Dove la russofobia può portare – di Elena Basile

Tratto da Su la Testa n. 28 / Novembre 2025

L’ultimo numero di “Su la testa” diretto da Paolo Ferrero è dedicato al tema della russofobia, ovvero a un tassello rilevante della guerra culturale, a fianco della “guerra-guerra”, che l’Occidente ha dichiarato alla parte maggioritaria di mondo non assoggettata alle sue pretese coloniali di dominio. Su questo numero della rivista hanno scritto Gianni Alioti, Elena Basile, Mario Capanna, Andrea Catone, Alberto Deambrogio, Angelo d’Orsi, Paolo Favilli, Agnese Ferrero, Vincenzo Lorusso, Fabio Mini, Moni Ovadia, Gianfranco Pagliarulo, Elena Pastre, Sara Reginella, Laura Salmon. 
Di seguito riportiamo il contributo di Elena Basile.  

Tutto si ripete sotto il sole immutabile. La russofobia, la demonizzazione di un Paese considerato barbaro, incivile, retrogrado e pronto ad attaccare l’Europa, è tornata in modo ricorrente a plasmare le menti della società civile occidentale. L’odio è stato francese nel diciottesimo secolo, prevalentemente inglese nel diciannovesimo, tedesco nel ventesimo e euroatlantico. Documenti falsi come il testamento di Pietro il Grande, lasciato da un generale polacco al direttorio francese nel 1797; la retorica napoleonica sosteneva la percezione di un’Europa bottino della Russia; la Westminister Review caldeggiava un’immagine della Russia barbara di cui si temeva l’attacco all’India attraverso il dominio dell’Eurasia e il controllo degli stretti sul Bosforo. I nazisti consideravano gli slavi untermenschen e affermavano che l’espansionismo tedesco, lo spazio vitale della Germania, doveva avvenire a spese di questo popolo inferiore. Hitler voleva lo smembramento dell’URSS e si proponeva di sterminare fino a 45 milioni di russi. L’assedio di Leningrado, il noto Piano Fame nazista, portò a 4,2 milioni di morti russi. Durante la guerra fredda la propaganda dipinse i bolscevichi come barbari, (i comunisti divorano i bambini) e soprattutto negli Stati Uniti l’odio per Mosca crebbe in modo esponenziale.  Lo smantellamento dell’Unione sovietica nel 1991 e la soggezione di Eltsin a Washington, persino la breve parentesi del “reset” nel 2008/9 con Medvedev come protagonista, sembrarono far diminuire la propaganda antirussa che è rinata alla potenza con la guerra russo-ucraina.

L’INCAPACITA’ E LE MIRE DELL’OCCIDENTE
L’Occidente non è riuscito a tollerare nei secoli la specificità russa, la sovranità zarista o bolscevica o della Mosca contemporanea. Incapace di comprendere la complessità del Paese più vasto del pianeta, della sua variegata popolazione, incrocio di etnie, della sua immensa cultura umanistica e scientifica, ha preferito etichettarlo, giudicarlo con parametri di governance occidentale, bollarlo come potenza barbara e incivile, sottovalutarlo e nel contempo temere supposte brame espansionistiche e imperialistiche. No, nulla di nuovo sotto il sole. Chissà se politici e analisti che ripetono un rituale suprematista euroatlantico nei confronti di Mosca, sono consapevoli di essere stati programmati dalla Storia, come un gatto reitera le stesse movenze, generazione dopo generazione, su impulso del DNA?

Il diplomatico statunitense, politologo e accademico, Ambasciatore in Russia del 2012 al 2014, Michael McFaul, ha dichiarato pubblicamente come la russofobia di funzionari e giornalisti statunitensi impedisse una conoscenza fattuale del Paese e ponesse su basi erronee e aprioristiche le strategie degli Stati Uniti verso Mosca.

