Vi ricordate l’anno scorso le mobilitazioni sulla Palestina? Centinaia di migliaia di persone scese in piazza, numerosissimi i commenti di chi diceva “Perché non scendete in piazza per gli italiani, per il lavoro, per gli stipendi?”, venerdì centinaia di persone sono scese per queste ragioni.
Chi commentava ovviamente era ancora una volta a casa.
Qualcosa si sta muovendo nel nostro Paese, qualcosa di non eterodiretto e di spontaneo, nel bene e nel male.
Da un lato la prova che il popolo italiano (migranti inclusi per chi non mi conosce) non è come lo descrive con snobismo la politica, sinistra in prima battuta. È un popolo che ha ancora una coscienza politica e che nei momenti di crisi scende in piazza, è un popolo a stragrande maggioranza di sfruttati o ex ceto medio impoverito, in cui la concentrazione delle ricchezze è aumentata, in cui il supporto della famiglia, in cui il nonno, il padre o la madre potevano aver risparmiato qualcosa in tempi migliori, è svanito.
Dall’altro lato, manca l’organizzazione, il 30 ottobre non bastava il servizio d’ordine del sindacato dalla marea che c’era, manca la necessità di organizzarsi, frutto di un colonialismo culturale che ancora oggi subiamo, mancano dei riferimenti.
Venerdì allo spezzone unitario di Sinistra Unita, con Rifondazione e PCI, non c’era una schiera di militanti irreggimentati, non c’erano volti grigi che gridavano slogan, c’erano persone vive, felici di essere lì e visibilmente furiose del perché erano lì. Si sono intervallati al nostro microfono aperto non dirigenti o quadri ma semplici lavoratrici, studenti, disoccupate che hanno condiviso un proprio pensiero, una propria esperienza. Il tutto accompagnato dal contributo dei tanti artisti parte di Roots Balera, controcorrente rispetto ai tanti autori “apolitici” buoni solo ad essere giullari dei potenti.
Questo popolo non si fermerà alle soluzioni facili, non bastano gli slogan di piazza e qualche vetrina rotta, non basta qualche parlamentare, serve un progetto, un piano d’azione, una strategia a lungo termine.
Ciò che abbiamo visto venerdì e le conseguenze nel dibattito politico, è che lo sciopero rimane una delle principali armi delle lavoratrici e dei lavoratori e che può scardinare il dibattito politico e parlamentare.
Non basta avere un seggio, serve un movimento popolare, di classe, dietro ad esso.
Non basta una riforma in una commissione, serve una rivoluzione che sia garante del cambiamento.
Questa è e rimane la risposta a chi vuole cambiare tutto, a 116 anni dalla scomparsa di un grande compagno imolese, l’onorevole Andrea Costa, le basi restano le stesse di quel tempo.