Per una transizione eco-climatica non dettata dal capitale, per l’unione lavoro/natura contro guerra e armi

Tre domande a Paola Imperatore, ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze Politiche di Pisa

Alberto Deambrogio: Nel tuo lavoro approfondisci spesso la convergenza tra movimenti ecologisti e lotte sindacali, come nel caso emblematico dell’ex GKN,spesso però a livello mediatico e politico la transizione ecologica viene dipinta come una minaccia diretta ai posti di lavoro, si pensi ad esempio al settore dell’automotive. In che modo una transizione ecologica dal basso può scardinare questo ricatto tra diritto al lavoro e diritto alla salute e all’ambiente, trasformando la classe lavoratrice da soggetto potenzialmente penalizzato a motore primario dell’intervento urgente?

Paola Imperatore: Il ricatto tra ambiente e lavoro è un ricatto che si è stratificato negli ultimi decenni della nostra storia, ma che fondamentalmente si fonda su una bugia, nel senso che quando parliamo di ricatto parliamo della possibilità di avere il pane, quindi di avere il lavoro, danneggiando però l’ambiente e la salute. Difendere le proprie condizioni ambientali, di vita o d’altra parte accettare di salvaguardare il proprio territorio e la propria salute, perdendo però la possibilità di avere un lavoro,di portare il pane a casa. La realtà che abbiamo di fronte, però, è una realtà diversa,perché questo sistema negli ultimi trent’anni ha attaccato violentemente sia il lavoro,polverizzandolo, precarizzandolo, peggiorandone le condizioni contrattuali e di sicurezza, quindi portando a una perdita e un impoverimento del lavoro, sia la natura e quindi le condizioni ambientali e di salute dell’umanità, peggiorando anno per anno le condizioni di vivibilità di questo pianeta e dei territori che abitiamo. In realtà ci rendiamo conto, se andiamo a prendere i dati e la storia, che questa è una retorica usata strumentalmente, ma che nasconde un sistema che non fa altro che usare questo conflitto per nascondere la violenza ambientale, la violenza sociale che produce. La transizione ecologica si è posta grazie alla pressione dei movimenti climatici come un’opportunità per affrontare questa tensione, cercando di portare avanti un’idea di lavoro che non danneggi la società, ma che sia per la società. Le istituzioni, le aziende con la complicità anche purtroppo dei media hanno spesso prodotto una narrazione distorta della transizione, costruendo in qualche modo un sillogismo tra transizione ecologica e la macelleria sociale, facendo passare l’idea che transizione ecologica significava licenziamenti, perdita dei posti di lavoro. Questo è effettivamente successo laddove non c’è stata una strategia chiara di pianificazione socio ecologica. Il settore dell’automotive è chiaramente un settore cardine in questo contesto, perché è uno di quelli più interessati, che rischia di arrivare a un grandissimo processo di chiusura e delocalizzazione di fabbriche per cambiare il tipo di produzione in senso cosiddetto ecologico (visto che l’auto elettrica è stata contestata come modello di mobilità sostenibile a fronte invece della mobilità pensata sul trasporto pubblico). Sappiamo invece che questo terreno della transizione dell’automotive verso l’elettrico è stato abbandonato perché è entrata a gamba tesa la transizione verso l’economia di guerra e quindi la trasformazione, la riconversione in senso bellico dell’industria dell’automotive. In questo contesto molto complesso in cui le aziende, le istituzioni hanno cercato di portare avanti le strategie di accumulazione di profitto e non di transizione, l’esperienza del collettivo GKN è stata molto preziosa e molto illuminante, perché i lavoratori licenziati nel 2021 a seguito della chiusura dello stabilimento di Campi Bisenzio, che produceva semiassi per auto private e immediatamente narrata sulla stampa (in particolare un blog del Sole 24 Ore) come il risultato dei movimenti climatici, della transizione ecologica, hanno risposto  rispedendo al mittente tutto questo. Hanno detto: qui stiamo vivendo questa chiusura della fabbrica non come risultato della transizione ecologica, ma della vostra transizione ecologica; una transizione di mercato, che mette ancora una volta il profitto e la produzione di capitale davanti ad ogni cosa. La transizione ecologica,quella vera, quella fatta con la società e per la società, invece, a noi interessa e può essere qualcosa che salvaguarda il lavoro e allo tempo proteggere le condizioni di vita in cui noi e i nostri figli vivremo. Questo è il grande messaggio che da questa fabbrica è arrivato e che continua a risuonare oggi ancora di più, perché, come dicevo prima, la questione della transizione all’elettrico nel contesto dell’automotive è stato abbandonato a favore della transizione alla guerra, bellica delle fabbriche. Ancora di più è importante dare il messaggio che c’è un’alternativa all’economia di guerra che ci sta trascinando verso una situazione di violenza sociale, di povertà veramente inedita.È senz’altro un esempio che segna un sentiero percorribile, che vede un ricongiungimento di chi lavora e di chi difende il territorio dentro un unico obiettivo,perché, ovviamente, chi lavora allo stesso tempo ha bisogno di vivere un ambiente sano e chi lotta difendendo il proprio territorio allo stesso tempo lavora, ha bisogno di portare il pane a casa. Ci ha insegnato un’esperienza, a non cadere in questi tranelli,in queste trappole, in queste divisioni e invece provare a costruire insieme unavisione alternativa, che trova nella convergenza lo spazio in cui costruiamo qualcosa di diverso e insieme decidiamo cosa produrre per chi produrre e come produrre.

