A Davos globalisti in panico, alle prese col fallimento del globalismo

Piero Pagliani, matematico

«A Davos i globalisti discutono il collasso del globalismo».

Così ha scritto su X con sarcastica correttezza Kirill Dmitriev, inviato da Putin a quel consesso specificamente per parlare di Ucraina coi rappresentanti statunitensi (prima o poi anche noi Europei capiremo che le superpotenze tra di loro si parlano in un modo che noi non possiamo capire).

E in effetti è uno spettacolo sentire il Segretario statunitense al Commercio Howard Lutnick dire: «La globalizzazione ha tradito l’Occidente e gli Stati Uniti d’America. È una politica fallimentare».

È uno spettacolo sentire Macron che accusa gli Usa di imperialismo, di non seguire il “rule based order” ma solo la legge del più forte. E che spettacolo sentire Mark Carney, Primo Ministro del Canada, ammettere:

«Sapevamo che la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era parzialmente falsa, che il più forte si sarebbero sentito esentato quando conveniente, che le norme commerciali venivano applicate in modo asimmetrico. E sapevamo che il diritto internazionale si applicava con rigore variabile a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima».

E che spettacolo Macron, Meloni e persino Merz che sostengono (giustamente ma probabilmente tardi) che occorre dialogare con Putin, per la contrarietà di Mark Rutte, il segretario generale della Nato, un uomo che ha persino meno dignità e meno integrità del già orrendo Jens Stoltenberg, il suo predecessore.

I nodi vengono al pettine e si raccoglie ciò che si è seminato.

Quattro anni di guerra in Ucraina hanno mutato totalmente il quadro: dall’immediata sconfitta strategica della Russia si è passati alla futura sconfitta strategica dell’Occidente e in primo luogo della sua “u-kraj-na”, cioè della sua terra di confine, cioè dell’Europa.

Tredici anni fa scrissi che si andava verso la de-globalizzazione. Ora a Davos clown professionisti che si sentono padreterni la registrano con toni drammatici ma con addosso il naso scarlatto, che non possono togliersi perché è il loro, non è posticcio.

Veramente uno spettacolo.

Registrano la deglobalizzazione, ma non la capiscono, perché non possono.

Avendo in testa solo il concetto, o meglio lo pseudo-concetto, di “arricchimento” e ignorando il vero concetto di “accumulazione” (e quindi non capendo le sue contraddizioni) che confondono con la pratica dell’arricchimento senza fine, senza confini e senza fini (se non il potere), questi clown naturali, tragici e pericolosi, non riescono ad afferrare il punto.

La globalizzazione combinata con la finanziarizzazione è stato l’unico modo dell’Occidente per sopravvivere alla crisi sistemica conclamatasi nel 1971. Non per nulla Henry Kissinger nella famosa conferenza al Trinity College di Dublino del 12 ottobre del 1999 la definì al suo incedere “un altro termine per indicare il predominio degli Stati Uniti”.

La coppia inscindibile globalizzazione-finanziarizzazione ha consentito una Belle Époque durata un ventennio, dall’ascesa di Reagan alle Torri Gemelle, cioè fino a quando gli Usa capirono che mancava poco tempo perché succedesse quello che ora si sta discutendo a Davos e quindi che dovevano occupare più spazio possibile, militarmente o politicamente, per sottomettere definitivamente la Russia, per contrastare la Cina e per cucinare l’Europa [1].

Ma non perché la globalizzazione fosse una “politica fallimentare” come sostiene Howard Lutnick. La globalizzazione ha fatto quel che doveva fare per sostenere, congiunta alla finanziarizzazione, l’accumulazione [2].

Il problema di fondo è che in una crisi sistemica i rimedi fanno riapparire più in là le contraddizioni che l’hanno generata “in forma ancora più gigantesca”, come direbbe Marx.

La crescita dell’economia e del peso politico dei Paesi oggi riuniti nei Brics+ è un esito inintenzionale della globalizzazione che altro non è stato che il modo per estrarre profitto in aree solo parzialmente capitalizzate, da parte dei Paesi del centro capitalistico storico in cui i tassi di profitto diminuivano assieme alle occasioni di investimento della grande massa di capitali accumulati durante il “ventennio d’oro” del dopoguerra (e della Guerra Fredda). La finanziarizzazione e la globalizzazione nascono proprio da questa necessità di investire masse crescenti di capitale sovraccumulato. Ma la finanziarizzazione porta a un’accumulazione di capitale fittizio, cioè scollegato dal commercio e dall’industria. E così la società stessa è diventata fittizia, o “liquida” per dirla con Zygmunt Bauman. La formazione e i lavori stessi sono diventati sempre più diafani, labili, inconsistenti, tesi all’apparire e al mostrare più che all’essere e le capacità scientifiche, tecniche e industriali sono diminuite generando un giro vizioso [3].

