Cosa c’entra la Brigata Ebraica con la resistenza italiana?

Un’occhiata alla storia. Alle origini del sionismo

Per comprendere cos’è la Brigata Ebraica occorre dare brevemente uno sguardo alla storia europea degli ultimi due secoli.

Nel corso dell’Ottocento, la differenza tra gli ebrei occidentali (gli Yekke, dell’Europa centrale e occidentale, in Germania, Francia, Italia, Austro-Ungheria), pienamente integrati nel tessuto sociale dei propri Paesi, e quelli aschenaziti orientali (Ostjuden) degli shtetl (piccoli villaggi ebraici dell’Europa orientale), divenne abissale, rappresentando due mondi quasi opposti per integrazione, cultura e condizioni di vita.  A seguito delle conquiste napoleoniche e dei successivi moti liberali del 1848, gli ebrei occidentali avevano ottenuto la cittadinanza piena, assimilandosi alla cultura occidentale e integrandosi nella società borghese dei propri Paesi,  parlando le lingue locali (tedesco, francese e italiano) e avevano abbracciato l’Haskalah, ovvero l’illuminismo ebraico, che promuoveva la secolarizzazione, l’istruzione laica, la scienza e la cultura moderna, per cui l’ebraismo divenne più una questione religiosa privata che un’identità nazionale separata, abbandonato i tratti distintivi dell’abbigliamento tradizionale (rekel, bekishe, ecc.). Vivevano, prevalentemente nelle grandi città (Berlino, Parigi, Vienna e, in Italia, a Roma, Milano, Torino, Firenze, Trieste e Livorno), avevano un elevato livello di istruzione, derivata dall’obbligo rabbinico di istruzione per i maschi, esercitavano spesso, con grande successo e profitto, l’attività finanziaria, compreso il prestito su pegno, perché nel Medioevo era generalmente loro vietato l’esercizio di molte professioni, l’adesione alle corporazioni artigiane e il possesso di terre, mentre il IV Concilio Lateranense (1213), aveva vietato ai cristiani il prestito ad interesse, considerandolo sempre come un peccato mortale di usura, lasciando così di fatto l’esercizio del settore del credito, della borsa e dei diamanti  alla  comunità ebraica, per cui emersero grandi famiglie di finanzieri ebrei come Rotschild, Warburg, De Hirsch, Leumi, Lazard, Oppenheimer, Soros, e i fondatori di Goldman Sachs, Black Rock, Lehman Brothers, Kuhn, Loeb & Co., ecc. Ma gli ebrei esercitavano anche altre   professioni di alto livello, quelle mediche, legali, commerciali, accademiche, artistiche e industriali. Tuttavia molti sovrani preferivano cacciare o perseguitare gli ebrei piuttosto che ripagare i debiti contratti con loro.

Tutt’altra situazione era quella degli Ostjuden degli shtetl, caratterizzata da un’economia fragile di piccole attività commerciali e artigianali nel marktplatz (sarti, calzolai, fabbri, e gestori di forni, osterie e alimentari), soggetti ad una forte pressione fiscale, con una diffusa povertà e precarietà economica. Nei primi anni del 900 la crisi economica generale e le politiche economiche repressive dei governi locali, specie in Polonia, avevano reso la vita negli shtetl molto difficile, spingendo molti giovani a emigrare o a trasferirsi nelle grandi città. 

L’assassinio dello zar riformista Alessandro II, il 13 marzo 1881, da parte del gruppo rivoluzionario populista Narodnaja Volja (Volontà del Popolo), prevalentemente ebraico,  aveva posto fine alle riforme e avviato una fase di repressione, innescando varie ondate di pogrom, ovvero di violenze popolari contro gli ebrei, stimolati dall’Ochrana, la polizia segreta zarista, con la pubblicazione del falso documento dei Protocolli dei Savi di Sion, sfruttando i sentimenti antiebraici della popolazione, che ha distrutto gli shtetl e spinto gli ebrei ad una migrazione di massa di circa tre milioni di persone, principalmente verso gli Stati Uniti e, in piccola parte, circa 40.000, verso la Palestina. I filantropi ebrei occidentali, come i Rotschild e Montefiore, avevano finanziato l’emigrazione dalla Germania verso Stati Uniti e Palestina, dove avevano fondato delle colonie, avversate dagli ebrei del vecchio Yishuv, che vivevano in Palestina dall’antichità, che le consideravano un’invasione colonialista europea.  Hannah Arendt ha accusato la filantropia ebraica occidentale (in particolare tedesca e francese) di aver finanziato l’esodo per allontanare e distinguersi nettamente dagli Ostjuden, che ritenevano, con una contrapposizione di classe, un gruppo culturale inferiore, estraneo,  considerato con paura, ostilità, disgusto e disprezzo, perché parlavano yiddish, vestivano diversamente (con caffetani e cernecchie), praticavano il culto ortodosso, versavano in condizioni di povertà estrema ed erano meno integrati, per cui cercavano di prenderne le distanze e di limitarne l’immigrazione di massa da est, per paura che potessero danneggiare la propria rispettabilità sociale, che volevano difendere a loro discapito.A tale proposito Joseph Roth, di famiglia ebraica, ha scritto che è “un fatto – spesso ignorato – che anche gli ebrei possono avere istinti antisemiti”. Se Lutero esortava allo sterminio dei “figli del diavolo”, Heinrich Heine, ebreo, ha scritto il disgusto e la nausea provata “alla vista di queste creature cenciose e sudice”, che vivevano in “porcilaie”, parlando un linguaggio ripugnante, persi in una “rivoltante superstizione”. Nel libro La banalità del male la Arendt ha criticando aspramente il fallimento morale delle leadership ebraiche (Judenräte), accusandole di aver collaborato, in alcuni casi, con i nazisti, facilitando tragicamente la selezione di chi inviare nei campi di concentramento, distinguendo tra ebrei civili (occidentali) ed ebrei primitivi (orientali), sacrificabili. L’invasine degli Ostjuden era una invenzione della propaganda antiebraica tedesca, perché la stragrande maggioranza de circa tre milioni di emigrati ebrei orientali attraversava la Germania solo per raggiungere i porti da cui imbarcarsi per l’America e altre destinazioni, e non aveva alcuna intenzione di fermarsi in un luogo ostile come la Germania, ma la loro presenza aveva provocato persecuzioni, deportazioni, internamento nei campi e aggressioni violente.

In questa situazione i movimenti emancipazionisti  ebraici erano divisi in tre diverse tendenze: gli autonomisti che intendevano rispettare le diverse nazionalità ebraiche e volevano lottare ciascuno all’interno del proprio stato per l’uguaglianza dei diritti, mentre gli altri due movimenti  proponevano invece l’emigrazione in un alto paese per crearvi un focolare ebraico, divisi in territorialisti, che non avevano scelto una destinazione specifica (pensando soprattutto all’Argentina, al Madagascar o ad una colonia inglese), e i sionisti, che intendevano trasferire tutti gli ebrei in Palestina, a loro volta divisi fra gli spiritualisti, di Ahad Ha’am (Asher Zvi Ginsberg) che volevano crearvi un luogo per la rinascita culturale, spirituale e morale dell’ebraismo e condividerla con i palestinesi autoctoni e i politici, di Theodor Herzl, che invece volevano effettuarvi una pulizia etnica, espellendoli. Le autorità religiose ebraiche dei diversi Paesi sostenevano gli autonomisti, per difendere le proprie specificità culturali, linguistiche e religiose, e si mostravano invece profondamente ostili alle altre due ipotesi, che implicavano il trasferimento degli ebrei in altri territori, soprattutto in Palestina, perché ritenevano che il ritorno in Palestina fossa possibile solo con l’avventi del Messia (che naturalmente per loro non era Gesù Cristo) e volerlo prima era una bestemmia. Alla fine però si affermarono i sionisti politici aschenaziti dell’Europa orientale, che intendevano, con Theodor Herzl, creare uno Stato ebraico puro in Palestina, allora ottomana, che definivano “Terra di Israele”, e che ritenevano spettasse loro di diritto, essendo stata promessa da Dio al suo “popolo eletto”, cacciando i palestinesi come intrusi. Va ricordato che nell’antichità nel Levante ogni tribù aveva, oltre ad un Dio generale (El, Elohim, al-Lah) anche un proprio Dio protettore (Yahweh per gli ebrei), diverso dagli altri, che li difendeva dai nemici. Lo slogan “una terra senza popolo per un popolo senza terra”, concessa da Dio, oltre che essere assurda, presentava numerose incongruenze, perché si trattava d’una terra già densamente popolata, i principali sostenitori della colonizzazione erano atei pur giustificando l’occupazione come una volontà divina, e gli storici e genetisti ebrei avrebbero poi dimostrato che gli aschenaziti non sono i discendenti degli antichi ebrei, come sono i palestinesi, ma sono invece conversi  indoeuropei e caucasico-turcomanni, discendenti dal popolo dei cazari, convertiti all’ebraismo nel 740, e quindi non sono affatto semiti come gli arabi e gli etiopi, e ciò smonta qualsiasi pretesa mitologica d’un ritorno alla terra dei padri (dato che i loro padri non provenivano da lì), che è l’unico argomento invocato, sia pure del  tutto mitologico e irrazionale, per giustificare un diritto al colonialismo di sostituzione in Palestina. Herzl era convinto della necessità di avere l’appoggio d’una potenza europea per conquistare quel territorio ottomano, e aveva chiesto il sostegno agli inglesi, promettendo loro di diventare un presidio coloniale dell’impero britannico contro la “barbarie orientale” degli arabi, per cui, al primo congresso sionista del 1897 (che doveva svolgersi a Berlino, ma che i rabbini tedeschi, profondamente contrari, avevano chiesto alle autorità di vietarlo, e si trasferì a Basilea), aveva affermato l’indispensabilità della pulizia etnica della Palestina, avvertendo però che tale operazione doveva essere realizzata gradualmente, perché altrimenti sarebbe stata impedita dagli altri Paesi. Il primo passo è stato quello di creare delle potenti strutture economiche e reti di sostegno finanziario (Jewish National Fund, Palestine Jewish Colonisation Association, Organizzazione Sionista Mondiale, Società di Colonizzazione, Agenzia ebraica e banche e finanzieri privati), per favorire l’immigrazione (Aliyah) dall’Europa orientale e per acquistare direttamente le terre della Palestina o finanziarne l’acquisto dai latifondisti turchi (con l’impegno di non rivenderle mai agli arabi), espellendone i contadini poveri palestinesi (fellahin) che vi lavoravano da generazioni e costruendo uno sviluppo economico totalmente separato, sovvenzionando i lavoratori ebrei con salari più che doppi rispetto a quelli palestinesi. L’espulsione dei palestinesi dalle proprie terre per il controllo ebraico del territorio con l’acquisto di terreni e l’immigrazione ebraica, con l’obiettivo di creare uno Stato ebraico puro, privo di palestinesi, col sostegno degli inglesi, ha provocato diverse insurrezioni dei palestinesi (1920, 29, 36-39), duramente represse dagli inglesi e culminate nella “catastrofe” (Nakba) del 1948. 

