di Felice Rappazzo e Mimmo Cosentino
La sconfitta del governo Meloni e di quanti sostenevano il SI al referendum sulla “riforma” costituzionale, che subordinava l’autonomia della magistratura all’establishment, è ragione di rinnovata fiducia per la democrazia in Italia. La loro sconfitta infatti è stata tanto più significativa se si guarda all’enorme e sguaiato spiegamento di forze – politiche e mediatiche – che la maggioranza ha introdotto, da destra al centro e nel centrosinistra, e tanto più netta se si pensa che a votare è stata, per la prima volta dopo anni, una percentuale di elettori ben più alta di quanto ci si attendesse.
Salta agli occhi, al di là del merito dei quesiti bocciati dal popolo italiano, l’aspetto politico del risultato. “Politico” nel senso più alto del termine, che va ben al di là degli schieramenti dei partiti e di discussioni e posizionamenti del ceto che li rappresenta. “Politico”, dunque, in quanto esprime le esigenze popolari, soffocate, e non solo da questo pessimo governo, da decenni di svilimento della democrazia reale, in tutti i campi in cui la parola “democrazia” ha senso.
Nel quadro generale del Paese è di grandissimo risalto il risultato della Sicilia e del Mezzogiorno tutto, maltrattato e “colonizzato” da una pessima classe dirigente – politica, amministrativa ed economica – e umiliato anche dal rifiuto del governo di consentire il voto nella sede di domicilio a più di un milione di emigrati interni, soprattutto giovani: fatto che ha ridotto di molto anche la percentuale dei votanti. I risultati del Sud, anche se non ancora del tutto definiti, sembrano ancor più netti e significativi di quelli generali. Si tratta di dati che, in attesa di una migliore disaggregazione, mettono già al centro la principale questione: la questione sociale. Il Sì ha vinto solo in Friuli-Venezia Giulia, in Veneto e in Lombardia (con l’eccezione più che significativa di Milano), mentre nelle regioni meridionali e nelle isole, ossia nelle aree più fragili della Repubblica, è stato sonoramente sconfitto, con risultati straordinari nelle grandi città (vedi Napoli, Palermo e Catania in primo luogo). E la Sicilia non ha fatto eccezione.
Si tratta dunque di una risposta che raccoglie il malcontento e la disperazione dei ceti popolari e democratici che, liberi dal capestro del voto clientelare, sentono e ricordano sulla loro pelle l’oppressione del “sistema” capitalistico-mafioso, che impone guerre e servitù militari (Sigonella, il MUOS, Trapani-Birgi), grandi opere devastanti costose e inutili (di cui è principale emblema il Ponte sullo Stretto), la mercificazione “turistica” delle città; che lascia sempre più in abbandono il lavoro sempre più raro precario e malpagato, la crescente privatizzazione di scuola università e sanità, dell’acqua, la negazione dei servizi essenziali, l’abbandono del trasporto pubblico, la trasformazione dell’agricoltura sotto il segno di un aziendalismo assistito e neolatifondista caratterizzato dall’abbandono delle aree interne. In una parola si è espressa la democrazia delle classi popolari: colpite nel salario e con l’abolizione del reddito di cittadinanza, consapevoli di un ulteriore peggioramento delle condizioni di vita con l’avvento e la messa in opera in corso dell’AUTONOMIA DIFFERENZIATA, con il drenaggio di risorse dal Sud al Nord, e soprattutto dai ceti poveri all’élite capitalistica. Il risultato oppressivo di questa gestione della Cosa Comune che è la Repubblica, come la costruisce la Costituzione, è percepito dalla popolazione, più di quanto non si creda. Chi, come noi, si è confrontato con i lavoratori e i disoccupati, coi giovani e con le donne nei quartieri, nei luoghi di lavoro e nei mercati settimanali, ha potuto cogliere nettamente, e al di là delle aspettative, questo disagio profondo che si è infine manifestato in un voto dal significato chiarissimo. I dati sono già da ora univoci, dalle città ai piccoli e medi centri dell’interno.
Occorre adesso lavorare politicamente e socialmente per evitare che questa finestra di libertà, questa boccata di aria pulita, siano velate o inquinate da manovre di palazzo, da posizionamenti interni al ceto politico, da ricatti sul lavoro in nome del cosiddetto “sviluppo”, da un reiterato “patto fra produttori”, da Campi Larghi accomunati dal Si ai piani di riarmo, alla condivisione del sistema di guerra della NATO. Occorre raccogliere pienamente il messaggio che viene dal voto referendario, respingendo la tentazione di declinare la domanda di cambiamento sul versante di una alternanza tutta interna al ceto politico, mentre necessita la messa in campo di una proposta programmatica: che esiga il rispetto dei principi violati, già a partire dalla piena affermazione dell’art. 11 della Costituzione e del NO totale alla guerra e al riarmo, che rivendica il diritto del riconoscimento alla rappresentanza sempre più impedita, che si batte per una rinascita democratica e sociale capace di opporre al sistema neoliberista della povertà, dello sfruttamento crescente, della emarginazione razzista, della devastazione della natura e dell’ambiente (Niscemi docet), della negazione dei bisogni primari, l’alternativa della applicazione attualizzata della Costituzione. Le mobilitazioni di questi mesi contro la guerra permanente e di resistenza contro le misure neoliberiste indicano il percorso da seguire.