Durante il concertone del Primo Maggio a Roma ha fatto discutere che la cantante Delia Buglisi abbia sostituito in Bella ciao la parola “partigiano” con “essere umano”. La motivazione di tale sostituzione, come ha dichiarato ai giornalisti, è stata svecchiare: “Ho voluto cambiare questa parola e rendere quindi il significato semplicemente più universale e non rimanere semplicemente bloccati nel passato. Lo sappiamo già quello che è successo. Cerchiamo di allargare un attimino.”
Delia sui social ha ribadito la sua posizione: “Il partigiano era letteralmente un rivoluzionario che ha preso le armi e si è ribellato. “Essere umano” era per i civili che vengono ammazzati dalle bombe mentre stanno cenando a casa o mentre stanno dormendo con i propri figli. (…) Io prendo una posizione chiara contro chi si arroga il diritto di togliere la vita ad altri esseri umani, oggi e sempre.”
Queste parole – sicuramente dette in buonafede e con innocenza – partono da un errore di fondo, ovvero concepire Bella Ciao come un canto contro la guerra e “partigiano” un soldato in guerra. Non è così. Bella Ciao è il canto dei partigiani che presero in mano le armi con l’esclusivo obiettivo di liberare l’Italia dal fascismo. Non è un canto contro la guerra come altri, è un canto di una parte di popolo che insorge, “prende parte” e lotta per la liberazione. Se si voleva prendere “una posizione chiara contro chi si arroga il diritto di togliere la vita ad altri esseri umani”, si poteva cantare Imagine di John Lennon o altre canzoni importantissime contro la guerra, senza scomodare in modo improprio Bella Ciao e il suo profondo significato.
La diversità è sottile e merita di essere capita poiché la nostra democrazia nasce da questo assunto.
“Vivere significa partecipare e non essere indifferenti a quello che succede” – scriveva Antonio Gramsci su La città futura l’11 febbraio 1917 -, proseguendo con la celebre citazione:
“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. (…) Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”
La parola “partigiano” indica nella sua etimologia più profonda il “prendere parte”, riprendendo in qualche modo la celebre frase di Lenin: “Chi non sta da una parte o dall’altra della barricata, è la barricata”.
La parola “partigiano” significa “parteggiare” e quindi è naturalmente, per sua configurazione, una parola “divisiva” e deve rimanere tale. In questo periodo storico dove l’omologazione fa da padrone, dove dire la propria opinione è visto come un’invadenza del campo pubblico, dove esprimere la propria opinione vuol dire “urtare la sensibilità” di qualcuno, ben vengano le parole “divisive” o presunte tali.
Spesso le parole diventano “divisive” quando non c’è più una cultura e una storia in grado di sostenerle, di fare da pilastro. Perché parole che hanno sempre unito un bel giorno diventano “divisive”? Lo diventano perché cambiano le narrazioni, perché cambiano le allusioni e le percezioni storiche. Non tanto perché nascano dal nulla, ma perché riemergono e riaffiorano dalla memorialistica tramandata di generazione e di generazione nel sottobosco di una nazione che non ha mai fatto i conti con il proprio passato.
Questo passato è proprio il ventennio fascista e la storia della Resistenza che portò alla liberazione il 25 aprile 1945.
Queste narrazioni sul “25 aprile divisivo” sulla “Bella Ciao divisiva” sulla parola “partigiano divisiva” sono frutto non tanto della storia, quando della memoria che gli italiani hanno mantenuto e raccontato fuori dalle dinamiche di oppresso-oppressore analizzate dagli storici.
Sono frutto della microstoria che continua ad essere raccontata negli ambienti domestici di moltissime famiglie italiane. C’è chi racconta che la Resistenza ci ha liberato dal fascismo (famiglie storicamente antifasciste) e c’è chi racconta che la Resistenza ha ucciso un sacco di italiani (famiglie storicamente legate all’esperienza fascista). C’è chi racconta che “il fascismo ha fatto anche cose buone” (famiglie storicamente fasciste) e c’è chi racconta che il fascismo ha represso le libertà politiche, civili, sindacali e sociali e ci ha trascinato nella Seconda Guerra Mondiale (famiglie storicamente antifasciste).
Queste narrazioni vivono nel tessuto sociale italiano dal 25 aprile 1945 e smentiscono una volta per tutte – questo sì positivamente – la retorica antifascista istituzionale che vorrebbe il 25 aprile un “giorno di liberazione e di unità nazionale”. Ciò era stato già smentito dal grande storico, accademico e partigiano Claudio Pavone che nel suo saggio emblematico Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, divenne celebre per aver accolto nel mondo accademico la denominazione di “guerra civile” per gli anni 1943-1945.
Il 25 aprile non è mai stato nella memoria degli italiani un “giorno di liberazione e di unità nazionale”. Questa accezione è stata accettata solo da chi voleva buttarsi tutto alle spalle e ricominciare una nuova vita, ma non fu una narrazione dominante.
