Oltre le macerie del liberismo: la piazza chiama, la politica deve scegliere da che parte stare.

Quello che sta succedendo nelle piazze italiane ed europee non si può più liquidare come una protesta del momento, nata e destinata a spegnersi. La mobilitazione è forte, e c’è un dato che pesa più di tutti: la saldatura, storica, tra lavoratori, studenti e cittadini che con la politica di norma , non hanno niente in comune. Un risultato politico in Italia, di prima grandezza, che porta la firma del sindacalismo di base e del suo radicamento sul territorio. Il malcontento, insomma, ha trovato una strada lucida, radicale. Al centro c’è una consapevolezza che non lascia spazio a equivoci: il rifiuto totale della guerra, della sua economia di morte, e di un sistema politico ed economico che non sa più rispondere ai bisogni reali delle persone.

Eppure, mentre la mobilitazione sa benissimo cosa respinge, si apre un vuoto enorme: manca un soggetto politico unitario, di classe, davvero alternativo, capace di raccogliere queste istanze e farle diventare un programma di lotta, nelle istituzioni e nella società.

Il fallimento storico della classe politica europea

La risposta delle istituzioni europee e delle classi dirigenti nazionali al grido che arriva dalle piazze racconta un fallimento politico e morale che non ha precedenti. Chiuse in logiche di potere che guardano solo a sé stesse, sorde alle urgenze sociali, le leadership europee continuano a ignorare i bisogni popolari per rincorrere agende di guerra e austerità, mascherate da “transizioni” o “difesa comune”.

La scelta è stata quella del riarmo permanente e dell’escalation bellica, togliendo risorse vitali a sanità, istruzione, salari, welfare. Non è un errore di percorso: è la logica conseguenza di un sistema economico che ha fatto della crisi strutturale e della militarizzazione i propri strumenti di governo. Una classe politica incapace di offrire qualcosa che non sia la gestione degli interessi del capitale finanziario e delle industrie belliche – e che quindi si conferma non mediatrice di interessi collettivi, ma vettore principale del degrado sociale e democratico del continente.

In questo quadro il cosiddetto “campo largo” mostra il suo vero volto: una formula politica integrata, pienamente e volontariamente, nel perimetro del capitalismo neoliberista. Incapace di toccare i dogmi del libero mercato, delle privatizzazioni, dell’alleanza subalterna alle strategie atlantiche e coloniali, rappresenta una parte del problema – non certo la soluzione. Pensare che chi ha costruito questo sistema possa riformarlo da dentro è un’illusione, e la realtà delle piazze la sta spazzando via giorno dopo giorno.

La saldatura sociale: il merito del sindacalismo di base

Quello che è successo nelle piazze segna uno spartiacque. Riuscire a unire mondi che di solito restano separati – la precarietà giovanile e studentesca, il lavoro dipendente e sottopagato, le fasce popolari che non partecipano ai riti della politica istituzionale – dimostra che esiste un blocco sociale potenziale, forte, coeso, consapevole.

Un merito va riconosciuto al sindacalismo di base, che con coraggio e radicamento nei luoghi di lavoro e nei territori ha reso possibile questa saldatura. Dove la concertazione subalterna e i sindacati di apparato hanno scelto la diserzione sociale  (grave errore della CGIL non essere ufficialmente nelle piazze venerdi)  o il compromesso al ribasso, il sindacalismo di classe ha tenuto viva la fiamma della dignità operaia e popolare. E ha dimostrato che l’unità dal basso non è solo auspicabile: è già una realtà in marcia da far crescere e fortificare. 

La necessità storica di una rottura sistemica

Il problema, oggi, non è la mancanza di contenuti o di energia sociale. È la mancanza di un’aggregazione politica unitaria organizzata  e di classe capace di tradurre questa energia straordinaria in un’alternativa di sistema – politica, economica, sociale.

Manca uno strumento politico all’altezza, un soggetto che rifiuti ogni compromesso con il liberismo, con il capitalismo e con le sue forme di dominio coloniale ed economico. La risposta alle istanze del movimento passa necessariamente da una rottura netta con le politiche fin qui praticate: il rigetto dell’economia di guerra, con blocco immediato delle spese militari, smantellamento delle filiere produttive belliche e riconversione ecologica e sociale dell’industria; un attacco frontale al liberismo, con ridistribuzione della ricchezza, nazionalizzazione dei settori strategici, difesa dei salari contro l’inflazione e fine della precarietà; il superamento del subalternismo geopolitico, costruendo una prospettiva di pace fondata sulla cooperazione tra i popoli e sull’uscita dalle logiche di blocco imperialista di suprematismo occidentale.

L’alternativa è un’altra cosa, e non si può più rimandare. È il momento di costruire, sul serio e insieme, quel soggetto politico e sociale capace di dare voce, forza e vittoria a chi oggi, nelle piazze, chiede giustizia sociale e la fine della barbarie capitalista e bellica.