netanyhau) di agire come se la forza fosse la fonte del diritto.

A tutti gli effetti si parla della nuova Dottrina Rubio. Il caso di Maduro e l’uccisione di Khamenei dimostrano che se un Capo di Stato estero non piace agli USA, questi si arrogano il diritto di destituirlo o di eliminarlo fisicamente. Non è una esplicita dichiarazione di guerra al diritto internazionale e alla pace? 

Siamo di fronte a una versione aggiornata e brutale della Dottrina Monroe. La “Dottrina Monroe” portata avanti da Rubio a nome dei falchi di Miami non si limita a considerare l’America Latina un “cortile di casa” degli USA, ma applica la logica dell’assassinio mirato e del rapimento di Stato come strumenti ordinari di politica estera. È un tentativo egemonico a padrone unico che si coniuga alla strategia del “grande Israele” che si tenta di imporre in Medioriente. L’eliminazione fisica di leader o il loro sequestro sono dichiarazioni di guerra non solo ai singoli paesi, ma all’aspirazione dei popoli a una pace con giustizia sociale e all’idea stessa di sovranità nazionale. Quelli che oggi plaudono alla “cattura del dittatore Maduro” farebbero meglio a non sentirsi così al sicuro dagli attacchi del pedofilo col ciuffo arancione e del suo cane rabbioso sionista.

Fin da subito si è pensato che il sequestro di Maduro e di Cilia Flores sia stato possibile grazie alla corruzione interna di agenti della FANB avvenuta da parte della CIA, come si è detto per il Generale Tabata. Come è stato possibile? Ci sono stati casi simili anche sotto il governo di Chavez? 

Il tentativo di diffondere notizie false su presunti tradimenti o corruzioni all’interno della FANB — come nel caso dei “rumors” prontamente smentiti dalle apparizioni pubbliche dei vertici militari — è un pilastro della guerra asimmetrica statunitense. Gli USA cercano costantemente di creare una “crepa” virtuale per de-moralizzare il popolo, ma la realtà è che l’Unione Civica-Militare Bolivariana resta il perno della Rivoluzione. Anche sotto Chávez, nel 2002, l’imperialismo cercò di comprare settori delle forze armate, e in parte vi riuscì, ma fu la lealtà della maggioranza degli ufficiali e dei soldati a sconfiggere il golpe. Più che cercare il tradimento e affidarci alle dietrologie, dobbiamo guardarci da un’aggressione mediatica multiforme che non deve convincere, ma seminare il dubbio e la paralisi. Dobbiamo smascherare i meccanismi di una guerra cognitiva che fa del cervello un campo di battaglia, deviando le emozioni e suscitando risentimento contro il bersaglio sbagliato. Occorre, invece, analizzare la serie di attacchi che, in questi anni, sono falliti sistematicamente davanti a una forza armata che ha trasformato la propria formazione ideologica in un baluardo politicamente difficile da espugnare, anche se necessariamente più debole, tecnologicamente e militarmente, della prima potenza mondiale. Detto questo, è impossibile pensare al processo bolivariano come a un insieme granitico e privo di crepe, considerando che la rivoluzione (“una rivoluzione pacifica ma armata”, come diceva Chavez), è basata su un sistema multipartitico e su una democrazia partecipata, che si consolida nella lotta di classe fra interessi contrastanti, e che promette di smontare dall’interno lo stato borghese, aumentando la forza del potere popolare. Una scommessa tutt’altro che scontata e che si dipana in una costante dialettica fra ricerca del consenso e gestione del conflitto.

La Corte Suprema del Venezuela ha nominato Delcy Rodriguez – figura storica del socialismo bolivariano, già Vicepresidenta del Venezuela e Ministra del Petrolio – come Presidente incaricata. Chi è Delcy Rodriguez e quale è la sua storia politica? 

Delcy Rodríguez non è solo una figura giovane, ma sperimentata del chavismo, è il simbolo della continuità rivoluzionaria fra la lotta, anche armata, contro il sistema consociativo della IV Repubblica, e il socialismo bolivariano. Figlia di Jorge Antonio Rodríguez (fondatore della Lega Socialista, accusato di essere un dirigente della guerriglia e morto sotto tortura nella Quarta Repubblica), è cresciuta nella lotta. Già Ministra della Comunicazione, Cancelliera e Vicepresidente, la sua nomina da parte del TSJ è stata un atto di legittimità costituzionale a fronte dell’assenza forzata del presidente. Ai primi tre mesi già trascorsi, ne possono seguire altri tre. È una dirigente solida, capace di unire la fermezza ideologica a una raffinata capacità diplomatica.