Il 25 aprile fu il culmine di una “guerra civile”: da una parte i fascisti e le rispettive famiglie e dall’altra le brigate partigiane e le rispettive famiglie di sostegno. Certo che il 25 aprile è stato ed è divisivo: non è mai stato accettato da coloro che dal 25 aprile 1945 sono usciti sconfitti. Certo che Bella ciao e la parola partigiano sono divisivi: non sono mai piaciuti a chi non parteggiava da quella parte della storia.
Ma la storia andò molto diversamente. Sebbene oggi si racconti che i partigiani furono “vittoriosi”, come se fossero riusciti a prendere il potere, in realtà vennero messi all’angolo. Una volta proclamata la democrazia, i partigiani si ritrovarono a essere una minoranza vittoriosa vivendo in una condizione di perdenti. Nella narrazione comune, la Resistenza era vista come corpo estraneo all’idea di “nazione”, dando adito a interpretazioni revisioniste.
Le riflessioni dei partigiani comunisti rivoluzionari sulla Resistenza tradita iniziarono a maturare proprio quando, tra il 1945 e il 1946, anni in cui la pubblica sicurezza era gestita dai partigiani (cosa non tollerata dagli Stati Uniti soprattutto se questi erano comunisti), si iniziò a porre il problema del reinserimento dei reduci partigiani. Molti vennero perseguitati e visti dall’opinione pubblica come un vero e proprio pericolo sociale e politico. A differenza di quanto si possa pensare oggi, la maggior parte degli italiani non si riconosceva nei motivi e nei valori della Resistenza antifascista e molti combattenti dell’esercito della Repubblica Sociale italiana, ultima branca del fascismo collaborazionista, erano considerati legittimi combattenti dalla “parte sbagliata”, mentre i partigiani non avevano avuto questo riconoscimento ed erano stati processati dalle istituzioni democratiche italiane, che loro stessi aveva contribuito a creare, per fatti di guerra risalenti al periodo tra 1942 il 1943. Ci furono espulsioni, allontanamenti e marginalizzazioni dei partigiani anche da parte delle amministrazioni dello Stato, che causarono una forte frustrazione.
Il “processo alla Resistenza”, riferito alle persecuzioni fisiche e giudiziarie nei confronti del reducismo partigiano fu al centro di un dibattito interno al Partito Comunista Italiano, organizzazione che più di tutte contribuì alla lotta partigiana anche dal punto di vista militare. A metà 1946, a più di un anno dalla Liberazione, il governo non aveva ancora preso alcun tipo di provvedimento per il riconoscimento dei diritti dei partigiani e delle famiglie dei caduti. ll reinserimento dei partigiani, dei reduci e degli ex-internati nel mondo del lavoro, l’erogazione di pensioni alle famiglie dei caduti, il riconoscimento del periodo resistenziale ai fini del servizio militare, il risarcimento alle vittime delle rappresaglie nazi-fasciste, l’abrogazione dell’amnistia e la messa fuorilegge dei fascisti erano tra le richieste dei partigiani e nessuna di queste venne esaudita.
Subito dopo la fine della Resistenza, si verificò quello che lo storico Claudio Pavone ha definito “continuità dello Stato”: non vi fu nessuna epurazione delle classi dirigenti complici del fascismo, tranne alcuni gerarchi, e nessuna rigenerazione delle istituzioni. Non vennero epurati prefetti, docenti universitari, scienziati razzisti (che avevano sostenuto il Manifesto della Razza), generali, commissari, giornalisti asserviti che avevano fatto carriera durante il fascismo e che si trovavano con lo stesso ruolo nella “nuova società democratica”. Rimasero inoltre intatte le strutture del fascismo.
I partigiani capirono che l’antifascismo veniva strumentalizzato dalla nuova Repubblica, la quale si identificava con le espressioni formali del fascismo: monopartitismo (per un breve periodo), militarizzazione sociale, violenza arbitraria di Stato e persecuzione dei partigiani. Queste grandi contraddizioni confliggevano con gli obiettivi, gli ideali e i valori della Resistenza per i quali avevano combattuto.
Questa storia, che mai viene raccontata quando si parla della Resistenza, dovrebbe essere il motivo per cui oggi non dovremmo avere paura di continuare a cantare Bella Ciao, a festeggiare il 25 aprile e a dirsi partigiani. Dovrebbe essere il motivo per cui non dovremmo minimamente preoccuparci di urtare la presunta sensibilità fascista di qualcuno; dovrebbe essere il motivo per cui non dovremmo avere paura di urtare l’ignoranza di chi vuole esprimersi sull’argomento senza conoscere la storia; dovrebbe essere la ragione per cui esprimere ancora più forte il nostro antifascismo. In sostanza, non dovremmo aver paura di essere divisivi. Noi cantiamo Bella Ciao, festeggiamo il 25 aprile e ci sentiamo partigiani perché è giusto non dimenticare cosa è stata la Resistenza, cosa è stata la liberazione e quale prezzo hanno dovuto pagare i partigiani anche nell’Italia democratica. Che vengano i lettori di Gianpaolo Pansa ad indignarsi.
