Uno spazio per l’alternativa, da far vivere nella società

Nota stampa di Antonella Bundu

«La guerra e il venire meno di qualsiasi equilibrio uscito dalla seconda guerra mondiale stanno sconvolgendo il tempo presente. È necessario aprire una fase nuova che rimetta al centro persone, territori e bisogni reali, partendo dall’ascolto e dall’accoglienza nei quartieri, nei luoghi di lavoro, di studio, di relazione e di socialità. Accoglienza come pratica politica: includere, ricostruire legami, riconoscere le differenze come una ricchezza».
Inizia così un testo che è stato inviato oggi per rilanciare la partecipazione alla giornata del 28 febbraio al Teatro Tenda di Firenze (Teatro Carriere Carrara). 
Viste le domande arrivate, è importante chiarirlo: non è un appuntamento elettorale e non vogliamo costituire un nuovo soggetto politico. C’è il massimo rispetto dei percorsi esistenti. 
Le tante risposte e adesioni già arrivate confermano che però l’idea di alternativa ha bisogno di poter respirare, incontrandoci di persona tra chiunque continua a pensare che un altro mondo è possibile e necessario.
Questione sociale e ambientale, lotta contro ogni forma di discriminazione, centralità del lavoro, contrasto a un modello di sviluppo insostenibile, cura della salute fisica e mentale delle persone: tutto si tiene in una società dove il senso di solitudine si fa sempre più forte.
L’alternativa o vive nella società, o non può esistere. Per questo rilanciamo l’invito, perché il 28 possa essere l’inizio di un percorso, da mettere a disposizione di chiunque sia interessato.
A breve daremo maggiori dettagli sulla giornata».