Il muro di ferro di Jabotinsky

Ma a realizzare il primo passo militare del progetto di conquista indicato da Hertzl, è stato poi Vladimir Zev Jabotinsky (fondatore dell’ebraismo revisionista, assai più feroce), soprannominati Vladimir Hitler da Ben Gurion, per le sue simpatie naziste (“come i nazisti vogliono uno stato etnicamente puro in Germania, così lo vogliamo anche noi in Palestina”). Jabotinsky, naturalizzato cittadino italiano, era ammiratore di Mussolini da cui aveva ottenuto la fondazione della Scuola marittima sionista di Civitavecchia, per addestrare circa 300 cadetti ebrei che diventarono poi i fondatori della Marina Militare israeliana.

Zev aveva cercato alleanze con i nazisti e con i Paesi più antisemiti (Germania, Polonia, Romania) per il comune obiettivo di trasferire tutti gli ebrei in Palestina, per aumentarvi la popolazione ebrea, espellendola dai paesi europei. Per questo aveva fondato a Riga il Betar, un’organizzazione giovanile sionista combattente, e dopo aver partecipato all’Haganà, la prima milizia sionista combattente, insoddisfatto della sua aggressività, da lui ritenuta insufficiente, aveva poi operato una scissione, per fondare l’organizzazione più radicale e terrorista dell’Irgun, da cui poi è derivata l’ancor più terrorista Lehi-Stern Gang, giungendo, attraverso varie vicissitudini, all’attuale Likud di Netanyahu, che discende politicamente appunto da Jabotinsky, di cui ha ereditato il progetto di pulizia etnica e l’aggressività. Queste organizzazioni terroriste avevano poi fondato lo Stato di Israele, attraverso il genocidio della Nakba, distruggendo 530 villaggi palestinesi, massacrando l’intera popolazione, bambini compresi, di numerosi di essi, per spaventare e far fuggire all’estero un milione di palestinesi (secondo i documenti desecretati da Israele), ovvero quasi il 90% della popolazione del Paese. Jabotinsky sosteneva che la colonizzazione sionista di Israele può procedere solo a dispetto della popolazione nativa palestinese, solo dietro un ‘muro di ferro’ che i nativi non potranno penetrare”.

La Jewish Legion

Allo scoppio della guerra 1914-1918 Vladimir Jabotinsky e Joseph Trumpeldor avevano creato in Egitto, sotto controllo inglese dal 1882, un’unità militare formata da ebrei rifugiati dalla Palestina, allora parte  dell’Impero Ottomano, ed altri provenienti da Stati Uniti e Canada per combattere a fianco dei britannici per liberare la Palestina dai turchi e per preparare militarmente dei combattenti per la successiva conquista ebraica del Paese, contro gli arabi, nel quadro del progetto di pulizia etnica di Herzl. Inizialmente, nel 1925 gli inglesi avevano rifiutato di impiegare dei volontari ebrei sul fronte palestinese, perché temevano che il loro addestramento potesse poi servire anche per combattere contro di loro, ma accettarono la creazione di strutture ausiliarie non combattenti, come lo Zion Mule Corps (Corpo dei mulattieri di Sion)  per il trasporto di rifornimenti. Questa unità, composta per la maggior parte da volontari ebrei, operò nella fallita campagna britannica di Gallipoli, per forzare i Dardanelli turchi, terminata con 250.000 morti e l’affondamento di numerose navi. Dopo questa azione fallimentare gli inglesi, che necessitavano di rinforzi, autorizzarono infine, nel 1917, la formazione della Jewish Legion (chiamata in italiano Legione Ebraica), inquadrata nei Royal Fusiliers dell’esercito britannico. Nel contempo avevano costruito in Palestina una rete di spionaggio ebraica, la NILI, per fornire informazioni strategiche all’esercito britannico. Terminata la guerra la Jewish Legion venne gradualmente sciolta, ma sopravvisse un solo battaglione, quello dei Primi Giudei (First Judeans), col motto Kadima (Avanti), che nel 1920, con la costituzione del mandato britannico, formò il nucleo fondamentale dell’Haganah, la prima organizzazione paramilitare ebraica che combatté nel 1920-21, per reprimere le rivolte palestinesi contro l’espulsione dalle terre operata dai coloni ebrei, e che divenne poi la base dell’esercito israeliano a cui fornì anche numerosi generali, realizzando in tal modo l’obiettivo de Jabotinsky. Dietro alla promessa inglese, fatta da Sir Henry McMahon, di costituire uno stato arabo indipendente, comprendente la Palestina, gli arabi, guidati da Lawrence d’Arabia assieme allo Sceriffo della Mecca, Faysal bin al-Husayin, avevano contribuito alla vittoria inglese sui turchi, insorgendo e conquistando obiettivi strategici come Aqaba e Damasco, e sabotando la ferrovia dello Hegiaz. Tuttavia la Gran Bretagna non mantenne la sua promessa, stipulando, nel 1916, l’accordo segreto Sykes-Picot per dividere il Medio Oriente in sfere d’influenza con la Francia, contraddicendo la promessa di indipendenza fatta agli arabi, e poi, con la Dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917 la Gran Bretagna, in cambio del sostegno finanziario dei Rothschild alle spese di guerra, promise agli ebrei la creazione di un focolare nazionale ebraico in Palestina, a scapito dei palestinesi. Nel 1922 la Società delle Nazioni ha incorporato tale dichiarazione nel Mandato britannico della Palestina, favorendovi un forte incremento dell’emigrazione ebraica. Lawrence fu profondamente amareggiato dal tradimento delle promesse del governo britannico, sentendosi responsabile per aver ingannato i suoi alleati arabi, e visse una profonda crisi morale, ritirandosi dalla vita pubblica e rifiutando le onorificenze britanniche. Il tradimento britannico è stata la causa prima dell’ormai più che secolare conflitto israelo-palestinese.

Le restrizioni inglesi all’immigrazione ebraica

Dopo le rivolte palestinesi contro l’espulsione dei contadini dalle terre acquistate dagli ebrei, negli anni ’30 gli inglesi avevano cercato, con l’Hope Simpson Report, di limitare l’immigrazione ebraica, e quindi l’ulteriore espulsione dei palestinesi, sulla base della capacità economica della Palestina di sostenere nuovi immigrati, riducendo le consistenti quote richieste dalla Agenzia Ebraica. Nel 1939 il governo britannico di Neville Chamberlain pubblicò un Libro bianco che, per limitare le tensioni demografiche con gli arabi, abbandonava l’idea di stabilire un dominio ebraico in Palestina, limitando l’immigrazione degli ebrei a  15.000 annui e a 75.000 in cinque anni, per poi cessare del tutto. Inoltre limitò severamente la vendita di terre agli ebrei nel 95% del territorio palestinese, per impedire l’espulsione dei contadini palestinesi, che era la forma di pulizia etnica fino ad allora adottata dalle istituzioni finanziarie ebraiche. Queste restrizioni avevano aperto un aspro conflitto fra le organizzazioni terroristiche ebraiche e gli inglesi del Mandato. Nonostante questo conflitto, quando la gran Bretagna dichiarò guerra alla Germania nazistaDavid Ben Gurion, capo dell’Agenzia ebraica, dichiarò “combatteremo il Libro bianco come se non ci fosse guerra, e la guerra come se non ci fosse alcun libro bianco”. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, per contenere il forte aumento dell’immigrazione di massa clandestina ebraica i britannici intercettavano e rimandavano indietro le navi cariche di immigrati, come nel famoso caso dell’Exodus nel 1947, due anni dopo la fine della guerra.  