Parallelamente la ricerca della verità – un duro mestiere spesso ingrato – ha lasciato il posto all’affabulazione accattivante e adulatrice e al relativismo ciarlatano, in uno slittamento degenerativo che vede in prima fila gli intellettuali ma che colpisce persino gli analisti strategici.

I vecchi funzionari della Cia, come Ray MacGovern, accusano: “Noi quando facevamo il briefing giornaliero al Presidente dovevamo essere i più precisi e i più veritieri possibili. Il Presidente doveva prendere decisioni vitali per il Paese e non potevamo raccontargli cose inesatte o, peggio, frottole. Ora nei briefing si dice quello che il Presidente vorrebbe sentirsi dire o addirittura quello che altri vogliono che il Presidente senta. Così ad esempio gli viene detto che la Russia è allo stremo, che il suo esercito in Ucraina è impantanato e non ha più risorse e che il potere di Putin è in bilico. Una follia, anzi un crimine, perché si inganna il Presidente”.

Ritorniamo allora ai rapporti internazionali odierni.

Se nel 2001, l’hanno delle Torri Gemelle, la Russia sembrava fuori gioco e terra di conquista, l’ascesa di Putin sconvolse i piani: la Russia si riprendeva velocemente dalla shock therapy imposta dall’Occidente vittorioso nella Guerra Fredda, si scrollava di dosso le nostre mire neocoloniali (la svendita della Russia era stata quantificata da esperti di Harvard assieme agli emissari di Eltsin) e metteva in riga i cosiddetti “oligarchi”, persone che avevano tratto enormi profitti da quella svendita (che, tra l’altro, esistono nell’accezione filologica, che comprende il concetto di “archè”, “governo”, solo in occidente, perché solo da noi le élite del denaro dettano la linea politica, mentre in Russia non si azzardano più – chi si azzarda viene da noi chiamato “dissidente” anche se verrebbe messo in galera da qualsiasi magistrato occidentale) [4].

La Russia pretendeva di essere trattata alla pari, altro che sottomessa. Fu in quel momento che in Occidente crebbe un odio crescente per Putin (condito da una riemersa russofobia) e il desiderio di infliggere una sconfitta strategica alla Russia. Contemporaneamente la Cina diventava sempre più potente e tutte e due le superpotenze eurasiatiche capivano che avrebbero dovuto collaborare contro le minacce, assolutamente esplicite e per nulla velate, della superpotenza occidentale.

L’Europa in quel momento avrebbe potuto ergersi come quarto incomodo e arbitro.

Non lo fece e si appiattì sulle scelte statunitensi, all’inizio borbottando e cercando di fare un po’ di resistenza o di fronda, poi in modo sempre più remissivo, servile e adulatorio.

E ora? Ora è troppo tardi.

Abbiamo voluto sfidare la Russia sulla base di informazioni e valutazioni più che “liquide” direi proprio tempestate di muffa, e abbiamo perso.

O certo, se Macron o la Meloni o Merz vogliono parlare con la Russia, la Russia parlerà con loro. È il suo modo di comportarsi: si parla anche con il nemico. Ma temo che passeranno decenni prima di una eventuale riconciliazione. A meno di un cambiamento di paradigma politico. Cambiamento da effettuarsi in Europa sia perché è la Russia che sta vincendo, sia perché l’istituto demoscopico indipendente Levada ha recentemente rilevato che il sostegno a Putin è all’85%. Non c’è da stupirsi: se contro Napoleone i Russi si compattarono attorno ad Alessandro I e se contro Hitler si compattarono attorno a Stalin, contro la Nato si sono compattati attorno a Putin. Fuori dai palazzi russi che ospitano eventi internazionali sventolano tre bandiere: quella dello zar, quella sovietica con la falce e il martello e quella della Federazione Russa. Gente che ha fatto i conti con la propria storia e non la ripudia. Sto valutando un metodo che cerco di capire al meglio anche se è fuori dal mio modo di pensare (che non è quello di una superpotenza), non sto dando un’adesione.

Anche solo vedendo questo tris di bandiere io avrei contato non fino a tre ma fino a tremila prima di marciare nuovamente su Mosca ignorando l’avvertimento del maresciallo Montgomery alla Camera dei Lord nel 1962: “Regola numero uno: mai marciare su Mosca. Regola numero due: mai marciare su Pechino”.

Appena iniziata l’Operazione Militare Speciale scrissi che eravamo di fronte a una guerra con una doppia valenza: da una parte era una guerra inserita nei rivolgimenti causati dalla crisi sistemica, dall’altra era una sorta di “guerra patriottica”, cioè una guerra non per difendere gli interessi russi ma per difendere la Russia. E si svolgeva quindi sul terreno più favorevole alla Russia e non solo in senso geografico. Per contro, gli Stati Uniti, che da Bill Clinton in poi non hanno fatto altro che marciare su Mosca con l’espansione ad Est della Nato, non hanno mai dovuto difendere le loro case ma solo i loro interessi. E la differenza conta.