A.D.: in “Territori in lotta” mostri come le comunità locali  non si limitino a opporsi a singole industrie nocive, ma contestino il modello capitalista globale radicato in quel pezzo di territorio. Di fronte alla necessità di interventi macroeconomici e transnazionali urgenti, spesso gestiti da governi o summit come le COP, come si evita il rischio che la pianificazione ecologica centralizzata calpesti la democrazia locale? In altre parole, come può il territorio rimanere il nucleo decisionale senza frammentare l’efficacia delle risposte globali di cui abbiamo bisogno?

P.I.: Qui ci sono vari punti da discutere. Il primo ha a che vedere con il fallimento totale del sistema della governance climatica. Un sistema che si fonda appunto sulle COP, le Conferenze delle Parti, sul protocollo di Kyoto, sugli accordi di Parigi, che si sono mostrati del tutto incapaci di portare i governi ad assumersi impegni seri e vincolanti. In particolare, uno dei più più grandi fallimenti di questo sistema è stato quello di fondare la ricerca di soluzioni climatiche dentro i meccanismi di mercato,ovvero creare un sistema di compravendita dei pacchetti di emissioni, che è ciò che il protocollo di Kyoto ha stabilito e che, in sostanza, ha trasformato la CO2 in merce che viene venduta all’interno di un mercato. Come abbiamo visto non ha risolto, né contenuto il problema del riscaldamento globale, ma, al contrario, l’ha visto in questi trent’anni crescere in modo esponenziale. Il secondo tema è che, molto spesso, le soluzioni climatiche che vengono pensate in astratto, guardando solo i numeri,dimenticano che dietro di questi, dietro le politiche, ci sono dei territori, delle comunità, dei lavoratori, delle complessità che vanno considerate e non possono essere ridotte e contenute dentro la mera conta per l’emissione di CO2. Pensare una transizione energetica, per fare un esempio, che riduca di un poco il trend delle emissioni climalteranti, ma che distrugga un suolo, un territorio, una forma di sostentamento di una comunità è un tipo di politica climatica che si dimentica di cos’è l’ecologia nel suo senso più complessivo. Qualcosa che implica, appunto, la protezione, la tutela dell’ambiente nelle sue diverse dimensioni: il suolo, l’acqua,l’aria. È un approccio che dimentica che ecologia è anche forme di vita tra umani e tra umani e non umani, la fauna e flora e che un progetto ecologico all’altezza delle sfide odierne deve riuscire a porsi l’ambizione di tenere queste dimensioni sempre legate e farle camminare insieme. Serve la maggiore attenzione possibile alla giustizia ambientale e sociale: questo è un tema fondamentale. Ora, quello che sta succedendo è che, in realtà,  non vediamo un impegno da parte delle istituzioni a nessun grado e livello rispetto alla mitigazione delle emissioni e rispetto all’adattamento dei nostri sistemi sociali ed ecologici a un clima che cambia; anzi laddove gli stessi piani strategici nazionali prevederebbero una salvaguardia di aree verdi, nuove politiche di piantumazione per abbassare l’impatto di ondate di calore che fanno moltissime morti ogni estate, invece vediamo una politica di disboscamento, di taglio di aree verdi all’interno delle città, di costruzione, dicementificazione che continua imperterrita a scavalcare le comunità e i territori. In tutto questo, paradossalmente, sono i piccoli comitati, le piccole realtà di lotta, che stanno rappresentando non solo una voce alternativa, ma delle forme pratiche di adattamento a un clima che cambia. Costruiscono dal basso quelle politiche che invece dovrebbero attuare le istituzioni. Ovviamente resta complesso articolare la relazione tra i territori e il globale. Da un lato i territori fanno quello che le istituzioni né a livello locale, né nazionale, né globale stanno facendo: quindi tutelare le condizioni di riproduzione della vita. Dall’altro i territori non possono, non hanno una forza, un potere sufficiente per affrontare la questione eco climatica nella sua complessità. Qui viene la centralità dell’organizzazione, quindi il trovare formeattraverso cui tutti i territori possano confederarsi, possano continuare a fare pressione verso i decisori politici. Per questo è fondamentale costruire rapporti di forza, livelli di organizzazione, di autonomia e anche di alternativa, che dimostrino che queste prospettive sono praticabili perché le stiamo già provando a mettere in atto.

