Andrea Sestante, illustratore, grafico, insegnante e autore della graphic novel “Yekatit 12. La resistenza dei partigiani etiopi contro l’occupazione fascista” (Tonuè editore)
Alberto Deambrogio: Hai scelto di affidare la narrazione ad Assegedech Adefris, la sorella di uno dei cospiratori, in una cornice temporale ambientata negli anni Ottanta. In che modo questa prospettiva laterale e distanziata nel tempo ti ha permesso di smontare il mito degli italiani brava gente senza cadere nella pura cronaca del massacro di Addis Abeba?
Andrea Sestante: Ho scelto di raccontare la storia attraverso un’intervista televisiva ad Assegedech Adefris negli anni Ottanta -realmente avvenuta- perché questa prospettiva aveva per me diverse funzioni narrative e politiche.
Anzitutto, il distacco temporale permette di rileggere l’attentato a Graziani non come un gesto estemporaneo, ma come un momento fondamentale del percorso di liberazione etiope. Negli anni Quaranta persino parte della dirigenza etiope tendeva a vivere quell’episodio soprattutto come un fallimento che aveva provocato conseguenze devastanti. A posteriori, invece, possiamo interpretare quell’azione e le violenze che ne seguirono come un passaggio decisivo nel processo che spinse una parte sempre più ampia della popolazione etiope a unirsi alla resistenza armata contro l’invasore. Questa lettura consente di restituire soggettività e dignità politica agli autori del piano.
Raccontare la cronaca del massacro era necessario, ma più che accumulare orrori mi interessava raccontare i sentimenti delle persone che hanno vissuto quell’esperienza: da un lato la paura, il dolore, il lutto; dall’altro l’orgoglio e la combattività. Questo costringe il lettore a immedesimarsi nella prospettiva delle vittime, a riconoscerne pienamente l’umanità, a vederle come propri pari e non come meri numeri sullo sfondo della storia coloniale italiana. In questo senso, il punto di vista di Assegedech aggiunge una dimensione affettiva e femminile che contrasta in maniera potente con la violenza machista e militaresca del fascismo coloniale italiano.
Infine, la cornice degli anni Ottanta crea un ponte diretto con il presente. Nel finale del romanzo quella memoria arriva fino a noi e ci interroga sul colonialismo e sul suprematismo sistemico che caratterizza ancora oggi la nostra società: dalle intitolazioni degli spazi pubblici fino a politiche intrinsecamente razziste, come la legge sullo ius sanguinis per l’ottenimento della cittadinanza italiana.
A.D.: Il progetto è durato ben sette anni, un tempo quasi pari alla stessa occupazione fascista in Etiopia. Durante questo lungo processo, come si è evoluto il tuo stile grafico per bilanciare il rigore della documentazione storica con la necessità di trasmettere l’orrore delle rappresaglie fasciste senza però scivolare nel voyerismo della violenza?
A.S.: Devo confessare che per molto tempo sono andato avanti a tentoni, mescolando tecniche molto diverse -matite, pastelli, pennarelli, pennino- con un segno rabbioso e sporco che probabilmente rifletteva anche il mio disagio nel confrontarmi con le mostruosità che stavo rappresentando. Solo col tempo, mano a mano che metabolizzavo le varie sequenze, ho trovato un equilibrio maggiore, sia dal punto di vista grafico sia emotivo.
L’altro aspetto è stato il passaggio dal bianco e nero al colore. All’inizio immaginavo il contrasto tra i “bianchi” italiani e i “neri” etiopi, i fascisti vestiti di nero e la popolazione etiope in abiti chiari. Però lo stile realistico finiva per neutralizzare questa simbologia, e il bianco e nero dava alla tavola un effetto polveroso, quasi vintage. Per questo sono passato al colore, che restituiva meglio la contemporaneità che cercavo. L’ultimo passaggio è stato usare il colore in maniera espressiva e non descrittiva, costruendo le palette delle scene in relazione alle emozioni dei personaggi.
Per quanto riguarda la violenza, il mio obiettivo era trasmetterne l’impatto emotivo senza scivolare nella pornografia, nell’estetizzazione o, peggio ancora, nella spettacolarizzazione. Il fumetto, in questo senso, è un linguaggio che aiuta: essendo fatto di immagini fisse e tendenzialmente piccole, ti costringe a lavorare per simboli e a scegliere istantanee precise, lasciando al lettore uno spazio ampio per immaginare molto di più di ciò che viene effettivamente rappresentato sulla pagina.
A.D.: Insieme a Wu Ming 2, che ha firmato la prefazione, hai spesso parlato di un filo rosso che unisce le lotte di liberazione. Pensi che raccontare oggi la resistenza attraverso una graphic novel possa aiutare i lettori italiani a riconsiderare l’antifascismo non più come un evento solo domestico, ma come un movimento di liberazione globale e coloniale?
A.S.: La Resistenza antifascista è sempre stata internazionale, ed è stata anche una lunga storia di lotte anticoloniali. Spero che raccontare queste vicende attraverso una graphic novel possa aiutare a rimettere in discussione un’idea ristretta e nazionale dell’antifascismo. Il mio fumetto, ad esempio, rappresenta questo collegamento attraverso la figura di Ilio Barontini, futuro comandante della Resistenza in Emilia Romagna, che andò a combattere il fascismo all’estero ben prima dell’8 settembre: prima in Spagna e poi in Etiopia.
Dopodiché, è importante riconoscere che la lotta armata contro il fascismo italiano comincia in Africa: in Libia all’inizio degli anni Trenta, e poi in Etiopia dal 1935 al 1941. Gli africani combattono il fascismo all’apice della sua potenza, in condizioni di totale isolamento e con una disparità di mezzi impressionante: fucili dell’ottocento contro bombardamenti a gas. È una pagina di Resistenza antifascista straordinaria, ma quasi assente dall’immaginario italiano.
Aimé Cesaire diceva che il fascismo è colonialismo che ritorna in Europa, e che l’Occidente condanna Hitler non tanto per il crimine in sé, quanto per aver applicato agli europei modalità di disumanizzazione e sterminio che le potenze coloniali avevano già sperimentato per decenni sui popoli colonizzati. Seguendo questo ragionamento, il fascismo può essere inserito all’interno della storia più ampia del colonialismo: un sistema fondato sull’oppressione e la disumanizzazione di popolazioni considerate inferiori.
Per questo credo che esista una continuità profonda tra lotte antifasciste e lotte anticoloniali. Raccontarle insieme significa anche allargare il nostro immaginario della Resistenza e riconoscerne le connessioni con il presente.