Il terrorismo ebraico contro il Mandato

Le limitazioni poste dalle autorità britanniche del Mandato alle ambizioni ebraiche sulla Palestina avevano provocato, nel gennaio del 1944, l’apertura d’un aspro conflitto contro l’amministrazione britannica, con una serie di attacchi terroristici da parte delle tre organizzazioni paramilitari clandestine, Haganà (col Pamach combattente) di Yigal Allon e Moshe Dayan, Irgun di Menachem Begin, e Lehi-Stern Gang di Yitzhak Shamir (che aveva chiesto l’alleanza dei nazisti tedeschi contro le autorità britanniche), che hanno agito insieme nel 1945-1946, nel “Movimento di Resistenza Ebraica“, con l’obiettivo di incentivare l’immigrazione ebraica e sostenere la creazione di uno Stato ebraico, rendendo ingovernabile la Palestina per i britannici, costringendoli a rinunciare al Mandato, un obiettivo raggiunto nel 1947, che ha portato poi al piano di spartizione dell’ONU. Gli atti terroristici sono stati molto numerosi, ma i principali sono stati gli attacchi agli uffici immigrazione, stazioni di polizia (con l’uccisione in un attacco di 7 poliziotti inglesi) e uffici postali ad Haifa, Gerusalemme e Tel Aviv; l’assassinio al Cairo di Lord Moyne, Ministro residente britannico in Medio Oriente; l’attentato al King David Hotel, sede del quartier generale britannico, con la morte di 91 persone tra civili, militari e funzionari governativi; l’uccisione del conte svedese Folke Bernadotte, primo mediatore ufficiale dell’ONU in Palestina; l’attentato all’Ambasciata britannica a Roma, ecc. Queste formazioni terroristiche furono responsabili della Nakba, la prima pulizia etnica della Palestina, con la distruzione dei 530 villaggi palestinesi, dei massacri di molti di essi e la cacciata d’un milione di palestinesi. Poi si fusero per costituire l’esercito israeliano, denominato IDF, Forze di Difesa Israeliana, nonostante la loro costante attività aggressiva. 

Per i sionisti più intransigenti la conquista della Palestina e la sua pulizia etnica è un compito sacro, imposto dal patto con Dio e deve essere raggiunto con ogni mezzo, oltre ogni vincolo morale, sull’esempio del trattamento riservato ai canaanei nella Bibbia. “Dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, la intimidazione, la confisca dei terreni e il taglio di tutti i servizi sociali per liberare la Galilea dalla sua attuale popolazione” (Ben Gurion, capo dell’Haganà, A biography, NY ‘78). “Non vi può essere il sionismo, la colonizzazione, né tanto meno uno stato ebraico, senza la espulsione degli arabi e la espropriazione delle loro terre”. (Ariel Sharon, capo dell’Irgun, 15.11.95). e Oggi l’idea è ancora la stessa. Avigdor Lieberman, ex ministro degli  esteri, ha detto, molto prima dl 7 ottobre, “faremo di Israele uno Stato etnicamente omogeneo”, facendo a Gaza “ciò che gli Stati Uniti hanno fatto al Giappone alla fine della Seconda guerra mondiale”, forte del fatto che Israele è il solo Paese del medio Oriente che possiede armi nucleari (da 300 a 400). Eli Yishai, ex ministro degli Interni, nel giugno 2012 aveva dichiarato: “Userò tutti i mezzi per espellere gli stranieri, perché Israele appartiene all’uomo bianco!”

La Brigata Ebraica

Sulla falsariga dell’esperienza della Jewish Legion, Chaim Weizmann, presidente dell’Organizzazione sionista mondiale, nonostante il conflitto già aperto fra le milizie terroristiche ebraiche e il governo mandatario, offrì al governo britannico la piena collaborazione della comunità ebraica della Palestina mandataria, chiedendo di inserire nell’esercito britannico una formazione separata di combattenti ebraici chiaramente identificabile. Larichiesta venne respinta per il timore degli inglesi circa i veri obiettivi di una tale formazione, che ritenevano che servisse, come nel caso della Jewish Legion del 1915, a fornire la l’addestramento militare per la conquista della Palestina, con la cacciata dei palestinesi, combattendo contro arabi e inglesi.

Venne però autorizzato, come nel 1915, l’arruolamento di volontari nelle formazioni ausiliarie non combattenti del Corpo di servizio dell’esercito reale e nel Corpo dei pionieri, a condizione che vi fosse la presenza d’un numero uguale di ebrei e arabi, per contenere la radicalizzazione. Per questo l’Agenzia Ebraica reclutò come volontari, a pagamento, un numero sufficiente di disoccupati arabi per completare i ranghi, in modo che corrispondessero al numero di volontari ebrei, ma la qualità delle reclute fu incredibilmente bassa, con un elevatissimo tasso di diserzione, in particolare tra i componenti arabi, tanto che alla fine le unità rimasero formate in gran parte da soli ebrei. Venne costituita una unità di mulattieri, una società operativa portuale e le società pionieristiche da 601 a 609, ma dal 1942 vennero formate ulteriori numerose unità ausiliarie miste arabo-ebraiche: un servizio territoriale ausiliario femminile, un servizio aeronautico territoriale femminile e vari servizi ausiliari nelle unità locali del Corpo di ordigni dell’esercito reale, quello degli ingegneri reali e il corpo medico della Royal Army, più nove compagnie di fanteria non da combattimento, come parte del Royal East Kent Regiment, per essere usate come guardie per i campi di prigionieri di guerra in Egitto. Nell’agosto 1942 venne infine formato, con lo stesso reclutamento misto arabo ed ebraico, il Palestine Regiment, che fu chiamato in modo derisorio Reggimento delle Cinque Piastre, a causa del gran numero di volontari arabi che si erano arruolati solo per il bonus in denaro fornito dall’Agenzia ebraica. Non vi era però alcuna formazione combattente completamente ebraica, che era stata invece chiesta dagli ebrei, ma che gli inglesi avevano rifiutato, temendo che potesse diventare la base della ribellione ebraica contro il dominio britannico. Nell’agosto del 1944, verso la fine della guerra, dopo anni di forti pressioni dei sionisti, di Franklin Delano Roosevelt e dell’opinione pubblica americana, Winston Churchill accettò la formazione della Jewish Brigade Group (che gli italiani chiamano Brigata Ebraica, ma che non ha mai avuto tale nome), inquadrata nella VIII Armata Britannica, che venne costituita, dopo una lunga trattativa, il 20 settembre 1944, quasi al termine della guerra, iniziata in Italia il 10 luglio 1943 con l’Operazione Husky di sbarco in Sicilia, e  conclusa in Italia con la Resa di Caserta, firmata il 29 aprile 1945. A comandare la Jewish Brigade fu nominato il brigadier generale canadese Ernest Frank Benjamin, gli ufficiali erano tutti britannici e i circa 5.000 soldati vennero arruolati in Egitto, dove aveva sede il comando, in grande maggioranza provenienti dalla Palestina mandataria (i nuovi Yishuv), fra cui alcuni, pochissimi, di origine italiana, ma molti erano soldati ebrei già inseriti nel Palestine Regiment  e, in numero assai limitato, da ebrei aggregati, provenienti dal Commonwealt britannico (Canada, Unione Sudafricana, Australia e Nuova Zelanda), e da ebrei polacchi e sovietici. Vennero addestrati lungamente in Egitto e trasferiti a Taranto nel gennaio del 1945, per un’ulteriore periodo di addestramento, e poi inquadrati nel X Corpo della’VIII Armata Britannica, comandata dal generale Richard McCreery e, dopo la liberazione di Auschwitz il 27 gennaio 1945, da parte del 60° Corpo d’Armata del Primo Fronte Ucraino dell’Armata Rossa, che è diventato il Giorno della Memoria e ha segnato la fine della shoah, il 6 marzo vennero trasferiti nel campo di Cervia, sul fronte romagnolo, e schierati nel settore di Mezzano, prendendo parte ai combattimenti di Alfonsine (19-20 marzo 1945), e a Cuffiano, nella  valle del Senio. Il 27 marzo combatterono al fianco del Gruppo di Combattimento Friuli contro la IV Divisione Paracadutisti tedesca e il 9-10 aprile parteciparono, a fianco di unità italiane e polacche (3ª divisione di fanteria del II Corpo polacco), alla Battaglia dei tre fiumi, con lo sfondamento della Linea Gotica. A causa dei fondati sospetti delle autorità britanniche circa le loro vere intenzioni, il 14 aprile la Jewish Brigade ricevette l’ordine diretto di fermarsi alla periferia di Bologna e di non proseguire oltre, venendo sostituita per la conquista della città dalle altre truppe alleate, perché un suo successo nella conquista della città avrebbe rafforzato le rivendicazioni sioniste in Palestina e sarebbe stato interpretato come il preludio alla formazione d’uno Stato ebraico. La Jewish Brigade aveva combattuto complessivamente per 38 giorni, dal 6 marzo al 13 aprile, con 30 morti dell’Yishuv (più 27 aggregati provenienti da altri Paesi) e 70 feriti.

Quindi la Jewish Brigade Group (detta comunemente Brigata Ebraica dagli italiani) non ha mai fatto parte della resistenza partigiana antifascista italiana, ma è stato un reparto armato sionista, composto da militari non di nazionalità italiana, facente parte dell’esercito britannico.