Dopo la nomina di Rodríguez, Trump ha fatto di tutto per trasmettere al mondo – supportato dai media mainstream occidentali – la falsa idea di “gestire la transizione democratica in Venezuela”, veicolando l’idea che fosse lui ad aver portato uno “spiraglio di luce democratica al Venezuela”, anche se la verità è che a portare la democrazia in Venezuela è stato Hugo Chávez nel 1998. Ciò ha scatenato la confusione e il caos informativo soprattutto a sinistra, dividendo il movimento internazionalista in sostegno alla Rivoluzione Bolivariana…

Trump cerca di vendere al mondo la farsa della “transizione democratica” per nascondere un atto di aggressione che, mediante il sequestro del presidente, tiene sotto ricatto una nazione. Questo ha generato confusione in settori della sinistra occidentale che, spesso per visione eurocentrica o superficialità (o malinteso dottrinarismo) non distinguono tra la “democrazia partecipativa” nata con Chávez e la “democrazia imposta con le baionette” dagli yankee. Ovviamente, il dibattito è legittimo. È comprensibile chiedersi perché le forze bolivariane non abbiano scelto di immolarsi e di combattere con le armi fino alla fine a fronte di una superiorità bellica e tecnologica rivendicata dallo stesso Trump, che ha detto: “abbiamo impiegato una forza bellica mai usata prima”. Ma è altrettanto doveroso considerare lo stato dei rapporti di forza esistenti a livello continentale dopo il passaggio a destra dei governi latinoamericani come l’Ecuador o il Salvador, che hanno consentito al Comando Sur di entrare nello spazio aereo e marittimo e di uccidere per mesi pescatori nei Caraibi. È necessario considerare che, a seguito di veti incrociati e ricatti ai governi “tiepidi” del continente da parte degli Usa, il Brasile ha impedito l’entrata del Venezuela nei Brics+. Si deve, inoltre vedere che, dopo averlo tentato con l’Iran una prima volta, Trump ha teso una trappola al governo bolivariano, facendo credere al mondo che stava negoziando: giacché l’obiettivo è sempre stato quello di appropriarsi del petrolio, e il governo bolivariano è sempre stato disposto a commerciarlo con chiunque, sempre però in condizioni di sovranità (e va ricordato che le multinazionali Usa se ne sono andate solo per imposizione di Washington dopo l’esacerbarsi delle “sanzioni”). E poi ancora, va considerata la natura pacifica e “gramsciana” del processo bolivariano che punta sulla diplomazia di pace. Sostenere la continuità del governo Rodríguez e accompagnarlo nella duplice lotta per uscire vittorioso da questa porta stretta e al contempo riportare a casa Nicolas e Cilia, implica, da parte dei movimenti internazionalisti d’Europa, assumersi la responsabilità di non aver saputo aprire una breccia rivoluzionaria nei loro paesi, con la stessa abnegazione e sacrificio che oggi richiedono al socialismo bolivariano.

8) Il fatto che Delcy Rodriguez sia stata propensa al dialogo con gli USA è stato spacciato come un “cedimento” ai piedi di Trump ed un “tradimento” dello “spirito di Hugo Chavez” e del presidente costituzionale Maduro. Quest’idea – che ha influenzato anche alcuni ambienti della sinistra radicale – dimentica i ripetuti annunci di Maduro in sostegno a Delcy Rodriguez e soprattutto che il dialogo è il fondamento del messaggio di Chavez e di Fidel Castro: “I principi non sono negoziabili. Con l’imperialismo e tutte le sue sfaccettature non c’è possibilità di negoziazione, solo dialogo.” Come è la Diplomazia Bolivariana di Pace, quando è nata, come funziona e quali risultati ha ottenuto fino ad ora?

Il dialogo intrapreso da Delcy Rodríguez, sempre auspicato e cercato sia da Chávez che da Maduro, oggi è purtroppo un dialogo obbligato e sotto ricatto, un dialogo che avviene in una condizione di feroce asimmetria fra la potenza imperialista che ha sequestrato due massimi dirigenti della rivoluzione, e un paese pacifico che non ha mai aggredito nessuno e che, nonostante la drastica caduta degli introiti a causa delle “sanzioni” ha continuato a finanziare non gli armamenti ma i progetti sociali. Come ha spiegato Lenin e poi anche Chávez e Fidel, dialogare con il nemico non significa negoziare i principi. Questo dialogo ha permesso di mantenere la stabilità e smascherare le intenzioni di Trump davanti al mondo. Chi parla di “cedimento” dimentica che Maduro stesso ha sempre indicato il dialogo come l’unica via per evitare una guerra civile e proteggere il popolo. E che, dopo il colpo di Stato del 2002, è stato proprio Fidel a consigliare a Chavez, prigioniero dei golpisti a Miraflores, di non immolarsi come Allende: perché una ritirata temporanea serve per prepararsi meglio a una nuova vittoria. Detto questo, a fronte della reazione imperialista, scomposta e feroce, di un capitalismo in crisi strutturale, non ci sono ricette precostituite. Serve, certo, fare tesoro del messaggio di resistenza offensiva che viene dall’Iran, da Cuba, e anche dalla rivoluzione bolivariana. E procedere, decisi e decise, verso un cambio strutturale nei paesi d’Europa.

