Il colpo di spugna: come l’Europa sta cancellando il proprio futuro

Sul vertice informale dei paesi UE, svoltosi ad Alden Biesen il 12 febbraio, pubblichiamo di seguito un contributo a firma di Antonello Patta e Alberto Deambrogio e un’intervista a Roberto Romano, economista

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di Antonello Patta e Alberto Deambrogio

Presso il castello di Alden Biesen si è svolto da poco il vertice informale dei Paesi UE, con all’ordine del giorno il rilancio della competitività e dell’industria europea in grandissima difficoltà rispetto alla concorrenza cinese e statunitense.

In nome della conquista di una sovranità europea si è confermata la linea autodistruttiva delle enormi risorse da destinare al riarmo e all’industria della guerra nascondendo, forse anche a sé stessi, che sia per le armi che per l’energia si rafforza la dipendenza dell’Europa dagli Usa.

Sull’insieme delle misure da assumere, quelle proposte da Draghi, restano molte divergenze, anche perché le spinte verso azioni comuni si scontrano con le chiusure nazionali.
Ciò che è parso subito chiaro è una visione molto ristretta e regressiva su come rendere più competitiva l’industria: la riduzione dei vincoli ambientali e delle tutele sociali.

Sotto la spinta delle potenti lobbies dell’industria e della finanza e con la giustificazione della semplificazione normativa già nel recente passato l’UE ha avviato lo smantellamento di norme fondamentali per il lavoro, i diritti umani, l’acqua, i pesticidi, la tutela delle foreste, della biodiversità e del clima. Tra le tante iniziative citiamo i casi più rilevanti

Nello scorso mese di settembre   la maggioranza che sostiene la von der Leyen si è resa responsabile del rinvio dell’applicazione del regolamento contro la deforestazione (EUDR). La mancata applicazione della norma contribuisce all’aumento globale della deforestazione globale con milioni di alberi persi per prodotti consumati in Europa.

È stata recentemente modificata sostanzialmente la direttiva sulla due diligence (adeguata verifica NdA), che obbliga le aziende a porre rimedio agli impatti negativi delle proprie attività e delle catene di fornitura sui diritti umani (lavoro minorile, schiavitù) e sull’ambiente (biodiversità, inquinamento).

Con i cambiamenti approvati dal parlamento le regole di due diligence si applicheranno a un numero limitatissimo di aziende, praticamente solo alle grandi società con più di 5 mila dipendenti e 1,5 miliardi di fatturato netto.

Inoltre, le grandi corporazioni interessate, oltre a beneficiare di un rinvio dell’applicazione al luglio del 2029, non saranno più obbligate a predisporre piani di transizione in linea con gli accordi di Parigi.

Sotto la spinta delle industrie dell’auto e dei governi, specie quelli italiano e tedesco è in corso un clamoroso dietrofront sullo stop alla produzione di motori termici a partire dal 2035. Non è servita a niente la lezione del passato quando per sfruttare all’estremo tecnologie inquinanti ha dato un vantaggio straordinario ai cinesi diventati primi al mondo in tutte le filiere dell’elettrico e delle rinnovabili. Ora si insiste ad attardarsi e restare più indietro nelle produzioni e nella ricerca sulle innovazioni che decideranno il futuro della mobilità e delle energie rinnovabili.
Un vero e proprio schiaffo ai milioni di cittadini europei che in questi anni si sono mobilitati contro le devastazioni ambientali e climatiche e per una riconversione ecologica e sociale dell’economia.

Infine, sono state introdotte modifiche al CBAM (Carbon border adjustment mechanism), che introduce un costo sulle emissioni di carbonio incorporate nelle importazioni, per rendere meno conveniente la delocalizzazione e incentivare la decarbonizzazione globale. La sua entrata in vigore è stata rinviata a settembre 2027 e ridotte o annullate le spese per le imprese

E’ in gestazione lo smontaggio degli ETS (Emission Trading System), il principale strumento in vigore per contrastare le emissioni di gas serra in base al quale viene assegnato un limite massimo di emissioni oltre il quale le imprese devono acquistare quote commisurate a compensazione dello sforamento. 