Si faccia attenzione: la sconfitta militare occidentale non è la causa della crisi. La sconfitta militare è essa stessa una conseguenza della crisi.

La sconfitta militare è conseguenza di incapacità tecniche, scientifiche, industriali e, soprattutto, di incapacità intellettuali, che prima hanno portato a valutazioni errate sulla propria forza e su quella   della Russia e poi a una conduzione della guerra inchiodata agli anni Novanta, come concezione e come mezzi.

Può sembrare che la sconfitta sia la causa della crisi perché ha fatto venire più velocemente al pettine tutti i nodi preesistenti. Tra i quali la visione utilitaristica che gli Usa hanno dell’Europa, e la loro parallela latente disistima per un’Armata Brancaleone da una parte arrendevole fino al masochismo, dall’altra affetta da un’arroganza che non le si addice e che si trasforma inevitabilmente in lamento e capriccio (Macron è un campione di questo atteggiamento infantile).

A Davos nessuno aveva gli strumenti per uscire dalla crisi, né li avrà. La possono registrare, in modo più o meno corretto, ma non hanno gli strumenti per capirne la natura profonda e per affrontarla. Perché questi strumenti non sono semplicemente intellettuali o scientifici. Sono di classe.

Note

[1] «Circa dieci giorni dopo l’11 Settembre mi sono recato al Pentagono e ho visto il segretario alla Difesa, Rumsfeld, e il vicesegretario Wolfowitz. Sono sceso a salutare alcune persone dello Stato Maggiore che lavoravano per me e uno dei generali mi chiamò dicendomi: “Signore. Venga dentro che le vorrei parlare un secondo”. E io: “Ma lei avrà molto da fare”.“No, no – disse – Abbiamo deciso di andare in guerra con l’Iraq”. Era circa il 20 settembre. Io gli ho detto: “Andiamo in guerra con l’Iraq? Perché?”. E lui: “Non lo so. Penso che non sappiano cos’altro fare”. Gli dissi: “Hanno trovato informazioni che collegano Saddam Hussein con Al-Qaeda?”. “No, non c’è niente di nuovo in questo senso. Semplicemente hanno deciso di fare la guerra all’Iraq: immagino che non sappiamo cosa fare coi terroristi, però abbiamo un buon esercito e possiamo rovesciare i governi”, disse. “Immagino che se l’unico strumento che hai è un martello ogni problema assomiglia a un chiodo”.

Sono tornato a trovarlo alcune settimane più tardi e all’epoca stavamo bombardando l’Afghanistan. Gli chiesi: “Siamo sempre dell’idea di andare in guerra con l’Iraq?” E lui mi disse: “E’ molto peggio”. Prese un foglio di carta dalla scrivania e disse: “Ho appena ricevuto questo da sopra”, cioè dall’ufficio del Segretario della Difesa. “Questo è un memo che che spiega in che modo elimineremo 7 paesi in 5 anni, cominciando dall’Iraq, poi la Siria, il Libano, la Libia, la Somalia, il Sudan e per finire l’Iran». Gli chiesi: “E’ riservato?” Rispose: “Sì, signore”, “Allora non farmelo vedere”.»

Testimonianza del generale statunitense Wesley Clark al programma “Democracy Now!” il 2 marzo 2007: https://aprnews.net/2013/08/26/usa-generale-clark-prenderemo-7-paesi-in-5-anni/

[2] Si noti che una forma di “globalizzazione interna” è la formazione di un ampio “esercito di riserva” nei centri capitalistici storici, processo che crea inevitabilmente un esteso sottoproletariato – “Lumpenproletariat”, “proletariato cencioso” – con tutti i classici problemi ad esso connessi: questa è la valenza del fenomeno migratorio vista dalla parte dei padroni del vapore per i quali quei problemi sono solo pretesti per giri di vite repressivi che serviranno solo a degradare la democrazia che conosciamo instaurando uno stato securitario per la soddisfazione di chi non pensa che le sue disgrazie vengano dai malavitosi internazionali che si radunano a Davos ma dall’immigrato che vive sotto una tenda bucherellata sulle rive dell’Aniene.

[3] L’Iran nel 2016 ha sfornato 335.000 laureati STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics). Il 70% dei laureati STEM in Iran sono donne. Nel 2024 i laureati STEM in Italia sono stati 36.141 dei quali 15.381 donne, il 43%: https://docs.un.org/en/A/HRC/59/NGO/264

e https://alleyoop.ilsole24ore.com/2024/07/01/neolaureate-stem/

[4] Per la “shock therapy” degli esperti di Harvard si veda ad esempio di Shin Eun-jung: “Harvard’s Role in Russian Economic ‘Reform’”

https://sdonline.org/issue/67/harvard%E2%80%99s-role-russian-economic-%E2%80%9Creform%E2%80%9D