A.D.: Gli scioperi globali del 2019 hanno segnato uno spartiacque decretando il fallimento della governance climatica di mercato da Kyoto fino a Parigi. A distanza di anni, tuttavia, molte di quelle piazze giovanili si scontrano con la frustrazione dell’inazione politica o con la criminalizzazione del dissenso delle frange più radicali. Dal tuo osservatorio sui movimenti sociali quali nuove forme di mutualismo, pratiche di Commons o strategie di resistenza stanno emergendo per rendere la giustizia climatica un’alternativa non solo rivendicata, ma concretamente vivibile e replicabile nel quotidiano?

P.I.: Il movimento climatico, che è entrato sulla scena pubblica tra il 2018 2019, ci è entrato con una ampiezza, con una composizione giovanile e con richieste nuove nello scenario politico, che credo non si ripeteranno ai giorni nostri nella stessa dimensione per ovvie ragioni. Nel mezzo è passata una pandemia, siamo dentro un ciclo di guerra globale, abbiamo visto un genocidio. Tutto questo ha trasformato, ha contaminato, ha rimesso in discussione i movimenti. Movimenti che hanno dovuto constatare che tutta l’architettura delle istruzioni democratiche a cui molti facevano affidamento, o quantomeno riferimento come interlocutore, è crollata. Abbiamo visto istituzioni internazionali, il diritto internazionale restare lettera morta di fronte al genocidio. Abbiamo visto ministri dire che il diritto vale fino a un certo punto.Ancora una volta, di fronte alla situazione della Palestina, abbiamo visto il potere schierarsi, usare la legge per proteggere i grandi capitali, i grandi capitali energetici,chi produceva distruzione, chi portava avanti guerre genocidiarie. Ovviamente questo ha cambiato profondamente il rapporto tra i movimenti e le istituzioni. I movimenti,storicamente, hanno dentro diverse anime, che hanno anche diverse visioni del rapporto con la politica. Tuttavia questa è stata un’esperienza e una trasformazione che è rimasta, nel senso che davanti a tutto il mondo è crollata la maschera dell’Occidente, è crollata la maschera del diritto dello, stato di diritto, della legge.Questo sicuramente ha posto i movimenti dentro un contesto molto diverso e dentro la chiarezza che la giustizia climatica, che le politiche ambientali fondate sui principi di giustizia non sono perseguibili dentro un modello capitalista, di conseguenzadentro questo attuale modello politico. La sfida è molto più articolata, molto più complessa, molto più alta, ma allo stesso tempo è stata portata su un terreno che è molto più chiaro, su cui i movimenti sono molto più difficili da cooptare. Mentre nel 2018/19 le rivendicazioni che venivano dal basso sono state parzialmente cooptate da aziende, da compagnie energetiche, che hanno usato quelle parole, quegli slogan per rimettersi nel mercato con un’immagine nuova, oggi l’istanza che i movimenti portano nelle tante forme sono non cooptabili a meno che non si faccia una trasformazione profonda del sistema.  Dentro questo nuovo scenario credo che la questione eco climatica entrerà in modo diverso non tanto con delle piazze a sé stanti.Posso immaginare, poi magari mi sbaglierò, che l’impegno ecologico possa essere portato come chiave di lettura che ci portiamo nel movimento per il diritto alla casa,nel movimento contro il carovita, nel movimento contro la guerra e in tutte quelle forme di mobilitazione collettiva, di massa. Per la costruzione di alternative, verdi edi fabbrica come vediamo per la GKN e per altri casi, che in qualche modo ci danno un esempio di quello che potrebbe essere il tema eco climatico nel futuro.