L’attività della Jewish Brigade a guerra finita

Dopo la fine della guerra in Italia, il 29 aprile 1945, e la resa tedesca, la Yewish Brigade venne messa a  presidiare il campo d’internamento Rimini Enklave per militari tedeschi e il 2 maggio venne trasferita al confine con l’Austria, a Tarvisio, per porla in una posizione più marginale e controllabile. Invece, proprio a Tarvisio, la Jewish Brigade diede vita a due attività clandestine, l’operazione Nakam e l’operazione Bricha, ostili ai comandi britannici. Hanno portato avanti l’Operazione Bricha, per organizzare l’invio clandestino di armi alla Haganà e il reclutamento di ebrei dai Paesi europei per l’immigrazione clandestina in Palestina da impiegare nel conflitto con arabi e inglesi. Nel 1945 Yehuda Arazi, in codice Alon, dirigente delle forze di polizia ebraiche in Palestina ed esponente dell’Haganà (già coinvolto nell’assassinio di Haim Arlosoroff, dirigente socialista dell’Agenzia ebraica), viaggiò in treno, vestito da finto sergente degli ingegneri reali, dalla Palestina mandataria all’Egitto e, attraverso il Nord Africa, fino in Italia, usando nomi e documenti falsi, e nel giugno del 1945 si unì alla Jewish Brigade a Tarvisio, riunendo i membri della Haganah che vi prestavano servizio, chiedendo loro di trovare 5.000 sopravvissuti ebrei per farli emigrare nella Palestina mandataria, reclutandoli nell’Haganà. Anche se il comandante della Jewish Brigade, Aharon Hoter-Yishai, dubitava molto dell’esistenza di tali 5.000 sopravvissuti ebrei, accettò tale nuova missione clandestina. Arazi divenne segretamente il responsabile del reclutamento dei sopravvissuti ebrei dell’Europa orientale, per la loro immigrazione clandestina, con la creazione di Hachsharot  (collettivi sionisti per la preparazione all’attività nelle milizie ebraiche che lottavano contro il Mandato britannico), l’acquisto di barche, la fornitura di cibo e la compilazione di elenchi di sopravvissuti da reclutare. Arazi venne ricercato per due anni dalle autorità britanniche dal Mandato per aver rubato fucili alla polizia britannica e averli consegnati alla Haganah.  Anche Israel Carmi, un membro della Brigade che aveva collaborato con la Bricha e s’era dimesso dalla Brigade nell’autunno del ’45, tornò in Italia nel ’46 per operare nuovamente nella Bricha e prese contatti con la Beriha, che svolgeva un compito analogo a quello della Bricha, era organizzata in tutta l’Europa orientale ed era  riuscita a trasferire in Palestina, passando per il Mar Nero, 250.000 ebrei,  e con essa Carmi aprì una seconda rotta in Italia, usando i veicoli dell’esercito britannico della Brigade per trasportare gli emigranti clandestini (fino a un migliaio di persone alla volta) in convogli di camion a Pontebba, per poi farli proseguire, come gli altri, salpando illegalmente dalla Liguria, in particolare da Vado,  verso la Palestina mandataria, contribuendo al trasferimento di 22.000 ebrei.

L’altra attività portata avanti dalla Brigade è stata il Tilhas Tizig Gesheften (TTG), che in yiddish significa “leccami il culo”, composto da squadre di assassini, che hanno effettuato l’operazione Nakam, (vendetta), allo scopo di rintracciare e uccidere, senza processo e in modo spesso brutale, circa 1.500 ex ufficiali tedeschi che avevano partecipato alla repressione contro gli ebrei europei. Ottenevano informazioni sulla loro localizzazione torturando i tedeschi incarcerati. Operavano clandestinamente, sotto la copertura delle divise britanniche, delle attrezzature e veicoli utilizzati dalle truppe britanniche, e ciò contribuì notevolmente al successo dei Nokmim (vendicatori). Inoltre si sono dedicati al contrabbando delle armi per l’Haganà. Si trattava di attività considerate dalle norme internazionali, crimini contro l’umanità, fortemente contrastate dai comandi britannici che, per non aggravare il conflitto con i palestinesi, avevano posto il limite agli ingressi degli ebrei in Palestina. A causa di tali attività illegali e antibritanniche la Brigade entrò in conflitto aperto con i comandi britannici, già preoccupati per le attività terroristiche attuate contro di loro dalle milizie ebraiche, e perciò la Brigade venne allontanata e trasferita da Tarvisio in Belgio e Olanda e, dopo  essere passata sotto il controllo dell’VIII distretto del Corpo dell’Esercito britannico del Reno (nello Schleswig-Holstein), venne fatta rientrare in Palestina, e nel 1946, venne sciolta nel luglio del 1946 per ordine del governo britannico, a causa delle crescenti tensioni che si registravano con le organizzazioni terroristiche ebraiche, e i suoi soldati, congedati, vennero reclutati nelle milizie terroristiche dell’Haganahedell’Irgun, e forti dell’esperienza militare acquisita, furono determinanti nella Nakba e nella proclamazione dello stato di Israele. Confluiti poi nelle forze armate israeliane, 35 divennero generali, il loro brigadiere, Mordechai Markleff, divenne Capo di Stato Maggiore dell’esercito israeliano, mentre Aaron Remez, già ufficiale veterano della Royal Air Force britannica divenne il secondo comandante in capo dell’Aviazione israeliana, dopo Israel Amir, lituano membro dell’Haganà e amico di Jabotinsky.Il 2 dicembre 1948, Albert Einstein ed Hannah Arendt, assieme ad altri ventisei intellettuali ebrei di alto profilo, inviarono una lettera alla redazione del New York Times per denunciare la deriva nazista imposta dal futuro primo ministro Menachem Begin alla natura dello Stato israeliano, fondato nel maggio dello stesso anno, denunciando il suo partito Herut (poi divenuto il Likud di Netanyahu), come “strettamente simile nell’organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e nell’appello sociale ai partiti nazista e fascista”, collegato al gruppo paramilitare Irgun, descritto come “un’organizzazione terroristica, di destra e sciovinista”,  citandolo esplicitamente come massacratore del Irgun nel villaggio arabo di Deir Yassin (9 aprile 1948), dove la maggior parte degli abitanti (uomini, donne e bambini) fu uccisa, descrivendolo come un esempio del carattere “terrorista” del partito e condannando come metodi “da gangster”, la violenza contro ebrei, arabi e britannici, e la predicazione di un misto di “ultranazionalismo, misticismo religioso e superiorità razziale”, con l’intento di mettere in guardia l’opinione pubblica americana contro il sostegno a Begin durante la sua visita negli Stati Uniti, definendo il suo movimento una “manifestazione di fascismo”. 

