Il pregiudizio russofobo è inaccettabile e si nutre di ignoranza – Intervista a Moni Ovadia

Tratto da Su la Testa n. 28 / Novembre 2025

L’ultimo numero di “Su la testa” diretto da Paolo Ferrero è dedicato al tema della russofobia, ovvero a un tassello rilevante della guerra culturale, a fianco della “guerra-guerra”, che l’Occidente ha dichiarato alla parte maggioritaria di mondo non assoggettata alle sue pretese coloniali di dominio. Su questo numero della rivista hanno scritto Gianni Alioti, Elena Basile, Mario Capanna, Andrea Catone, Alberto Deambrogio, Angelo d’Orsi, Paolo Favilli, Agnese Ferrero, Vincenzo Lorusso, Fabio Mini, Moni Ovadia, Gianfranco Pagliarulo, Elena Pastre, Sara Reginella, Laura Salmon. 
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Di seguito riportiamo l’intervista a Moni Ovadia a cura di Alberto Deambrogio.                    

Alberto Deambrogio: Che ne pensi dell’episodio di censura accaduto a Torino ai danni di Angelo D’Orsi?

Moni Ovadia: Ritengo che la censura preventiva scatenata contro il professor Angelo d’Orsi, un accademico di altissimo profilo, una persona che per quarantacinque anni ha esercitato liberamente il suo magistero di professore, essendo un altissimo componente competente nel suo campo, sia una delle cose più squallide, più oscene e miserabili nell’ambito della coartazione della libertà di espressione mai accaduto in questo Paese nella sua storia repubblicana. Oltretutto promossa da due figurette politiche insignificanti. In Sicilia si direbbe il nulla mischiato con il niente. Persone che non hanno titoli, non hanno competenze di nessun tipo, appunto. Una certa Pina Picierno e un certo Carlo Calenda privi di qualsiasi competenza, di qualsiasi prestigio per permettersi di contestare a priori un professore di così straordinario valore non solo per la sua competenza, ma anche per la sua onestà intellettuale. É stata una cosa totalmente intollerabile. Questo tipo di censure vanno smascherate, fermate quanto prima. Prima che dilaghino, trasformando il nostro Paese in uno di quei paesi sudamericani governati dalle dittature.

A.D.: Quale è la tua opinione sul fatto che siano proprio esponenti della cultura liberale a esercitare la censura?

M.O.: Penso che questi sedicenti esponenti della cultura liberale non lo siano per niente in realtà. Ritengono di esserlo, ma non sanno neanche dove sta di casa la cultura liberale. Ricordiamo uno dei motti del liberalismo tedesco: vivi e lascia vivere! Il rispetto sacrale dell’opinione altrui dovrebbe essere al centro della cultura liberale. Mi sembra che in questo senso il principio sia stato esposto mirabilmente da Voltaire con l’espressione: “Signore, non condivido niente di quello che lei dice ma sarei disposto a dare la vita perché lei abbia la libertà di dirlo”. Con questo credo che si possa chiudere la questione, perché, oltretutto, la classe politica che in questo momento è in Parlamento è di bassissimo profilo nella generalità, con naturalmente preziose e importanti eccezioni. Quindi che titoli hanno, questi sedicenti liberali, per entrare nell’ambito di quella disciplina del sapere senza avere neanche la più lontana preparazione per farlo? Tutto questo non è per niente liberale, è solamente l’arroganza del nulla culturale.

A.D.: Tu sei un uomo di frontiera, a cavallo tra est e ovest: come vivi questa situazione in cui l’odio per la Russia diventa merce diffusa?

