Domenico Chiarella, professore ordinario di Geologia, Università di Bologna
Alberto Deambrogio: Professor Chiarella, la gestione resiliente del bacino del Po richiede una visione sistemica e transregionale, quasi ‘olistica’, per affrontare siccità ed eventi estremi. Come si concilia questa necessità ambientale con l’avvento dell’autonomia differenziata? Non rischiamo che la frammentazione delle competenze legislative su ambiente e territorio tra diverse Regioni crei una paralisi gestionale, aggravando le fragilità del più grande fiume italiano proprio quando serve massima coesione?
Domenico Chiarella: L’autonomia differenziata mette in luce i limiti di una politica miope sconnessa da una visione d’insieme, sia spaziale che temporale, e figlia di interessi locali. Interessi che hanno il solo risultato di creare ulteriori fratture in un contesto sociale che ha invece bisogno di trovare soluzioni che aiutino chi è rimasto indietro a recuperare e superare le attuali crisi ambientali e politiche. Parlare di confini territoriali e decisioni ristrette a specifiche porzioni di territorio dimostra una chiara ignoranza su tematiche naturali e geologiche. Ignoranza che sembra dilagare nella nostra società, forse perché conoscere significherebbe porsi delle domande e mettere in discussione scelte quotidiane e stili di vita, e sulle cui cause e strategie per invertire questa tendenza narcotizzante sarebbe bene fermarsi a riflettere. Purtroppo ci troviamo in un momento storico e politico in cui comandano solo interessi di mercato. La nostra specie è stata capace di evolversi, fino all’attuale devoluzione, perché ha fatto del vivere insieme la sua forza. L’autonomia porta all’isolamento delle comunità e differenziarsi nell’autonomia significa continuare e seguire logiche del più forte invece che di giustizia ed equità.
A.D.: I cambiamenti climatici ci impongono di riprogettare la difesa del suolo in tempi rapidissimi, eppure la Terra risponde a tempi geologici. Nella pianificazione del territorio lungo il Po, in che modo le istituzioni possono integrare meglio la memoria storica e geologica dei sedimenti fluviali per evitare che le attuali opere di ingegneria d’urgenza si trasformino in futuri fattori di rischio?
D.C.: L’aspetto temporale è fondamentale, ma occorre iniziare a fare la cosa giusta senza pensare se avrà ricadute utili per noi nel breve periodo. Se iniziamo a prenderci cura del nostro pianeta invece che dei nostri interessi, indirettamente avremo sicuramente dei benefici. Secondo alcuni studiosi, gli esseri umani sono per la prima volta una forza geofisica, come quelle che generano terremoti ed eruzioni, in grado di modificare, probabilmente in modo irreversibile, il corso del nostro pianeta. Se lo abbiamo fatto in modo negativo, ottimisticamente possiamo pensare di poter incidere, volendolo, anche in modo positivo per controbilanciare alcuni disastri commessi. Iniziare a studiare la storia e la geologia del territorio in cui viviamo, e le sue interazioni e connessioni a media e larga scala, è fondamentale per fare scelte oculate e vivere in simbiosi e amare l’ambiente piuttosto che volerlo dominare e adattare ai nostri interessi; salvo poi rimanere sorpresi dagli eventi, a volte catastrofici. Conoscenza del territorio, e dei suoi valori e rischi, che per i nostri avi rappresentava un bagaglio importante che ora è largamente ignorato. Capire come il bacino del Po ed il suo Delta hanno storicamente risposto alle azioni antropiche come deforestazioni, prosciugamenti, e opere idrauliche aiuterebbe a comprendere ed anticipare gli effetti. Questo sarebbe già un grande inizio per poter pensare ad un futuro diverso.
A.D.: Quando parliamo di crisi del Po e cambiamenti climatici, l’attenzione pubblica si concentra quasi sempre sulla portata superficiale visibile. Dal punto di vista della gestione del territorio, quali sono le strategie scientifiche più urgenti per mappare e proteggere le ricariche delle falde acquifere sotterranee della Pianura Padana, vero polmone idrico invisibile ma vitale per l’agricoltura e la biodiversità?
D.C.: La riduzione della ricarica delle falde accentuata dall’aumento del verificarsi di eventi estremi che favoriscono il ruscellamento piuttosto che l’infiltrazione, e l’aumento della richiesta di acqua stanno mettendo a rischio questa preziosa risorsa. Recenti studi hanno mostrato come l’irrigazione agricola nei campi contribuisca in modo decisivo a mantenere stabili i livelli delle acque sotterranee, ma la mancanza di acqua da destinare all’agricoltura mostra i limiti di un sistema in sofferenza entrato in un loop.
Lungo il corso del Po ci si scontra con gli effetti di opere ingegneristiche fatte per trasformare aree paludose in agricole. Costruire come proposto altre opere per contenere le risorse idriche in delle banche dell’acqua disposte lungo il corso del fiume in modo da usarle per l’agricoltura potrebbe avere un enorme impatto sul budget totale di sedimento che arriva al Delta del Po – sedimento fondamentale per contrastare la forza del mare ed il suo innalzamento relativo che sta riducendo l’estensione delle spiagge. Di nuovo, si rischia di cadere nel tranello di dare priorità ai nostri interessi invece che al nostro pianeta.
Quello che possiamo fare è investire in ricerca per comprendere la struttura geologica del sottosuolo, monitorare le falde acquifere e comprendere meglio i processi idrogeologici di ricarica, flusso sotterraneo e scarico. Il rischio non è solo quello di esaurire le falde, ma di innescare processi geologici che potrebbero minacciare la sopravvivenze di corpi idrici superficiali importanti sia per l’uomo che per gli ecosistemi. La sfida è ardua, ma non impossibile.
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