Lo scontro fra Israele e l’ONU

Dal 1947 a oggi Israele è il Paese più censurato nelle risoluzioni critiche dell’ONU nei confronti della gestione israeliane dei territori palestinesi occupati, per la costruzione di insediamenti, l’uso della forza, le azioni militari in Palestina e Libano e gli attacchi nei paesi vicini, ritenuti crimini di guerra. Dal 2015 al 2024, l’Assemblea Generale ha adottato 173 risoluzioni contro Israele, rispetto alle 80 adottate per il resto del mondo, e nel solo 2025, sono state approvate ulteriori 15 risoluzioni critiche verso Israele, a fronte di 11 contro tutti altri Paesi e il 18 settembre 2024, ha approvato una risoluzione che chiedeva a Israele di porre fine alla sua “presenza illegale” nei territori occupati entro 12 mesi, regolarmente disattesa.  Il Consiglio di Sicurezza, sebbene spesso bloccato dal veto statunitense, ha emanato oltre 30 risoluzioni che criticano direttamente le azioni israeliane e oltre 130 risoluzioni legate al conflitto arabo-israeliano che criticano l’operato di Israele. Dal 2006 al 2024, il Consiglio per i Diritti Umani (UNHRC) ha adottato 108 risoluzioni contro Israele, un numero nettamente superiore a qualsiasi altro Stato. Tra il 2024 e il 2025, le commissioni d’inchiesta ONU e i rapporti indipendenti hanno accusato le autorità israeliane di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e, più recentemente, di “genocidio” nella Striscia di Gaza. Queste risoluzioni hanno criticato, nel corso dei decenni, la gestione dei territori occupati, la costruzione di insediamenti, l’uso della forza, e le azioni militari in Palestina e Libano. Dunque queste censure ammontano a diverse centinaia e non sono mai state accolte da Israele, che accusa l’ONU di antisemitismo e rifiuta sia il termine di territori occupati, sostenendo che si tratta di territori propri, concessi da Dio e da loro liberati dagli occupanti abusivi palestinesi, come pure rifiuta l’azione e la presenza dell’UNRWA, l’agenzia dell’ONU che svolge un ruolo umanitario e di sviluppo fornendo assistenza, istruzione, sanità e servizi sociali a circa 6 milioni di rifugiati palestinesi in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e Gaza, perché Israele sostiene che non si tratta di rifugiati ma di intrusi abusivi rispetto al volere divino, e che perciò l’azione dell’UNRWA è solo una manovra propagandistica antisemita per mantenere artificialmente in vita un problema del tutto inesistente. Attacca costantemente i campi profughi dei rifugiati massacrando i loro occupanti, come a Sabra e Chatila e nel centinaio di attacchi a partire dalla Nakba. Dopo la Nakba il progetto di pulizia etnica di Herzl è stato portato avanti da Moshe Dayan che, attuando i piani di guerra già preparati da Yitzhak Rabin,  con l’Operazione Focus del 6 giugno 1967, con un attacco improvviso dell’aviazione israeliana che aveva distrutto a terra, nel giro di poche ore, oltre 450 aerei delle aeronautiche egiziane, giordane e siriane, danneggiando anche 18 basi aeree in Egitto, vincendo così la Guerra dei sei giorni ed occupando militarmente più del doppio dei territori previsti dall’ONU (Cisgiordania, Gerusalemme est, il Sinai e la Striscia di Gaza), causando la Nasba, ovvero un’ulteriore espulsione di oltre 300.000 palestinesi dai territori occupati da Israele. Si è aperta così una fase di forte repressione dei palestinesi nei nuovi territori occupati, con azioni ben peggiori di quelle compiute in Sudafrica, con la frammentazione del territorio controllato dal governo palestinese (che è solo il 18% della Cisgiordania) in centinaia di piccoli territori (definiti giornalisticamente Bantustan), non comunicanti fra loro perché le strade sono vietate ai palestinesi; con sempre più frequenti molestie, violenze e uccisioni da parte dei coloni, che colpiscono, col  sostegno dell’esercito, anche i bambini, ed a cui è stata garantita l’impunità; con la confisca di terre per l’espansione degli insediamenti illegali, la distruzione di infrastrutture e abitazioni, gli sfollamenti forzati, la limitazione dell’accesso all’acqua, la distruzione dei mezzi di sussistenza agricoli con la devastazione dei raccolti e l’espianto degli ulivi, ecc.); con le restrizioni estreme (detenzioni amministrative senza limiti di tempo, senza imputazione e giudizio, che colpiscono specialmente i bambini; continue operazioni e raid militari con numerose vittime incluse intere famiglie; attacchi cruenti ai campi profughi; leggi speciali sempre più dure per i soli palestinesi, giudicati, a differenza degli ebrei, secondo il codice militare). La Striscia di Gaza, i cui confini, compreso il territorio marittimo, e lo spazio aereo, sono interamente sigillati, con continui raid da parte dell’esercito israeliano che hanno provocato numerose vittime, ed i cui rifornimenti, compresa l’acqua sono controllati dagli israeliani che ne razionano o addirittura impediscono l’accesso, già prima del 7 ottobre, è stata definita dall’ONU una prigione a cielo aperto, in cui è impossibile vivere. Queste attività sono state definite dei crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio, prima dalle associazioni umanitarie e poi anche, dalla Corte Penale Internazionale, che ha emesso il 21 novembre 2024 mandati di arresto per il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Le accuse riguardano l’uso della fame come metodo di guerra e la privazione di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. ha spiccato un mandato di cattura contro Netanyahu e l’ex ministro della difesa Gallant.

La Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso La Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso il 21 novembre 2024 due mandati di arresto per il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant, per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Le accuse riguardano l’uso della fame come metodo di guerra e la privazione di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. 

Gli amici dei governi israeliani e le accuse internazionali

Gli attuali amici di Netanyahu  sono tutti di estrema destra fascistoide, a cominciare da Trump.

Non a caso gli attuali amici di Netanyahu  sono tutti di estrema destra fascistoide, a cominciare da Trump. Occorre ricordare che oltre al legame storico degli Stati Uniti come avamposto dell’Occidente in Medio Oriente, rafforzato dalle lobby statunitensi dei sionisti ebraici e di quelli evangelici, Israele aveva consolidato un forte rapporto con il Sud Africa razzista dell’apartheid, a cui aveva fornito armi, addestramento per l’esercito e costruito ordigni nucleari, poi eliminati da Nelson Mandela. Non va dimenticato che Benjamin Netanyahu ha voluto posizionare Israele come un attore chiave in una rete di governi di estrema destra, e ha definito Trump il “più grande amico” che Israele abbia mai avuto alla Casa Bianca. Il presidente argentino di estrema destra Javier Milei, cittadino italiano, ha firmato l’Accordo di Isacco con Netanyahu, esprimendogli una solidarietà politica illimitata, mentre Mria Corina Machado, golpista venezuelana e Premio Nobel per la Pace, aveva chiesto l’intervento militare israeliano in Venezuela, poi effettuato da Trump. Il governo Meloni è stato considerato tra egli alleati più fidati di Netanyahu. Tuttavia, le politiche di Netanyahu, specialmente quelle recenti, hanno creato tensioni anche con alleati storici, tanto che il suo governo è stato descritto come problematico per la sicurezza di Israele stesso da alcune voci ebraiche internazionali. Numerosi sono anche le associazioni e le istituzioni internazionali che hanno condannato duramente il regime di Netanyahu. La ICCPR (Convenzione internazionale per i diritti civili e politici) dell’ONU considera la discriminazione e il trasferimento forzato di popolazione dei territori occupati un “crimine di guerra”. Il Tribunale Russell per la Palestina, ha dichiarato nel 2011 che “Israele sottopone il popolo della Palestina a un regime istituzionalizzato di dominazione che viene considerato come apartheid in base al diritto internazionale. L’attuale regime di Israele fa uso di pratiche segregazioniste e razziste. A causa della legge israeliana i cittadini palestinesi di Israele, pur godendo del diritto di voto, non fanno parte della nazione ebraica e sono oggetto di una discriminazione sistematica su una vasta gamma di diritti riconosciuti dell’uomo”. Anche l’ex presidente statunitense Carter aveva denunciato l’esistenza dell’apartheid in Palestina. Molti sono i Paesi, specie i Brics e il Terzo Mondo, che hanno condannato il genocidio israeliano. Già Nelson Mandela aveva detto che “la discriminazione razziale in Israele è vita quotidiana per la maggioranza dei palestinesi. L’apartheid è un crimine contro l’umanità. Israele ha privato milioni di Palestinesi della loro libertà e delle loro proprietà, perpetua un sistema di discriminazione razziale e di disuguaglianze. Ha incarcerato e torturato sistematicamente migliaia di palestinesi, in violazione del diritto internazionale. Ha scatenato una guerra contro la popolazione civile, in particolare nei confronti dei bambini”, e ha aggiunto che “sappiamo molto bene che la nostra libertà è incompleta senza quella dei palestinesi”. Per questo il Sudafrica ha avviato alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, che è il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, procedimento contro Israele accusandolo di violare la Convenzione sul genocidio del 1948 in merito alle azioni militari nella Striscia di Gaza. La Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso il 21 novembre 2024 due mandati di arresto per il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio, che riguardano l’uso della fame come metodo di guerra e il divieto di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. 

La “soluzione finale” di Netanyahu

L’attuale genocidio che ha ucciso direttamente oltre 70.000 palestinesi (in buona parte bambini, giornalisti, medici e e personale sanitario, e distrutto ospedali, ambulanze), ma ne ha uccisi oltre 300.000 indirettamente, per fame, ferite e malattie non curate, rappresenta la “soluzione finale” di Netanyahu , che intende concludere quel progetto di espulsione di tutti i palestinesi,  compresi, secondo Ben Gurion, anche quelli del vecchio Yishuv che sono i discendenti di religione ebraica della popolazione antica, ostili all’arrivo dei cosiddetti ebrei delle diaspora.  

Netanyahu ha continuamente garantito il finanziamento di Hamas da parte del Qatar, provvedendo direttamente, attraverso il Mossad, al trasferimento dei fondi, allo scopo di demolire l’Autorità Nazionale Palestinese sia perché s’è sempre opposto all’ipotesi dei “due popoli due stati”, promossa dall’ONU, sia perché ciò gli forniva un alibi per rifiutare l’accordo e continuare il conflitto con i palestinesi, allo scopo ultimo di espellerli dal territorio della Palestina.  Va anche ricordato che Israele non ha mai voluto avere una Costituzione perché vi avrebbe dovuto indicare i propri confini, che i sionisti revisionisti da cui il partito Likud discende, volevano assai più ampio dell’attuale Palestina e l’hanno più volte indicato come esteso “sulle due rive del Giordano”, ovvero comprendente la Giordania, ma si sono spesso rifatti ai versetti biblici (Genesi 15,18) che parlano d’un territorio  “dal ruscello d’Egitto all’Eufrate” per definire i confini geografici della “Terra Promessa” da Dio ad Abramo e alla sua discendenza, che andrebbe  da un ramo del Nilo all’Eufrate, che copre gran parte della mezzaluna fertile  e non è mai stata occupata dagli ebrei e apparteneva ad altri popoli  (Cinei, Amorrei, Cananei, ecc.).