La Modifica alla Legge Organica sugli Idrocarburi ha fatto molto discutere all’interno del fronte che ha sempre sostenuto al Rivoluzione Bolivariana. Si è parlato di “privatizzazioni selvagge” quando in realtà la proprietà del petrolio rimane, per Costituzione, dello Stato venezuelano, il quale può revocare le concessioni qualora si infrangano i patti.

Cosa cambia e cosa non cambia con la modifica a questa legge?

Le critiche sulla “privatizzazione selvaggia” sono infondate e frutto di una lettura errata della modifica alla Legge Organica. La proprietà del sottosuolo rimane inalienabile dello Stato per Costituzione, così come il principio costituzionale secondo il quale la sovranità risiede “in modo intrasferibile” nel popolo. La modifica serve a rendere più agili gli investimenti in un regime di sanzioni, ma lo Stato mantiene il controllo strategico e il potere di revoca. È una flessibilità tattica necessaria per finanziare il sociale, non una svendita neoliberista. Va anche detto che, per la forzata inoperatività in cui erano stati lasciati a causa del blocco economico-finanziario, i pozzi petroliferi e le infrastrutture si erano profondamente debilitati, e il ritorno delle multinazionali a cui si sono offerte, certo, condizioni più agevolate in termini di royalties, è cruciale.

 Il rilascio dei detenuti in Venezuela è stato visto come una “conquista di Trump”, come se avesse lui obbligato il governo bolivariano ad eseguirlo dopo l’aggressione del 3 gennaio 2026. In realtà il governo bolivariano già con Maduro aveva iniziato il rilascio di alcuni detenuti per reati “politici” nel dicembre 2025. Nel 2020 Maduro indisse addirittura un’amnistia per 110 detenuti. Chi erano questi detenuti, chi sono quelli di oggi e cosa ci facevano in Venezuela? Si può continuare a chiamare “dittatura” un governo che sottoscrive una così amplia amnistia? Cosa prevede la Ley de Amnistía para la Convivencia Democrática, approvata all’unanimità dal Parlamento venezuelano? 

Il rilascio dei detenuti, a diverse riprese nel corso del processo bolivariano, prima con Chavez e poi con Maduro, è stata una costante in questi 27 anni. I detenuti erano spesso agenti dell’eversione di destra coinvolti in piani terroristici che in Italia, in Europa sarebbero seppelliti di ergastoli e negli Usa anche mandati a morte. La Ley de Amnistía para la Convivencia Democrática, approvata all’unanimità – che dev’essere esplicitamente richiesta dal detenuto e esaminata in base alle norme previste, che escludono dal beneficio reati e attentati particolarmente efferati – è la prova che il governo bolivariano cerca la convivenza a livello nazionale: per garantire, mediante il controllo politico, la ripresa delle forze in questa difficile fase di negoziazione sotto ricatto. Definire “dittatura” un governo che amnistia i propri oppositori per favorire la stabilità e il re-incontro delle differenze, nel rispetto della dialettica politica costituzionale, è un assurdo logico della propaganda occidentale.

Secondo l’istituto di sondaggi Hinterlaces, nel suo studio più recente chiamato Monitor País, più del 91% dei venezuelani ritiene che Delcy Rodríguez, debba essere sostenuta. Cosa temono gli USA dal governo di Delcy Rodriguez? Perché è importante sostenerla in quanto legittima Presidente incaricata, facente funzioni del legittimo Presidente costituzionale Maduro? 

Il dato di Hinterlaces (91% di sostegno) parla chiaro: il popolo venezuelano vuole stabilità e riconosce in Delcy la guida legittima in assenza di Maduro: un’assenza temporanea, non dimentichiamolo, perché la battaglia per la sua liberazione e per quella di Cilia, sono al centro della resistenza. Gli USA temono la sua capacità di mantenere unito il fronte interno e la sua esperienza internazionale. Sostenerla è fondamentale perché lei, insieme al quadro dirigente del processo bolivariano, rappresenta la diga contro il caos e l’unica figura che può condurre il Paese verso il ritorno del Presidente Maduro, mantenendo integra la sovranità venezuelana. E comunque, se le cose prendessero un altro corso, la parola passerebbe nuovamente alla lotta di classe e all’irruzione del potere popolare. Con Delcy Rodriguez il Venezuela continua a decidere da sé il proprio destino e mantiene la propria sovranità nazionale, seguendo le basi politiche storiche del chavismo. 

Ulteriori informazioni:

https://www.lunadigas.com/archivio/geraldina-colotti-maternita-rivoluzione/
https://www.sinistraineuropa.it/approfondimenti/geraldina-colotti-sul-venezuela-la-stampa-europea-al-servizio-del-golpista-machado/