Il Consiglio dei Ministri di ieri, giovedì 5 febbraio 2026, non ha semplicemente varato un decreto legge. Ha apposto il sigillo finale su un progetto di ingegneria costituzionale che, sommato al precedente “Pacchetto Sicurezza” (DDL 1660), ridisegna il volto della Repubblica, trasformandola da democrazia partecipativa a regime di polizia. Non siamo di fronte a una risposta contingente a disordini di piazza, ma a un cambio di paradigma sistemico: il passaggio dal diritto penale del fatto al diritto di polizia del sospetto.
La lettura combinata del nuovo decreto e delle norme già in cantiere ci consegna un ordinamento in cui il dissenso non è più un diritto costituzionale da tutelare, ma una patologia sociale da eradicare preventivamente o reprimere con sproporzionata ferocia.
La tenaglia giuridica, prevenzione arbitraria e repressione penale
Per comprendere la gravità della situazione, è necessario analizzare la “tenaglia” che si stringe attorno al cittadino che intende manifestare il proprio dissenso, sia esso politico, sindacale o ecologista.
Da un lato, il DDL 1660 aveva già minato il terreno, criminalizzando le condotte: trasformando il blocco stradale in reato (colpendo scioperi e picchetti) ed equiparando la resistenza passiva gandhiana alla violenza attiva (il nuovo reato di rivolta). Dall’altro, il Decreto varato ieri agisce a monte, impedendo fisicamente l’accesso alla piazza.
L’introduzione del fermo preventivo di polizia fino a 12 ore rappresenta la violazione più flagrante dell’Articolo 13 della Costituzione (“La libertà personale è inviolabile”). Consentire alle forze dell’ordine di privare un cittadino della libertà non perché ha commesso un reato, ma perché vi è il presunto “fondato motivo” che potrebbe farlo, significa sradicare il principio di Habeas Corpus. La polizia assume il ruolo di giudice su presunte intenzioni: si viene fermati per ciò che si è (attivisti, sindacalisti noti, “soggetti pericolosi”) e non per ciò che si fa. È la codificazione del “Processo e condanna alle Intenzioni”.
Il “Daspo” politico e la morte del sindacato
L’altra misura cardine, il cosiddetto “Daspo per le manifestazioni”, introduce una forma di interdizione dai diritti politici senza precedenti. Inibire la partecipazione a cortei a chi ha precedenti di polizia o condanne non definitive crea una cittadinanza mutilata.
Consideriamo l’impatto sul diritto sindacale. Un lavoratore che in passato abbia partecipato a un picchetto “duro” (ora reato di blocco stradale) potrebbe ricevere il divieto di partecipare a future manifestazioni. Se violasse il divieto per difendere il proprio posto di lavoro, finirebbe in carcere. In questo scenario, lo sciopero perde la sua efficacia conflittuale e diventa una mera testimonianza inoffensiva. La conflittualità sociale, motore storico delle conquiste democratiche, viene sterilizzata per decreto.
La fine della Non-Violenza
L’aspetto più insidioso di questo combinato disposto è l’attacco frontale alla non-violenza. La storia delle democrazie occidentali è costellata di conquiste ottenute tramite la disobbedienza civile: dai diritti civili negli USA alle lotte operaie in Europa.
Oggi, con le nuove norme sulla resistenza passiva (che puniscono chi non obbedisce a un ordine in carcere o nei CPR) e con la criminalizzazione dei blocchi stradali “ostruttivi”, lo Stato invia un messaggio chiaro: non esiste distinzione legale tra un sit-in pacifico e una sassaiola. Entrambi conducono al carcere. Questo appiattimento non solo è irragionevole (violando l’Articolo 3 della Costituzione), ma è pericoloso. Se la protesta pacifica viene punita con la stessa severità di quella violenta, viene meno ogni incentivo alla moderazione, spingendo il dissenso verso la radicalizzazione clandestina.
Un profilo di incostituzionalità sistemica
L’incostituzionalità di queste norme non risiede in un cavillo tecnico, ma nella sistematica demolizione della gerarchia dei valori costituzionali. Non oso immaginare cosa potesse essere il decreto prima del confronto al Colle, e comunque, caro Presidente questo schifo resta fondatamente incostituzionale. La Corte Costituzionale ha più volte ribadito che l’ordine pubblico non è un valore tiranno che può sopprimere gli altri diritti fondamentali. Eppure, il governo ha costruito un sistema dove:
- Si viola l’Articolo 17 (Diritto di riunione), rendendolo fruibile solo a discrezione dell’autorità di pubblica sicurezza (che può fermare preventivamente i partecipanti).
- Si viola l’Articolo 25 (Principio di offensività), punendo il pericolo presunto e non il danno concreto.
- Si viola l’Articolo 24 (Diritto di difesa), poiché il fermo preventivo si consuma prima che un avvocato o un giudice possano intervenire efficacemente.
Il silenzio come obiettivo, ci vogliono solo come sudditi.
Non bisogna commettere l’errore di pensare che queste norme servano a “garantire la sicurezza”. Le leggi esistenti erano già ampiamente sufficienti a punire violenze e devastazioni. L’obiettivo reale, desumibile dalla lettura tecnica dei testi, è la dissuasione. Si mira a creare un chilling effect, un effetto congelante sulla società civile. La paura di essere fermati per 12 ore senza motivo, di perdere la fedina penale per un sit-in, o di finire in carcere per aver difeso un presidio sindacale, indurrà la maggioranza silenziosa a restare a casa.
Ciò che si sta costruendo non è un Paese più sicuro, ma un Paese più silenzioso, in cui puoi solo chinare il capo davanti al potere e alla prevaricazione. E in democrazia, il silenzio imposto per legge non è ordine: è l’anticamera dell’autoritarismo, è la fine dello Stato di diritto.
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