Netanyahu sapeva dell’attacco di Hamas già dall’ottobre 22, cioè un anno prima che avvenisse, come ha dimostrato un documento di 40 pagine, elaborato dai servizi segreti israeliani, dal titolo “Muro di Gerico”, citato da Uvda, un programma di giornalismo investigativo televisivo israeliano su Kan, l’emittente pubblica israeliana, e pubblicato il 30 settembre 23 dal New York Times, con dettagli che descrivevano con una precisione scioccante”, punto per punto, tutte le varie fasi in cui si sarebbe svolto il piano di attacco Diluvio Al-Aqsa da parte di Hamas contro Israele, e che è circolato ampiamente tra gli alti esponenti politici, militari e dell’intelligence israeliani, inclusi Netanyahu, il capo del Mossad David Barnea, quello dello Shin Bet, Ronen Bar, e l’unità 8200, il reparto d’élite d’intercettazione dell’intelligence militare. Proprio questa aveva scoperto che Hamas intendeva prendere degli ostaggi per proteggere i palestinesi della Cisgiordania dagli attacchi dei coloni. L’avvertimento iniziale del 6 luglio, con una serie di email criptate, fu confermato pochi giorni dopo con ulteriori prove d’una grande esercitazione di Hamas che seguiva esattamente quel piano. La spiegazione fornita dalle autorità israeliane, d’una sottovalutazione dell’avvenimento, non è credibile e contrasta con le decisioni da esse prese. Tre giorni prima dell’attacco anche il servizio segreto egiziano Mukhabarat aveva avvertito Netanyahu dell’attacco imminente e questi aveva ritirato, proprio il giorno che precedeva l’attacco, due dei tre battaglioni che presidiavano il confine con Gaza, spostandoli in Cisgiordania, ed era stato diramato l’ordine, al comandante del battaglione rimasto, con suo grande stupore, di effettuare la sveglia alle 9 e di consegnare i soldati nelle brande prima di quell’ora. Come ha sostenuto anche un giornale israeliano, s’è trattato d’una “diabolica false flag”, un’operazione usata più volte da Israele per attribuire ad altri la responsabilità dei propri attacchi.

Sono state smentite anche dagli americani le false notizie fatte circolare sulla stampa mondiale circa stupri di donne e uccisione di bambini, mentre circa il 65% dei 1200 morti erano carbonizzati e ciò avviene solo con l’uso di fosforo bianco, che non era in possesso dei palestinesi ed è invece usato abitualmente, lanciato dagli elicotteri, dagli israeliani, anche in Libano, pur essendo severamente vietato dai trattati internazionali. Ciò si spiega anche con la “Direttiva Annibale” israeliana, che impone il bombardamento degli avversari senza preoccuparsi dell’incolumità degli ostaggi e della popolazione israeliana. L’allora ministro della Difesa Yoav Gallant, poi cacciato da Netanyahu, in una intervista al Canale 12, aveva confermato che il 7 ottobre all’esercito israeliano era stato impartito l’ordine di eseguire la “Direttiva Annibale”, ma già nel gennaio del 2024 il quotidiano israeliano Yediot Ahronot aveva riferito che il 7 ottobre i comandi dell’esercito israeliano avevano impartito alle truppe l’ordine di eseguire la direttiva in maniera generalizzata, a costo di “mettere in pericolo la vita dei civili nella regione, compresi gli stessi prigionieri ed i lavoratori stranieri”, utilizzando 11.000 proiettili, 500 bombe da una tonnellata e 180 missili. confermando che una parte significativa delle vittime israeliane e dei lavoratori stranieri uccisi quel giorno sono da addebitare alla azione indiscriminata e deliberata dell’esercito di Tel Aviv sulla base di una precisa direttiva degli alti comandi delle forze armate. Gallant aveva anche dichiarato che l’accordo con Hamas per lo scambio dei prigionieri era di fatto già stato raggiunto, ma venne fatto saltare da Netanyahu a causa delle minacce da parte di Bezalel Smotrich (capo dell’estremista Partito Nazionale Religioso) di abbandonare l’esecutivo, facendo cadere il governo. Nel luglio del 2024, il quotidiano israeliano Haaretz aveva riferito che il 7 ottobre alle truppe era stato impartito l’ordine di non permettere a qualsiasi costo a nessun veicolo di tornare a Gaza. Anche le testimonianze dei giovani del festival musicale “Supernova” hanno confermato che gli elicotteri israeliani hanno aperto il fuoco in modo indiscriminato, uccidendo sia loro che i palestinesi, gli ostaggi israeliani e i lavoratori stranieri catturati. Altri testimoni hanno dichiarato di aver assistito al fatto che i carri armati israeliani avevano aperto il fuoco contro abitazioni israeliane, uccidendo tutti i loro abitanti. Va aggiunto che Netanyahu, in previsione di tale conflitto,  aveva già venduto i diritti di estrazione nel mare della Striscia, vietando l’accesso al mare ai palestinesi; aveva già preparato i progetti per il Canale Ben Gurion, fra la Striscia e Eilat, in alternativa al Canale di Suez; aveva progettato di trasformare la Striscia in una zona turistica di lusso per stranieri e aveva offerto al governo egiziano somme ingentissime, che sono state rifiutate, per trasferire i palestinesi nell’area egiziana del Sinai, o, in alternativa, su un’isola artificiale nel mare. Tutto ciò dimostra chiaramente che Netanyahu era da tempo perfettamente a conoscenza dell’attacco, ma ha contribuito ad aggravarne la portata per usarlo come “casus belli” per il genocidio poi perpetrato nei confronti dei civili palestinesi, per giungere alla “soluzione finale” della questione palestinese, secondo le direttive di Herzl del 1897.  Anche l’attacco all’Iran, in cui ha coinvolto Trump, che era obbligato ad intervenire a sostegno di Israele dalle leggi statunitensi Qualitative Military Edge (QME) che impongono agli Stati Uniti di assicurare che Israele mantenga un vantaggio militare qualitativo sui Paesi vicini, ma incontrava certo anche il desiderio di Trump di accaparrarsi il controllo della maggior quantità possibile di petrolio e materie prime del mondo.

Che c’entra la Brigata Ebraica col 25 aprile?

Dunque torniamo alla domanda iniziale, che c’entra la Brigata Ebraica con pl 25 aprile e con la Resistenza italiana? Il 25 ottobre 2017 è stata conferita, alla Brigata Ebraica, in occasione del 70° anniversario della Liberazione d’Italia, la Medaglia d’oro al valor militare per la Resistenza, che è la principale e più alta onorificenza italiana, con decreto del Presidente della Repubblica, in deroga alle norme ordinarie sulle onorificenze, riconoscendole un preteso ruolo di protagonista nella lotta contro gli invasori nazisti e per la liberazione del Paese. Ma il conto non torna. Oltre mezzo milione di soldati stranieri, appartenenti alle forze Alleate, ha combattuto contro i nazisti in Italia, (dal luglio 1943 a maggio 1945), per liberarla dal nazifascismo, con un bilancio di circa 60-70.000 caduti. Circa 600.000 uomini provenivano dalle nazioni del Commonwealth (Gran Bretagna, Canada, Nuova Zelanda, Sudafrica, India), e gli altri contingenti più consistenti provenivano da Stati Uniti, Francia, Polonia, assieme ad altri minori. I caduti del Commonwealth in Italia furono quasi 50.000, i caduti americani sono stati circa 90.000. Oltre alle truppe regolari, tra i 15 e i 20 mila stranieri, del tutto estranei alla Brigade, hanno partecipato alla Resistenza italiana. Come abbiamo già visto, la Jewish Brigade ha combattuto complessivamente per 28 giorni, dal 6 marzo al 13 aprile, con 30 morti dell’Yishuv, più 27 aggregati provenienti da altri Paesi e 70 feriti. Ma la medaglia d’oro all’intera formazione è stata data solo alla Jewish Brigade, e non a formazioni assai più numerose, dei Paesi Alleati, che hanno avuto  un numero molto più elevato “casualties” (350.000 fra morti, feriti o dispersi) e che hanno combattuto per l’intero periodo del conflitto in Italia, e questa è una palese ingiustizia.

Oltre mille ebrei italiani hanno partecipato attivamente alla Resistenza italiana contro il nazifascismo, combattendo nelle diverse formazioni partigiane nazionali (come Brigate Garibaldi, Giustizia e Libertà, GAP, SAP, Bandiera Rossa, Matteotti, ecc.), assieme agli altri italiani e anche ad alcuni stranieri, indipendentemente dalla loro religione, e non in unità separate, e molti di loro hanno ricoperto cariche importanti nei Comitati di Liberazione Nazionale. Circa un decimo di loro è caduto in combattimento o per deportazione. Il loro contributo è stato cruciale, con nomi importanti come Umberto Terracini, Emilio Sereni, Leo Valiani, Emanuele Artom, Leone Ginzburg, Franco Cesana, Rita Rosani e tanti altri, ma nessuno di loro aveva niente  che fare con la Jewish Brigade.

Va inoltre considerato che i membri della Jewish Brigade avevano un progetto genocida di occupazione della Palestina con la cacciata dei palestinesi, ben diverso da quello della battaglia antifascista per liberazione dell’Italia, ed anzi ad esso opposto, e si sono macchiati di crimini terroristici, per poi confluire in gran parte in quelle formazioni terroristiche che hanno effettuato gravissimi attacchi agli esponenti politici e militari inglesi e del genocidio della Nakba contro i palestinesi.