M.O.: A questa domanda vorrei innanzitutto rispondere dicendo che la russofobia è una forma di razzismo ripugnante, intollerabile. Io, dal mio osservatorio, ritengo che della cultura dell’est Europa nel nostro Paese se ne sappia molto poco, a parte alcuni studiosi specifici competenti. Non parliamo poi della cultura e della società russe. La russofobia è una forma sottoculturale di una rozzezza indicibile. Bisogna conoscere profondamente una cultura per poter esprimere giudizi e non mi risulta che i russofobi nel nostro paese siano persone che abbiano una competenza culturale. Io che, come amateur, ho molto seguito le vicende russe, prima sovietiche, suggerirei a queste persone russofobe molta umiltà. Prima di tranciare giudizi su una cultura fra le più grandi del pianeta, come è la cultura russa, e anche sulla realtà di quel paese che andrebbe indagata e conosciuta profondamente, occorrerebbe liberarsi dai pregiudizi e agire con onestà intellettuale. Non si possano sparare fesserie, cosa che la classe politica di governo in particolare non cessa di fare. Non si devono sparare giudizi a vanvera e assumere una posizione tranchant, senza avere neanche il più lontano titolo per farlo.

A.D.: Quando eri bambino, nella tua formazione, come si combinavano queste due appartenenze?

M.O.: Sin da bambino molto piccolo ho avuto una consapevolezza, naturalmente per quello che attiene agli strumenti di un bambino: di venire da un’altra parte del mondo rispetto a quello a cui ero approdato, nella fattispecie l’Italia dell’immediato dopoguerra. Sentivo i miei genitori parlare una lingua slava: il bulgaro; talora anche cantare canzoni di quel mondo. Avevano due belle voci e io ne ero incantato. La musicalità, la cultura tradizionale del mondo slavo sono state per me un’emozione costante già da piccolo. Essa è cresciuta con gli anni, moltissimo. Sapevo che quel mondo aveva un’intensità espressiva, un’intensità di sentimenti, una profondità della sua anima, che mi coinvolgeva. Crescendo si è aggiunto un elemento per me fondamentale: gli ebrei che vivevano in Bulgaria sono stati salvati dall’Armata Rossa dopo che esponenti della cultura bulgara dello Stato, come il vice presidente del parlamento Dimitar Pechev, il metropolita della chiesa ortodossa bulgara Stefan, il vescovo della città in cui sono nato io, Plovdiv, si erano battuti come leoni per impedire ai nazisti di deportare gli ebrei. Alla fine, però, l’atto decisivo era stato l’arrivo dell’Armata Rossa. Era la liberazione dal nazifascismo e questo mi ha sempre ispirato un sentimento di gratitudine verso quei soldati che avevano combattuto con tanto valore. Tra l’altro, presto venni a sapere che il sacrificio dei popoli sovietici era stato immane: parliamo di 27 milioni di morti! Quindi, per, me quel mondo era un mondo dal quale imparare, dal quale trarre ammaestramenti, da guardare con grandissimo rispetto e con grandissimo interesse. Crescendo, sempre di più, questa idea si è radicata nella mia mente. Ho studiato russo e ho ovviamente letto la letteratura, in particolare quella russa, una delle più grandi letterature in assoluto di tutti i tempi, i suoi poeti grandiosi. Da piccolo mi è entrata la passione, e poi da grande essa è diventata una consapevole necessità. Ultimamente sono stato invitato due volte a un forum delle culture in Russia. Respirare l’aria di Pietroburgo, parlare in russo, incontrare gente anche di alto profilo culturale è stato un autentico privilegio. E allora il bambino sapeva già, e di questo io vado molto fiero.

A.D.:  Nella tua vita ti sei trovato a dover scegliere sul piano culturale tra est e ovest o le cose stavano insieme tranquillamente?