Qui di seguito il testo integrale dell’appello

Uno spazio di alternativa, nella società e in politica
La guerra e il venire meno di qualsiasi equilibrio uscito dalla seconda guerra mondiale stanno sconvolgendo il tempo presente. È necessario aprire una fase nuova che rimetta al centro persone, territori e bisogni reali, partendo dall’ascolto e dall’accoglienza nei quartieri, nei luoghi di lavoro, di studio, di relazione e di socialità. Accoglienza come pratica politica: includere, ricostruire legami, riconoscere le differenze come una ricchezza.
La sfida è costruire un percorso collettivo capace di far convergere soggettività diverse, trasformando l’attuale frammentazione in forza sociale. Un percorso che parli di lavoro dignitoso, reddito, redistribuzione del tempo di lavoro, servizi pubblici universali, diritto alla casa, scuola e sanità pubbliche, tutela dell’ambiente e diritto all’accoglienza. In questo cammino è centrale una prospettiva attenta alle disuguaglianze di genere e alle relazioni di potere: valorizzare il lavoro di cura, contrastare le discriminazioni, garantire autodeterminazione e diritti significa rafforzare la giustizia sociale per tutte e tutti.
Non basta amministrare l’esistente. Serve un cambiamento profondo del modello di sviluppo, fondato su interesse collettivo, solidarietà, sostenibilità ambientale e qualità della vita.
Un cambiamento che richiede partecipazione e costruzione dal basso. Per questo invitiamo associazioni, realtà sociali, sindacali e politiche, movimenti, comitati territoriali e singole persone a partecipare a questo percorso comune. Un percorso aperto, plurale e inclusivo, per costruire insieme un’alternativa capace di migliorare concretamente le condizioni sociali e materiali delle nostre vite.
Costruire una società più giusta, solidale e accogliente è una responsabilità collettiva. Questo invito è un passo per mettere a disposizione quanto costruito in questi anni, senza chiedere di aderire, ma provando a allargare uno spazio di confronto.
Negli ultimi decenni si è affermato un modello economico e sociale che ha messo il capitale, il mercato e il profitto al centro di ogni scelta pubblica. Un modello che ha ridotto il ruolo dello Stato, indebolito i servizi pubblici, precarizzato e impoverito il lavoro e trasferito costi e responsabilità sulle singole persone. Ci è stato detto che competizione, privatizzazione e riduzione dei diritti avrebbero portato benessere per tutte e tutti. La realtà ha dimostrato il contrario. Diritti fondamentali come sanità, scuola, casa, energia, acqua e trasporti sono stati trasformati in merci. I debiti sono stati socializzati, mentre i profitti sono rimasti privati. Le disuguaglianze sociali e territoriali sono cresciute, le fragilità si sono ampliate, intere generazioni sono state messe in difficoltà. Allo stesso tempo si sono ridotti gli spazi di democrazia e partecipazione, svuotando il confronto pubblico. La stessa idea di politica è stata minata: da essere strumento che rafforza i conflitti, è diventata occupazione di potere per neutralizzarli.
Il risultato è una società frammentata, in cui una maggioranza ampia ed eterogenea vive in condizioni di insicurezza economica, sociale e abitativa, spesso senza strumenti collettivi di difesa. Una maggioranza che subisce gli effetti della mercificazione della propria vita ma che fatica a riconoscersi nella politica, perché non si sente ascoltata né rappresentata. Sarebbe d’altronde semplicistico ridurre questo conflitto alla sola dimensione di classe, accettando di fatto, una gerarchia dello sfruttamento e stabilendo chi conta di più e chi può essere rimandato a dopo.
È la logica che ha indebolito la sinistra e lasciato spazio alla destra, che quelle divisioni le usa per governare.
Noi rifiutiamo questa impostazione. Il blocco sociale che immaginiamo esista già di fatto, ma fatica a ritrovare uno spazio comune che abbia anche una dimensione politica. Ci interessa l’unità, di chi lavora e di chi subisce l’esclusione dal mercato del lavoro, di chi produce ricchezza ma non riceve in cambio che briciole, di chi sostiene la cura della vita, di chi subisce precarietà, discriminazioni, razzismo e sfruttamento, di chi sa quanto è indispensabile difendere il pianeta. Colore della pelle, genere, ambiente e classe non sono questioni separate, ma rapporti materiali che si rafforzano a vicenda nello stesso sistema.
Siamo convinte e convinti che senza l’unità e il coinvolgimento diretto di queste soggettività non sia possibile cambiare i rapporti di forza. E cambiare i rapporti di forza non passa dai momenti elettorali, nei quali spesso la politica offre il peggio di sé. Per questo non proponiamo un nuovo soggetto politico e non stiamo proponendo un patto per una lista elettorale. Rispettiamo i percorsi esistenti. Ne facciamo parte, in forme plurali e diverse. Ma riteniamo che quello che abbiamo ottenuto in questi anni, nel rapporto con la società, possa essere di aiuto per andare avanti insieme, crescendo, perché nasca una maggioranza capace di organizzare e incidere sulle scelte pubbliche senza dover chiedere il permesso a chi ci ha governato negli ultimi decenni.
Che fare? Incontriamoci, abbiamo scritto nell’invito. Abbiamo chiesto una serie di interventi per provare ad ascoltare pezzi di quell’alternativa che già esiste nella società. Il 28 febbraio non vuole essere una giornata costituente, ma un passaggio che rilanci uno spazio da costruire, far crescere e vivere insieme.
Abbiamo sentito l’urgenza di non farci filtrare dal potere, dalle piattaforme digitali, da una parte dei soggetti esistenti. Vedersi di persona, ascoltarci e anche negli scambi informali durante l’assemblea, tra un caffè e uno scambio di battute, provare ad ascoltarci.
Se il 28 sarà una giornata riuscita lo decideremo insieme, dipenderà da come sceglieremo di lasciarci. Intanto grazie per aver manifestato la volontà di partecipare. Vi aspettiamo e se vi va di spargere la
voce, c’è ancora posto, ma vi chiediamo di farci sapere con una mail o compilando il form che trovate sul sito 28febbraio.it.