Dunque la Jewish Brigade faceva parte del contingente britannico, non aveva alcuna significativa presenza italiana e non ha avuto alcun ruolo nella Resistenza italiana. Il nome Brigata Ebraica non è mai stato usato dai suoi appartenenti in luogo di Jewish Brigade. Perciò, oltre ad essere del tutto incomprensibile ed ingiusta la medaglia d’oro a loro attribuita come partecipi alla Resistenza, va anche considerato il ruolo attualmente svolto da esponenti ebrei italiani che entrano nei cortei antifascisti del 25 aprile per la liberazione dell’Italia ed oltre a non aver nulla a che fare con la Resistenza italiana, non hanno neppure alcuna contiguità o legame comprensibile con la Jewish Brigade, composta da ebrei non italiani, provenienti principalmente dalla Palestina Mandataria e da Paesi del Commonwealth. La partecipazione dei sostenitori italiani della Jewish Brigade alle celebrazioni del 25 aprile, prima assenti, è iniziata ventidue anni fa, grazie all’Associazione Amici di Israele (ADI), e dopo un oblio di decenni,  hanno cominciato nel 2004 a partecipare alle manifestazioni del 25 aprile contestando la presenza delle bandiere palestinesi e spesso insultando e aggredendo i palestinesi. Dimenticata per anni,  è stata resuscitata come veicolo per imporre la presenza dei filoisraeliani negli ambienti antifascisti, specie in  occasione delle manifestazioni del 25 aprile, dove è spesso motivo di scontro con chi è davvero contrario ad ogni forma di fascismo.

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La presenza delle bandiere dello stato di Israele, che allora non esistevano ancora, in rappresentanza della Jewish Brigade che aveva un’insegna del tutto diversa, portate in corteo da gruppi di sionisti guerrafondai, non ha nulla a che fare con la Resistenza partigiana e con la stessa Jewish Brigade. Appare del tutto evidente che si tratta di una mossa di propaganda politica per accreditare Israele e il movimento sionista come parte della Resistenza antifascista, con l’intento dichiarato di escludere invece la partecipazione dei manifestanti ilo-palestinesi che legano la lotta di liberazione partigiana alla lotta di resistenza palestinese, definendo come antisemiti e quindi assimilabili ai criminali fascisti, tutti coloro che si oppongono al genocidio e sostengono la resistenza palestinese. Trovano un motivo di scontro contro chi è davvero contrario ad ogni forma di fascismo.

Quasi tutti i partiti italiani rappresentati in Parlamento hanno accreditato la Jewish Brigade tra le formazioni che hanno combattuto nella Resistenza antifascista, ma si tratta d’un revisionismo storico che falsifica la realtà e serve per manipolare, sulla base delle alleanze internazionali, sia pure sempre più contraddittorie, l’attualità politica italiana e internazionale.

Il sionismo ha cercato, fin dall’inizio, di usare l’antisemitismo per raggiungere i propri fini. L’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) ha formulato una definizione di antisemitismo che scaturisce dalle norme israeliane, promosse dall’Hasbara (spiegazione, che era il ministero della Propaganda, poi confluito nel Ministero degli Esteri), volte ad influenzare la percezione globale, diffondendo un’immagine positiva di Israele e giustificando le sue azioni, genocidio compreso, all’estero, insistendo sulla minaccia alla propria esistenza e sul diritto all’autodifesa, specialmente nel contesto del conflitto israelo-palestinese. Intende equiparare l’antisionismo all’antisemitismo, e perciò ha introdotto l’obbligo di accusare di antisemitismo qualsiasi critica formulata nei confronti di Israele e del suo sionismo.  Interessante a tale proposito è il caso del professor David Miller, che è stato licenziato dall’Università di Bristol nel 2021 per aver fatto commenti critici nei confronti di Israele e del sionismo, definiti antisemiti da alcuni gruppi studenteschi. Nel febbraio 2024, un tribunale britannico ha stabilito la distinzione legale tra antisionismo e antisemitismo, sostenendo che le opinioni antisioniste possono essere considerate una critica politica ed una convinzione filosofica, degna di rispetto in una società democratica, e quindi protetta dalla legge anti-discriminazione del Regno Unito (Equality Act 2010) e che, pertanto, criticare lo sionismo o le azioni di Israele non equivale automaticamente ad antisemitismo e non deve essere confuso con l’antisemitismo, che è l’odio o l’ostilità verso gli ebrei. Per questo il tribunale ha ritenuto che il licenziamento di Miller sia stato illegittimo e che egli avesse subito discriminazioni a causa delle sue opinioni antisioniste. L’Unione degli Studenti Ebrei ha espresso preoccupazione, sostenendo, del tutto immotivatamente, che la sentenza potrebbe rendere gli studenti ebrei meno sicuri nel campus. 

Dopo il 7 ottobre 2023 il Ministero degli Esteri israeliano ha intensificato la comunicazione digitale, inclusi annunci su social media (X, YouTube) per influenzare l’opinione pubblica, utilizzando pubblicità su YouTube e social media, spesso create con l’intelligenza artificiale, per diffondere false narrazioni, ad esempio sulla distribuzione di aiuti a Gaza. Ha anche finanziato viaggi per influencer americani per diffondere la propria versione alterata della situazione nella Striscia di Gaza. Viene criticato per la diffusione di notizie dimostratesi false e per impedire l’accesso ai media internazionali nelle zone di conflitto. 

È comunque importante distinguere sempre fra ebrei e sionisti, perché esiste una componente ebraica, sia pur minoritaria, di varia natura, che sostiene la lotta del popolo  palestinesi, dai rabbini ultraortodossi haredi di Neturei Karta, che in aramaico significa “Guardiani della città”, ai gruppi 

chassidici Satmar  che,  con lo slogan “L’ebraismo rifiuta lo Stato di Israele”, considerano la sua nascita come un grave peccato, sostenendo che un dominio ebraico sulla Terra Santa non possa essere stabilito prima dell’arrivo del Messia. 

La controversa definizione dell’ IHRA

Il 4 marzo 2026, il Senato italiano ha approvato un disegno di legge (ddl n. 1004 e connessi), finalizzato al contrasto dell’antisemitismo, che adotta ufficialmente nell’ordinamento italiano la definizione di antisemitismo dell’ IHRA del 2016, inclusi i relativi indicatori, segnalando come potenziali manifestazioni di antisemitismo l’affermazione che l’esistenza dello Stato di Israele sia un progetto razzista, l’applicazione a Israele di standard doppi rispetto ad altri paesi, e il paragone delle politiche israeliane a quelle del nazismo. Numerosi esperti di antisemitismo, ebraismo ed Olocausto, insieme a specialisti in materia di libertà di espressione e di contrasto al razzismo, hanno contestato la definizione dell’Ihra perché limita le critiche legittime allo stato di Israele indebolendo, invece di rafforzare, la lotta contro l’antisemitismo.

In diversi stati, soprattutto negli Stati Uniti e in Europa, questa definizione viene usata per qualificare come antisemite posizioni politiche critiche verso Israele, ostacolando così proteste pacifiche e l’attività delle stesse organizzazioni per i diritti umani e, in generale, il dibattito pubblico sulle politiche israeliane. Negli Stati Uniti tale definizione è stata invocata in procedimenti giudiziari contro istituti accademici per rafforzare accuse di antisemitismo rivolte a studenti filopalestinesi. Nel Regno Unito e negli Stati Uniti numerose università hanno cancellato iniziative contro l’apartheid israeliano nei confronti della popolazione palestinese e dibattiti sul boicottaggio di Israele per il timore di violare la definizione dell’Ihra. 

In Germania delle risoluzioni parlamentari sull’antisemitismo sono state utilizzate per negare finanziamenti pubblici a organizzazioni e progetti considerati incompatibili con la definizione dell’Ihra e per chiedere al governo di prevenire attività del movimento Boicottaggio, disinvestimento, sanzioni (Bds) e di iniziative affini.

Anche in Italia la definizione dell’Ihra costituisce la base della Strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo e il suo uso per classificare gli episodi di antisemitismo raccolti dal Centro di documentazione ebraica contemporanea (Cdec) ha inquadrato come antisemitismo ampie forme di mobilitazione della società civile contro il genocidio della popolazione palestinese nella Striscia di Gaza, includendovi le proteste contro le azioni del governo israeliano e il paragone tra esperienze storiche di vittimizzazione, come quella degli ebrei durante la Shoah e quella dei palestinesi durante il genocidio in corso, ed ha  fatto classificare come antisemite, ad esempio, le attività dei gruppi Bds che invocano il boicottaggio di beni israeliani, nonostante tali campagne non si fondino sull’odio razziale ma contestano l’occupazione militare, l’apartheid e gli insediamenti illegali israeliani nella Cisgiordania occupata.