In seguito all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, la russofobia è stata alimentata da uno spazio mediatico irresponsabile che ha normalizzato linciaggi e censure di stampo fascista contro le poche voci che cercavano di portare avanti una analisi oggettiva delle dinamiche internazionali, illustrando come l’aggressione russa fosse in realtà una guerra difensiva e preventiva contro l’espansionismo strategico della NATO e l’utilizzo di un Governo fantoccio a Kiev per un’offensiva eterodiretta contro la Russia in modo dai imporle una sconfitta storica e la desovranizzazione. Durante la guerra fredda i politici occidentali, consapevoli della enorme responsabilità di  dover evitare un conflitto nucleare, erano particolarmente rispettosi della leadership sovietica, che si guardavano bene dall’ingiuriare. La crisi di Cuba non degenerò in un conflitto tra USA e URSS, verso il quale spingevano parti deviate dell’intelligence e del Deep State, in virtù del filo diretto esistente tra Kennedy e Kruscev. Nel corso della crisi attuale nei rapporti tra Washington e Mosca abbiamo assistito alle maggiori offese lanciate contro Putin,( Zar, Killer, Macellaio,) come se la decenza e il rispetto facessero parte di un tempo lontano, anteriore all’unipolarismo e alla hybris dell’egemone, rimasto sulla scena internazionale a rigirarsi tra le mani la carta della supremazia militare, l’unica che può giocare contro un mondo che si popola di potenze sovrane e che non gli riconosce alcuna autorità se non quella della forza bruta.

UN CLIMA LIBERTICIDA
Dal  febbraio del 2022, a conferma che questa non è una guerra tra due Stati Ucraina e Russia, ma una guerra per procura della Nato contro Mosca, siamo precipitati in un clima liberticida nel quale è possibile vietare l’ascolto dei media russi, dei  concerti di direttori d’orchestra russi, di cantanti liriche russe, di conferenze sulla letteratura russa, addirittura di conferenze di cattedratici come Angelo d’Orsi sulla russofobia.  Politici di destra e di sinistra considerano le violazioni della libertà di stampa e di espressione quali normali strumenti necessari al fine di tutelare la democrazia. Persino il Presidente della Repubblica, tutore della carta costituzionale, non stigmatizza la censura occidentale. Leva la sua voce contro la disinformazione russa. Siamo eterodiretti dall’Ambasciata di Kiev a Roma, dall’intelligence ucraina, da uno Stato governato con la legge marziale, che ha abolito i partiti di opposizione e la libertà di culto. Nello spazio mediatico e politico si dà per scontato che l’Occidente, parte in causa, possa definire cosa sia la disinformazione bollando per tale ogni pensiero e narrativa difforme da quella NATO. Tollerano ancora che su internet, su giornali e riviste di nicchia, una ricostruzione degli eventi più oggettiva e diversa da quella del mainstream abbia luogo, ma se qualche malcapitato intellettuale, politico o diplomatico si permette, in trasmissioni televisive di grande ascolto, di difendere le proprie idee senza compromessi, viene immediatamente ostracizzato, cancellato dal circuito mediatico. Si mostra un minimo di flessibilità verso alcuni determinati esponenti, sempre gli stessi, di una narrazione differente da quella euroatlantica, mettendoli tuttavia in minoranza e ridicolizzandoli agli occhi dell’ignaro ascoltatore che assorbe nel suo subconscio ciò che può essere considerato serio e rispettabile rispetto à ciò che non lo è. Le delimitazioni del pensiero unico euro-atlantico sono nette e ben percepite. Intanto a dimostrazione che i media nostrani operano attraverso conoscenze e selezioni di parte, pullulano sugli schermi politici senza consenso, diplomatici allineati e molte volte senza cultura. Si ricercano volti nuovi, bellocci o che ispirano simpatia. Tutto avviene a opera dei nuovi guru, conduttori televisivi strapagati e che, inamovibili negli anni, sono divenuti star in televisioni e radio di regime.

La russofobia si esprime anche così, rendendo invisibili coloro che considerano la Russia un Paese come gli altri, da studiare e conoscere, la cui percezione di sicurezza, i cui interessi geostrategici devono essere tenuti in conto.

COSA E’ SUCCESSO VERAMENTE, COSA POTREBBE SUCCEDERE
Passiamo brevemente in rassegna le mistificazioni frutto di russofobia e propaganda che hanno impedito un’analisi delle cause profonde del conflitto.