M.O.: Sin da adolescente sono stato molto curioso di tutti i fenomeni culturali, soprattutto quelli che nello sviluppo del proprio orizzonte guardavano alle sofferenze degli esseri umani e contenevano elementi che prefiguravano il riscatto degli ultimi.   La cultura dell’est europeo ha avuto tratti forti di questo orientamento culturale, però io ho guardato tutte le culture che si muovevano in questa direzione, con grandissimo interesse, non facendo differenze. Tutto quello che veniva a illuminare l’idea di un mondo di giustizia, di uguaglianza, di rispetto dell’essere umano nelle sue manifestazioni più significative lo trovavo anche nelle culture latinoamericane. L’ho trovato anche nel New Deal statunitense, quello del presidente Franklin Delano Rooswelt, e in quegli scrittori che raccontavano la grande depressione e la ricerca del riscatto. Il trasporto verso la giustizia sociale per me è un principio irrinunciabile, così come quello verso l’uguaglianza. In questo senso non ci sono state distinzioni fra occidente e oriente. Ero molto vorace a quel tempo, volevo conoscere e laddove trovavo l’orizzonte della giustizia, della solidarietà umana, dell’uguaglianza dentro di me crescevano valori di cui farmi interprete; che venissero da est, da ovest o dal sud del mondo, questo per me non faceva differenza.

A.D.: Cosa ne pensi dell’equivalenza tra stato di Israele e Russia colpevoli entrambi di “invasione”?

M.O.: Personalmente contesto questa equiparazione. Lo stato di Israele si è formato con la persecuzione dei palestinesi; basta pensare alla Nakba. Nasce lo stato d’Israele e 750 mila palestinesi vengono espulsi dalla loro casa, dai loro uliveti, dalle loro terre, dalle topografie esistenziali. La vicenda della Russia e dell’Ucraina è totalmente diversa. L’occidente ha voluto questa guerra. A mio parere, una prova di questo è stata l’espansione della NATO che si è più che raddoppiata dopo che il segretario di Stato James Baker aveva promesso a Gorbaciov che essa non si sarebbe allargata di un solo pollice oltre i confini dell’ex Germania orientale. Vladimir Putin, ripetutamente, diceva che questa situazione non gli andava bene, che era per lui squilibrata sul piano della sicurezza generale e sul piano della sicurezza della Federazione Russa. Non ha reagito quando l’allargamento della NATO è stato fatto a vari paesi come Polonia, Romania, Bulgaria, Cekia, Repubblica Slovacca, paesi baltici eccetera. Quando si è arrivati all’Ucraina questo significava mettere in discussione la sicurezza della Federazione Russa. É curioso: tutti i paesi che sono entrati nella NATO dichiarano che lo hanno fatto per la sicurezza, perché tutti hanno diritto a essa, ma la Federazione Russa invece no, questo diritto non lo dovrebbe avere. Non basta dire che la Federazione Russa ha le armi atomiche, ed è il paese che forse ne ha di più, perché questa è sempre un’opzione di deterrenza ma non un’opzione operativa. Vladimir Putin ha tentato in tutti i modi di spiegare che non poteva funzionare questo allargamento, sino addirittura a penetrare nel cuore di quella che è l’identità della Federazione Russa, cioè Ucraina. Si è scelto deliberatamente, in maniera a mio parere criminogena, di volere mettere le armi NATO in Ucraina. Questo per la Federazione Russa non era tollerabile. In ogni caso voglio dire che i paesi dell’est Europa intorno alla Federazione Russa, baltici compresi, che hanno voluto le armi NATO, l’hanno fatto sostenendo che era per la loro sicurezza. Facciamo finta di crederci, ma se io fossi stato in Putin avrei detto: voi volete garantire la vostra sicurezza, visto che siete tutti attaccati alle terga del mio confine, ma da chi vi difendete? Quale è il nemico per cui volete queste armi? Siamo noi della Federazione Russa? E se voi mi considerate un nemico da cui difendersi, come devo considerarvi io? In mille modi Putin ha detto questa cosa, in più circostanze. Alla fine doveva far vedere che faceva sul serio, ma questo, con ciò che ha fatto il governo sionista con i palestinesi, secondo me, c’entra meno che niente. L’Ucraina è stata rifornita di armi di ogni genere, a quintalate. Chi ha mandato armi al popolo palestinese per difendersi dai sionisti?  Nessuno. Lasciamo stare queste equiparazioni, che generano soltanto confusione e sono, secondo me, del tutto surrettizie e capziose.

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