Questi giudizi, già presenti nella Strategia, non consentono di distinguere tra atti di discriminazione nei confronti delle persone di religione ebraica e comportamenti legittimi intenzionalmente falsamente  classificati come antisemiti, producendo una rappresentazione distorta del fenomeno, ostacola la  adozione di misure realmente efficaci per contrastare il vero antisemitismo. I disegni di legge presentano inoltre seri problemi di costituzionalità, in quanto prevedono una tutela speciale per una sola comunità religiosa, senza offrire le stesse garanzie ad altre minoranze che subiscono gravi forme di discriminazione, come le persone rom, quelle migranti e quelle di fede musulmana. Inoltre il provvedimento istituisce la figura del “Coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo”, presso la Presidenza del Consiglio e prevede attività didattiche nelle scuole presumibilmente distorte, nello spirito del decreto.. Il ddl attende ora l’approvazione finale alla Camera dei Deputati per diventare legge a tutti gli effetti. Migliaia di persone appartenenti al mondo accademico e scientifico hanno messo in guardia dal pericolo che tale definizione rappresenta per la libertà accademica e di insegnamento. I disegni di legge in esame rischiano di mettere a tacere, anche attraverso il diritto penale, voci critiche e saperi fondamentali in numerosi ambiti di studio e negli spazi universitari. Analoghi rischi di censura e criminalizzazione riguardano organizzazioni della società civile e persone attiviste impegnate nella difesa dei diritti umani. Il testo ha suscitato forti critiche da parte di organizzazioni per i diritti umani ed alcuni esponenti politici temono che l’uso di tale definizione possa limitare la libertà di espressione e di manifestazione pro-Palestina, assimilando certe critiche allo Stato di Israele, e quindi le forme di sostegno alla causa palestinese, ad atti antisemiti, rendendo così difficile criticare le politiche di Israele senza incorrere in accuse di antisemitismo. Migliaia di persone appartenenti al mondo accademico e scientifico hanno messo in guardia dal pericolo che tale definizione rappresenta per la libertà accademica e di insegnamento, mettendo a tacere, anche attraverso il diritto penale, voci critiche e saperi fondamentali in numerosi ambiti di studio e negli spazi universitari. Analoghi rischi di censura e criminalizzazione riguardano organizzazioni della società civile e persone attiviste impegnate nella difesa dei diritti umani. Amnesty International Italia  contesta l’adozione della definizione dell’Ihra in ambito legislativo, ritenendo che vietare alcuni comportamenti indicati nei cosiddetti “esempi contemporanei di antisemitismo”  finisca per criminalizzare come antisemite critiche legittime alle violazioni del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto umanitario , commesse dal governo israeliano, e  limitino la libertà di espressione tutelata dal diritto internazionale e dall’articolo 21 della Costituzione italiana, che garantisce il diritto di esprimere le proprie opinioni anche quando sono scomode o impopolari. Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, ha dichiarato che “l’incorporazione della definizione di antisemitismo dell’Ihra nella legislazione nazionale rischia di soffocare il dibattito pubblico, la libertà accademica e l’azione della società civile, dando priorità alle relazioni politiche con lo stato d’Israele rispetto alla giustizia e limitando la capacità di chiamare le autorità israeliane a rispondere di crimini di diritto internazionale da esse commessi”.  Molti critici sostengono che ciò possa limitare la legittima critica politica allo Stato di Israele e alle sue politiche repressive, mascherando di fatto il dissenso sotto l’accusa di antisemitismo, limitando il diritto di criticare le azioni del governo israeliano. 

La Sinistra per Israele

Nel PD esiste la corrente di “Sinistra per Israele”, che comprende numerosi dirigenti e parlamentari, in particolare europei, con a capo i suoi fondatori Emanuele Fiano e  Piero Fassino, che si caratterizzano per le accuse antisemitismo rivolte al PD, aderendo alle posizioni della Fondazione CDEC, Fondazione Centro di Documentazione Ebraica, secondo la quale le posizioni antisioniste e terzomondiste del PD possono talvolta degenerare in discorsi antisemitici, specialmente in momenti di alta tensione nel conflitto,  l’equiparazione fra antisionismo e antisemitismo, il sostegno allo stato di Israele, le accuse di complicità con le politiche del governo Netanyahu chiudendo gli occhi contro le violazioni dei diritti umani, il rifiuto di imporre sanzioni a Israele, la negazione del genocidio, che è stato contestato dalla Corte di Giustizia Internazionale.. Nel marzo 2025, Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo e ivi capogruppo del Partito Democratico, è fautrice di ReArmEurope che ha votato con una parte dei parlamentari europei del PD. È esponente del Transatlantic Friends of Israel (Tfi), un gruppo interparlamentare legato al Transatlantic Institute,  un comitato di parlamentari europei e di membri del Congresso americano di estrema destra, che sostiene Israele come pilastro della sicurezza transatlantica. È stata al centro di polemiche per aver incontrato a Bruxelles esponenti dell’Israel Defense and Security Forum (Idsf), un think tank di ex militari israeliani legati alle posizioni dell’estrema destra dei coloni, che  rifiuta i due stati e vede nelle colonie illegali “le fondamenta della sicurezza di Israele”. Secondo un articolo del Manifesto, alcuni degli eletti che hanno incontrato la Pierno hanno espresso posizioni assimilabili alle forze più guerrafondaie di Israele: contro l’ONU, per il blocco dell’azione delle Ong e degli aiuti umanitari, lo scioglimento dell’Unrwa, e contro i finanziamenti dell’Ue per i progetti dell’Autorità nazionale palestinese. Il leader dell’Idsf, Amir Avivi, fotografato in un post su X del 24 novembre con la Picierno, ha affermato che “Pina ha più volte sottolineato come Israele sia in prima linea nella lotta delle democrazie contro il male”. L’M5s ha criticato la sua vicinanza a posizioni ritenute di estrema destra in un contesto di forte tensione a Gaza. 

Secondo molti analisti geopolitici tali rapporti evidenzierebbero una subalternità culturale di alcuni settori del PD verso la destra israeliana, in particolare quella legata al governo Netanyahu.

Il Sindaco di Milano, Giuseppe Sala, s’è ampiamente legittimato nel ruolo di “patriota” facendo votare la nomina ad Amministratore Delegato del Piccolo Teatro di Milano, di cui è comproprietario il Comune di Milano, pur nutrendo dubbi sulla sua competenza, di Geronimo La Russa, figlio di Ignazio La Russa, soprannominato “Belzebù”, Presidente del Senato e seconda carica dello Stato, che aveva organizzato il “giovedì nero” di Milano, il 12 aprile 1973, alla guida in piazza del corteo non autorizzato di Avanguardia Nazionale, da cui era stata lanciata la bombe a mano che uccise l’agente Antonio Marino, di 22 anni. Inoltre Sala aveva fatto patrocinare dal Comune di Milano la mostra fotografica “Eyes of Mariupol, uno sguardo negli occhi dei difensori”, del settembre 2023, presso il Piccolo Teatro, in onore del Battaglione neonazista Azov. Ora Beppe Sala ha deciso di continuare tale percorso, proseguendo nel gemellaggio tra Milano e Tel Aviv, nonostante la contrarietà e la richiesta di revoca promossa da numerosi consiglieri della sua maggioranza. Il PD ha rinnovato la richiesta di sospensione dell’accordo, e ciò ha causato la minaccia di uscire dal partito di Emanuele Fiano, ex deputato del PD della corrente di Franceschini, membro della segreteria nazionale come responsabile per la politica estera, segretario nazionale dell’associazione Sinistra per Israele ed esponente delle comunità ebraiche, che ha criticato duramente le posizioni del PD e di altre componenti della sinistra che ritiene antisioniste e sostiene fermamente il “diritto alla difesa” dello Stato di Israele, l’unico stato del Medio Oriente che dispone di armi nucleari (da 300  400) e che ha scatenato la guerra contro tutti i Paesi vicini, trascinando anche gli Stati Uniti nel conflitto attuale con l’Iran (che non dispone di armi atomiche ed il cui capo supremo Khamenei, assassinato da Israele, aveva emesso una “fatua” contro la loro adozione), Nonostante la richiesta di sospensione del gemellaggio con Tel Avivi, a causa del genocidio nei confronti dei palestinesi e della guerra all’Iran, avanzata dalla sua maggioranza in Consiglio, Sala ha deciso di proseguire con tale iniziativa, rendendosi così complice, sia pure simbolicamente, di tali crimini di guerra contro l’umanità.

Oggi, in presenza del genocidio israeliano del popolo palestinese, l’esibizione della bandiera dello stato di Israele da parte della sedicente Brigata Ebraica in un corteo del 25 aprile in onore della Resistenza, assume i contorni di una gravissima provocazione e dunque non è affatto comprensibile la difesa che ne viene fatta da parte dei “riformisti” dei  partiti della cosiddetta sinistra storica. Piero Fassino o Emanuele Fiano, fondatori di “Sinistra per Israele“, hanno subito dure contestazioni e interruzioni durante eventi pubblici o dibattiti universitari (come nel caso di Ca’ Foscari) da attivisti pro-Palestina, che considerano la loro posizione incompatibile con la solidarietà palestinese.

La sedicente Brigata Ebraica è stata contestata in tutta Italia per la sua partecipazione nei cortei del 25 aprile a causa del genocidio israeliano, da essa negato, e della sua presenza con bandiere israeliane, che nulla hanno a che vedere con la Jewish Brigade, che s’è sciolta prima, e rappresentano un Paese genocida, anche a giudizio della Corte Internazionale di Giustizia. A Milano la cosiddetta Brigata Ebraica, con Emanuele Fiano, esponente dl PD e capo di “Sinistra per Israele”, è stata obbligata a spostarsi fuori dal corteo e Davide Romano, direttore del Museo della Brigata Ebraica, ha commentato “Siamo stati cacciati dalla Polizia, è un fatto grave e ne parleremo”. Forse si sta prendendo coscienza del ruolo mistificatorio e provocatorio della sedicente Brigata Ebraica e di chi oggi pensa impropriamente di rappresentarla. Nel corte era presente anche una delegazione, molto applaudita, degli ebrei antisionisti, con lo striscione ebree ed ebrei contro il fascismo in ogni tempo e in ogni luogo”.

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