Con il recente vertice, dunque, si sono confermate e aggravate le tendenze regressive avviate in questi anni.

La competitività delle imprese è stata declinata accogliendo tutte le tradizionali proposte della destra, che da sempre mira a eliminare tutti i vincoli al libero dispiegamento degli spiriti animali del capitalismo.  Sono uscite rafforzate le spinte liberiste il cui obiettivo, sempre più chiaro, è il colpo di spugna definitivo su tutto ciò di positivo che caratterizza ancora l’Europa: il welfare con le protezioni sociali e sul lavoro, i servizi pubblici, la sanità, l’istruzione, e le tutele sull’ambiente.

Avanza, con la complicità dei governi e delle forze politiche di centrodestra e centrosinistra che compongono la maggioranza Ursula, l’Europa della guerra, del taglio alle spese sociali, della compressione dei diritti, nemica della pacifica convivenza tra i popoli e con la natura.

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Alden Biesen, ovvero l’Europa che progetta retroguardia, dipendenza dagli USA, future guerre interne – Tre domande a Roberto Romano

Roberto Cabrino: Al vertice di Alden Biesen, Mario Draghi ha avvertito che l’economia peggiora e che serve un’integrazione quasi federale per non perire. Tu hai spesso definito le attuali manovre europee come improntate alla ‘crescita zero’: come può l’Europa ambire alla competitività globale se continua a muoversi all’interno di un Patto di Stabilità che tu giudichi persino più rigido di Maastricht? Ne usciamo solo con tagli ai diritti e alle norme ambientali?