Questi elementi dovrebbe essere la risposta a chi parla di “divisione” o chi vuole un 25 aprile “inclusivo”. Chi vuole seriamente fare i conti con quel capitolo della storia, organizzi un percorso di riconciliazione nazionale con cognizione di causa, evitando di appiattire e tralasciare parti della storia.
Oggi diventa “divisivo” o si percepisce tale solo ciò che si vuole rendere intenzionalmente “divisivo”: la divisione sta negli occhi e nelle parole di chi vuole continuare a vederla e a percepirla. Non c’è altra opinione che tenga perché è la storia a parlare.
Qui non è una questione di “parola cambiata”, è una questione di memoria storica e conflitto politico reale. “Partigiano” non è una parola poetica da adattare al contesto, è una parola materiale, nata dentro una guerra precisa, contro un nemico preciso, con un prezzo di sangue preciso. Sostituirla con “essere umano” non allarga il messaggio, lo svuota. Perché l’“essere umano” è una categoria neutra, universale, astratta.
Il partigiano no. Il partigiano prende posizione, sceglie un lato, rompe l’equilibrio. È conflitto, non armonia. È storia, non retorica. Il punto è semplice: senza memoria concreta delle lotte, l’“essere umano” resta una parola vuota. E quando le parole diventano vuote, anche la coscienza diventa innocua.
E questa operazione di “universalizzazione” è esattamente il modo in cui oggi si addomestica tutto: si prende qualcosa di scomodo, radicale, e lo si rende innocuo, digeribile, buono per tutti. Così nessuno si offende, ma soprattutto nessuno capisce più da che parte stare. Poi c’è l’altro punto, ancora più ipocrita: dire “ci sono cose più importanti per cui indignarsi”. Certo che ci sono. Le guerre, i civili massacrati, le ingiustizie globali. Ma proprio per questo non puoi svuotare Bella Ciao, uno dei simboli storici più forti della lotta contro l’oppressione in tutto il mondo.
È esattamente da lì che si dovrebbe partire per leggere il presente. Non è che o ti indigni per Gaza, o difendi il significato di Bella ciao. Le due cose stanno insieme: canti Bella Ciao perché parteggi per il popolo palestinese oppresso. Non capire questo significa non capire il significato profondo dei grandi temi, non comprendere la storia, non dare un peso alle parole e perdere il senso delle parole stesse.
Non capire che parole come “partigiano” indicano proprio la liberazione dall’oppressione significa perdere anche gli strumenti per capire cosa significa oggi opporsi a un’ingiustizia. Credere che la parola essere umano sia più “moderna” significa non capire che essere umano è sia colui che opprime sia colui che è oppresso. Proprio da questo assunto nasce l’ideale socialista: cancellare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Essere “partigiani” vuol dire riconoscere che per ottenere pace, libertà, autodeterminazione, occorre organizzarsi e opporsi a qualcuno, cioè a chi detiene il potere e mette in atto politiche di guerra, di oppressione, di genocidio e apartheid. Vuol dire essere dalla parte del popolo palestinese contro il genocidio di Israele, dalla parte dell’autodeterminazione dei popoli contro le aggressioni imperialiste degli USA, dalla parte dei lavoratori e delle lavoratrici contro chi sottrae loro salario, dignità e sicurezza.
Bella ciao, nella sua versione, originaria, trae la sua potenza proprio dal suo essere di parte, partigiana: se non piace così come è, nel suo significato, si può benissimo tralasciare di cantarla.
Qui il problema non è la buona fede o meno. È che viviamo in un’epoca della nostra democrazia in cui si ha paura del conflitto politico vero e vi è la tendenza nichilistica di trasformare tutto in messaggi retorici e generici sull’umanità, sulla pace, sull’essere umano.
Viviamo in un’epoca della nostra democrazia – che non sarebbe nata senza la Resistenza partigiana – che non è più in grado di esercitare o di tollerare il dissenso. Una democrazia che non ha più un’anima politica e che non è più in grado di educare al dissenso e di esercitarlo è una democrazia malata.
Fonti:
https://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/musica/2026/05/02/al-concertone-delia-canta-bella-ciao-ma-partigiano-diventa-essere-umano-rivolta_622fd29a-e537-47c3-b099-531afc92cf54.html
https://www.pressenza.com/it/2021/09/sul-reducismo-partigiano-come-cancellare-e-falsare-la-storia/
https://www.pressenza.com/it/2025/12/pietro-secchia-il-carnot-della-resistenza/
https://contropiano.org/news/politica-news/2026/05/02/il-triste-epilogo-del-concertone-0194631