L’annessione della Crimea nel 2014, territorio popolato in maggioranza da russofoni che hanno scelto di appartenere alla Russia, è stata criminalizzata e considerata una palese violazione del diritto internazionale. Si è evitato di vedere in essa una reazione al colpo di Stato occidentale a Kiev che ha cacciato il rappresentante ucraino, democraticamente eletto, Janucovyc, per installare un governo fantoccio prono agli interessi occidentali. Il Cremlino è sgomento per l’accelerazione degli eventi. Fino al 2014 la razionalità del capitale non aveva contraddetto la politica sovrana di Mosca. Putin aveva perseguito l’inserimento nelle strutture economiche e finanziarie euroatlantiche senza rinunciare alle prerogative della sovranità russa. Nel 2014, temendo che gli anglosassoni avrebbero potuto occupare la base navale di Sebastopoli strategica dal diciannovesimo secolo, Mosca è costretta a una azione che sa gravida di conseguenze. Il Diritto internazionale era tuttavia stato violato prima dagli anglosassoni. il principio della non-ingerenza negli Affari Interni di un altro Stato era stato ignorato, il vice segretario di Stato statunitense per gli Affari euroasiatici, Victoria Nuland, aveva deciso che era il momento di agire. La sua presenza a piazza Maidan e le sue decisioni relative alla composizione del Governo ucraino sono il simbolo dell’espansione imperialistica USA. Mosca reagisce difendendo i propri interessi geostrategici e la demonizzazione ha inizio. Il processo è tuttavia graduale. La penetrazione politico-militare anglosassone coesiste con gli interessi economici dell’Europa Continentale. La Germania cerca di salvare l’importazione di gas russo, Italia e Francia gli interessi economici. Washington stabilisce che non si può tornare indietro, è venuto il momento di separare Europa e Russia. Non vi può essere mediazione, e i negoziati tra Ucraina e Russia, gli accordi di Minsk 1 e 2, che avrebbero potuto cercare un compromesso tra interessi delle regioni russofone e di quelli nazionalisti dell’Ovest, sulla base di principi europei quali l’autodeterminazione dei popoli, sono fatti fallire. La benedizione dell’ONU e le garanzie di Francia e Germania ai negoziati che avrebbero potuto porre fine a una guerra civile sanguinosa, servono a poco. Merkel e Holland dichiareranno in seguito,  pubblicamente, che gli accordi di Minsk erano soltanto un diversivo per guadagnare tempo e armare l’esercito ucraino. Si preparava dunque l’attacco alla Russia attraverso il Donbass. La russofobia non ha permesso all’abbondante letteratura occidentale sul tema di raggiungere un largo pubblico. L’accademia e la diplomazia, il giornalismo sono stati compatti nel difendere una tesi rimasta senza fondamento relativa all’imperialismo russo che si espanderebbe in Ucraina, poi nei Baltici e in Polonia. Nessuno ha spiegato come mai un paese con una superficie gigantesca, materie prime in abbondanza e un tasso demografico discendente abbia bisogno di nuovi territori. É bastato gridare “All’orso, all’orso!” per rispolverare ataviche paure di invasioni dell’Europa da parte del paese barbaro e incivile per antonomasia, sia esso governato dallo Zar, o dai bolscevichi oppure da Putin, in un’economia di mercato, con un primato della politica sugli oligarchi.

La posizione guerrafondaia delle elites europee che sostengono ormai un’economia di guerra basata sul debito per le armi è accettata da un’opinione pubblica passiva che viene quotidianamente manipolata con il terrore della guerra e l’odio per i russi e neanche si accorge dello smantellamento dello Stato Sociale e del trasferimento di fondi dalle pensioni e dalla società civile alle lobby delle armi. Sebbene Putin abbia utilizzato nella guerra contro l’Ucraina, sostenuta da fondi, armi, intelligence e mercenari NATO, soltanto una parte della sua forza, astenendosi da bombardamenti a tappeto, viene quotidianamente accusato di crimini di guerra. Nessuno ricorda come la coalizione dei volenterosi abbia operato su Bagdad oppure come gli alleati abbiano durante la seconda guerra mondiale raso al suolo Dresda. Inutile discutere, la razionalità è messa in un angolo. Titoli cubitali sui giornali attirano l’attenzione su stragi e massacri di Mosca sui civili. Se si legge l’articolo si scopre poi che le vittime si contano sulle dita della mano. Il Presidente della Russia viene paragonato a Netanyahu sebbene il modo di operare sia completamente diverso. La Russia affronta un esercito e bombarda infrastrutture militari e civili utili al nemico. Il criminale Netanyahu spara su case, ospedali, scuole, chiese moschee, sui giornalisti, sui civili inermi, compiendo un genocidio. Per i russofobi ogni menzogna è sacra se fomenta la rabbia contro Mosca nella società civile occidentale. Riarmo, retorica bellicista, intolleranza per lo straniero, nazionalismo,  ricordano i tempi cupi della vigilia della prima guerra mondiale. Il rancore  dei francesi per i tedeschi e viceversa, era esponenziale come lo è oggi quello per i Russi. La sola differenza, non proprio di dettaglio, è che all’epoca la bomba nucleare non era stata ancora inventata. La russofobia è ormai giunta a tal punto da mettere in conto un conflitto nucleare tattico, come l’uscita degli americani dai trattati ABM, INF, START sembrerebbe indicare?

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