Roberto Romano: In questa situazione politica ed economica, date le normative europee legate ai regolamenti piuttosto che alle direttive, tecnicamente non è possibile uscire da una sorta di collo di bottiglia che impedisce nei fatti di strutturare delle politiche economiche, industriali e fiscali, che abbiano il senso compiuto di una politica nazionale. Le norme, i regolamenti europei sono dirimenti: o si modificano questi schemi, tipo il patto di stabilità, oppure si devono trovare delle forme adeguate di finanziamento di bilancio, o, ancora, occorre inventare degli strumenti, che tecnicamente sono anche possibili, come gli eurobond, per riuscire a delineare una qualche opzione. Sottolineo: si tratta di opzione perché tutte queste iniziative, financo quelle legate al riarmo, sono misure che hanno un tempo determinato e non fanno parte di un progetto organico di trasformazione del sistema economico, industriale, fiscale e finanziario   capace di rimodellare l’Europa. Tanto è vero che Draghi ha parlato di federalismo plausibile, possibile. In realtà se non sono rimosse questi vincoli di cui sopra, diventa complicato per l’Unione Europea fare politica industriale o economica. Se guardiamo alle dichiarazioni dei presidenti del consiglio o dei capi di stato europei, tutte quante sono in qualche modo tese a trovare degli accordi bilaterali, capaci di costruire all’interno dell’Europa degli equilibri tra alcuni stati contrapposti ad altri. Nessuno Stato ha in mente di cedere potere o cedere politica fiscale o politica economica all’U.E. Qualora quest’ultima avesse maggiore disponibilità finanziarie, per le politiche fiscali, economiche, industriali e finanziarie dovrebbe cambiare comunque il suo impianto strategico. Diversamente infatti è difficile immaginare delle grandi sfide sul modello Airbus o sul modello dei centri di ricerca europei, perché tutti gli stati tendono a consolidare il proprio primato nel consesso europeo e nessuno di essi, Germania compresa, ha consapevolezza fino in fondo di quanto sia debole strutturalmente l’Europa nel quadro internazionale. Essa è proprio indebolita, impoverita e non riesce a trovare il bandolo dalla matassa per emergere come un player internazionale, perché rinuncia, attraverso i propri regolamenti, le proprie direttive, al proprio patto di stabilità a essere un soggetto adulto nel consesso internazionale. Vi è proprio un problema di policy, di visione capace di collocare l’Europa in un’assise internazionale e di misurarsi con la competitività. Se usassimo questa parola senza pregiudizio, l’Europa stessa dovrebbe prendere atto che l’attuale struttura non funziona, è piegata interamente sulla riduzione dei costi e nessun player, di nessuna industria, financo la Volkswagen, è attrezzato per affrontare le sfide che l’attendono. Questo è il vero grande tema, la vera grande questione. Tutto quello che si discute adesso in merito alla   deregolamentazione di un mercato del risparmio europeo, ad aiuti pubblici non vede nessuno capace di prevedere, immaginare un percorso europeo attrezzato per misurarsi nel contesto internazionale. Questo vertice è la cartina di tornasole dei fallimenti non dell’Europa in quanto tale, ma dei sogni e delle aspettative, che in realtà hanno sempre mosso l’Europa. E’ un problema molto serio, perché senza visione non si possono cambiare norme, regolamenti, direttive e soprattutto gli Stati tenderanno a cercare e a trovare un posizionamento migliore all’interno dello schema continentale, inconsapevoli del fatto che questo tipo di politica indebolisce tutti, ma proprio tutti. Per esempio, faccio solo menzione di un rapporto commissionato dal Parlamento europeo e dalla Commissione bilancio guidata da Tridico. Ne emerge il fatto che la concorrenza fiscale in Europa è concorrenza sleale e nessuno ne prende atto. Questa concorrenza riduce le entrate pubbliche per tutti gli Stati, depotenziando quindi anche il progetto europeo. Siamo di fronte alla messa in scena di un grande vertice importante, che dovrebbe delineare chissà quale futuro, ma credo che ci saranno solo delle correzioni a margine, senza avere nessun grande cambiamento di struttura. Non apprezzo il piano Draghi, che pure aveva posto delle questioni. Se andiamo a guardare ciò che l’istituto ISPI, che si occupa di questioni internazionali, ha messo a fuoco di quel documento vedremo che è stato ‘messo a terra’ non più del 60- 70% dei compiti. Nemmeno quello militare è stata implementato, perché la crescita della spesa militare, o comunque questa idea di una via di politica industriale fondata sull’industria della difesa, in realtà è un piano azionale, dei singoli stati per risorse destinate alla difesa. Non c’è un piano europeo, quindi oltre il danno la beffa: diseconomie di scala, mercato unico frammentato per quanto riguarda la domanda della difesa e senza nessuna capacità di innovazione tecnologica, almeno per mettersi al riparo dalla barriera all’entrata che Trump e gli Stati Uniti dominano nel tempo.

R.C.: Si è parlato molto ad Alden Biesen di un futuro One Market Act per approfondire il mercato unico. Considerando la tua analisi sul provincialismo economico e sulla necessità di una politica industriale reale, questo nuovo atto è una soluzione concreta o rischia di essere l’ennesima architettura burocratica che ignora il declino della base produttiva europea?

R.R.: Il One market Act è stato in qualche modo suggerito, promosso, proposto dall’ex primo ministro italiano Letta. Che cos’è in realtà? E’ un mercato dei capitali? Sì certamente ha a che fare con questo, ma in realtà è qualcosa di molto più perverso e più pericoloso, che mina alle fondamenta proprio la storia dell’U.E. Vuole trasformare il mercato del capitale e del risparmio europeo in qualcosa di molto simile a quello che accade negli Stati Uniti. Praticamente intende soggiogare o ‘rapire’ il risparmio delle famiglie europee e destinarlo ai fondi comuni di investimento o a fondi previdenziali di investimento, affinché possa essere alleggerito il bilancio pubblico da missioni storiche come quella della previdenza pubblica o della sanità pubblica. Questo progetto è veramente pericoloso, perché avvicina il modello sociale europeo al modello sociale americano, dove il welfare non è erogato dallo Stato, ma dalla borsa. Intendiamoci, il risparmio europeo deve trovare una risposta nel mercato dei capitali in grado trasformarlo in opzioni di investimento verso settori innovativi, ma non è possibile che si parta dall’obbligo, per le famiglie, di consegnare tale risparmio ai fondi di investimento. O meglio: potrebbe anche essere fatto nella misura in cui oltre ai fondi di investimento privati ci fosse pure un fondo statale europeo che si occupa di questa materia. In questo caso un fondo statale potrebbe essere una soluzione, perché questo risparmio, oggettivamente, cerca uno sbocco, ma data la situazione economica e di de-specializzazione del tessuto industriale europeo nulla può andare in quella direzione, perché sarebbe una perdita netta. Infatti il risparmio italiano ed europeo va per la maggior parte negli Stati Uniti che assicurano rendimenti maggiori non solo perché c’è la borsa più grande del mondo, ma anche perché, per quanto indebolito, il tessuto economico statunitense mantiene una leadership nel settore high tech, delle big tech e comunque nella finanza. Questo è un problema che deve essere affrontato, ma non attraverso il meccanismo suggerito da Letta. Occorre un fondo sovrano europeo, capace di attirare volontariamente il risparmio delle famiglie con un rendimento adeguato e concorrere a una politica fiscale europea che deve poggiare su un bilancio pubblico europeo. Questo aspetto è la parte più delicata e spero non vada in porto, sebbene Von der Leyen abbia detto che intende, da qui a giugno, delineare un percorso. Vedremo quello che accadrà.

