tre domande a Peppe Dell’Acqua, psichiatra, autore di Marco Cavallo ed io. Il cavallo che libera tutti (Meltemi editore)
a cura di Alberto Deambrogio
Alberto Deambrogio: Peppe Dell’Acqua nel libro lei sceglie di strutturare la narrazione attraverso una conversazione diretta, a tratti conflittuale, con Marco Cavallo. In che modo questa forma di “autobiografia obliqua” le ha permesso di esprimere verità personali e istituzionali che una classica memoria storica o accademica non avrebbe potuto far emergere?
Peppe Dell’Acqua: Sono passati più di cinquant’anni da quando il cavallo ha buttato giù i muri. E’ diventato nel corso di tutto questo tempo qualcosa che non potevamo neanche sognare. Ci sono stati passaggi, fratture, sconfitte, successi luminosi che faccio oggi fatica a dire. Più il cavallo corre, ed è ormai incalcolabile il numero dei chilometri che ha fatto, più cresce la sua potenza evocativa.
Io non riesco più a stargli dietro. Ovunque va, senza che nessuno sappia cosa sia e da dove venga, riemergono parole ricche e necessarie. Tutti, quando arriva, si trovano a parlare di libertà, di futuro possibile. Quasi che si portasse dietro le parole del laboratorio e di noi giovani di allora: un mondo migliore è possibile. Da quei primi anni, la presenza inquieta di Franco Basaglia che quotidianamente, quasi disperatamente, cercava di comunicare. Di far sapere le cose che “solo lui” riusciva a vedere, di mostrare gli scheletri che riempivano gli armadi, di dire ancora della vergogna che provavamo nel frequentare quei luoghi. E a maggior ragione lui col potere del direttore assoluto. Bisognava ogni giorno far qualcosa: le porte aperte, i vestiti, le uscite in città, gli incontri con amministratori e sindacati, la ricerca di risorse per garantire una vita possibile. Ma anche l’urgenza di inventare i modi, le pratiche, le teorie di una cura capace di tenersi in un equilibrio difficilissimo tra la presenza ricca di storia, di passione, di dignità, dell’altro che andavamo a scoprire e il rischio incombente di trattenere l’altro nella sua invisibilità. Da allora non mi ha più abbandonato il bisogno, quasi vitale, di raccontare e dire la verità. Il cavallo ha cominciato a far questo e a farlo talmente bene che non ho più potuto liberarmi di lui. Detto in altre parole, questa storia che ho avuto fortuna di vivere e di attraversare per più di cinquanta anni, i cambiamenti impensabili, la presenza incredibile, finalmente, dei soggetti non può che essere narrata. Dovevamo imparare, pensate un po’, a incontrare l’altro. L’altro assente, invisibile, negato. L’imperativo era esserci. Ogni giorno una scoperta, un terreno nuovo, uno spazio sconosciuto da occupare. Questa storia non può che essere narrata. E io e il cavallo nel narrarlo non possiamo tirarci fuori dalla scena.
A.D.: Durante il suo lungo viaggio, Marco Cavallo ha varcato le soglie più dolorose degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG) ed è persino arrivato davanti a Papa Francesco. Quale di queste tappe ha messo più a dura prova la natura originaria del “cavallo azzurro” e quale, invece, ne ha consacrato il ruolo di coscienza critica della psichiatria moderna?
P.D.A.: L’uscita dal cancello di San Giovanni è stato forse il momento più gioioso. Sembrava davvero che quel corteo di “poveri cristi”, settecento internati che lo seguivano, potesse davvero chiudere il secolo della vergogna. Quella uscita fu in realtà una potente allusione. Come dire: stasera ritorneremo tutti a San Giovanni, maintanto siamo usciti e continueremo a farlo. Non fu e non è stato tutto facile. Nel racconto si dice molto del viaggio attraverso gli ospedali psichiatrici denunciando e partecipando alla campagna per la loro chiusura. Ci volle molto coraggio e il cavallo col suo sguardo puro e incondizionato è stato vicino a molti di noi. Certo, la prova più dura e il rischio più grande. Una volta varcata la soglia di san Giovanni con l’entusiasmo di centinaia di giovani, tante bandiere e un vento di bora che sembrava voler impedire tutto, la realtà dei “manicomi criminali” ci apparve. Intanto i problemi per entrare in questi luoghi, i permessi del Ministero, le procedure. Più compromettente e rischioso furono gli ostacoli delle accademie, delle psichiatrie, dei benpensanti, degli opinionisti. Da un momento all’atro tutto poteva fallire. Sentivamo la forza e l’accoglienza del sindacato CGIL che organizzava l’arrivo di ogni tappa. Credo davvero che questo sia stata la prova più dura, ma che piuttosto che stravolgere la matura originaria del cavallo azzurro, la rafforzato. E’ difficile riconoscere alla psichiatria moderna una coscienza critica, una capacità di interrogarsi. La “psichiatria moderna” sembra di nuovo farsi con una distanza siderale dagli uomini e dalle donne, dal dolore, dalle passioni, dei sentimenti. E il cavallo non smette mai di presentarsi come una fastidiosa spina nel fianco.
Si capisce bene come il cavallo non poteva non desiderare le parole di papa Francesco: la cultura dello scarto, l’attenzione al peccatore e non al peccato, al malato e non alla malattia. Il viaggio più recente a denunciare la vergogna e l’orrore dei CPR è stato quasi un ricordo costante delle parole di Francesco.
E cosi le cento bandiere dello scarto, bandiere fatte con i rimasugli che si buttano via, hanno accompagnato centinaia di giovani e il cavallo fino ai muri e ai cancelli blindati dei CPR. In questi luoghi il cavallo non è riuscito ad entrare.
A.D.: Oggi che i muri fisici del manicomio di San Giovanni sono abbattuti da decenni, quali sono i nuovi “muri invisibili” contro cui Marco Cavallo si trova a dover scalciare e nitrire con maggiore urgenza nel sistema di salute mentale contemporaneo?
P.D.A.: Marco Cavallo dopo l’uscita gioiosa di più di cinquant’anni fa non ha smesso di incontrare e mostrare la sua rabbia di fronte a tanti muri fisici. Non l’ultimo il CPR, le carceri, i tanti istituti che a vario titolo imprigionano centinaia e centinaia di uomini e donne. Marco Cavallo trova imperdonabile quanto noi a andiamo facendo per le persone che invecchiano. Forse più di trecento mila sono i vecchi impediti nelle cosi dette case di riposo. Ma sono gli alti muri delle organizzazioni, delle parole, delle psichiatrie che sono il rischio che instancabilmente denuncia Marco Cavallo.
Il sistema salute mentale sempre più definanziato finisce per diventare inesistente. Ma la storia che il cavallo si porta dentro così ricca di umano e di umori amorosi trova sempre più nei luoghi della cura l’indifferenza. Sergio Zavoli chiede a Basaglia nella ormai iconica intervista a Gorizia del 1968: “Ma lei, professore, è interessato più al malato o alla malattia?” Basaglia, come sempre un po’ imbarazzato non ci pensa su neanche un attimo: ”Al malato, naturalmente.” Nei luoghi della cura oggi è la malattia a dominare, gli specialismi, la mancanza di ascolto. Sono questi i muri che ostinatamente l’azzurro di Marco Cavallo vuole abbattere. Ma ormai ha capito che da solo non può riuscire e dovunque arriva chiede aiuto.