R.C.: Il vertice ha sottolineato il legame tra potenza geopolitica e forza militare ed economica. Tu hai recentemente criticato l’incremento delle spese militari nelle leggi di bilancio: ritieni che l’autonomia strategica discussa ad Alden Biesen stia scivolando verso un modello di sviluppo basato sul settore bellico a scapito del welfare e della produttività civile?

R.R.: Che questo sia il sogno segreto dei vertici europei, di tutti i vertici non solo della Commissione, dei singoli Stati è indiscutibilmente certo, ma che l’aumento delle risorse finanziarie destinate alla difesa possa essere il motore del cambiamento, del rafforzamento geopolitico dell’Europa, dell’Italia o della Germania dobbiamo discuterne molto. Quello che avviene in realtà è questo: ogni euro di aumento della spesa militare nei bilanci pubblici si trasforma in 70 centesimi a favore degli Stati Uniti, perché noi importiamo tutta la tecnologia proprio da loro, la digitalizzazione, il sistema satellitare, il sistema informativo. Fintanto che l’Europa non possiede quelle tecnologie, la spesa militare europea è destinata a costruire ferraglia, comandata, governata da ciò che proviene dagli USA, quindi questa opzione non può essere il volano. C’è poi un aspetto ancora più preoccupante e cioè che l’aumento della spesa militare in qualche modo compromette la crescita necessaria per il welfare state. Sulla produzione civile avremo modo di discutere con più cautela nel tempo, quando avremo maggiori evidenze, ma resta il fatto che nonostante l’aumento della spesa militare, nonostante l’aumento della forza militare europea, proprio perché dipende tecnologicamente in tutto o in parte dagli Stati Uniti e in parte anche dalla Cina per quanto riguarda  le terre rare,  software ecc., più che una potenza geopolitica è un consumatore geopolitico di tecnologie ciò che sorge dai paesi d’Europa e in nessun modo potrà giocare un ruolo proprio. Per la sua debolezza di struttura può aumentare la spesa militare, può costruire aerei, carri armati. Ognuno ha missili e stazioni spaziali, ma se le tecnologie informative, di digitalizzazione sono arrivano dall’estero la presunta potenza geopolitica in realtà è una dipendenza geopolitica, che si rafforza nel tempo. E’ un aspetto che non riesco a capire, perché i dirigenti e questa politica europea non lo comprendono? Questo è il tempo delle narrazioni è il tempo della forza muscolare e ciò, in qualche modo, preoccupa molto perché se la parte ‘nobile’ dei sistemi d’arma è eterodiretto questa forza militare, che potrebbe diventare anche preponderante, potrà avere solo uno sbocco: non verso la Russia, né verso gli Stati Uniti, ma verso l’Europa medesima, per dirimere le controversie interne. Questo è il vero grande rischio e pericolo che vedo nell’ insieme, se penso a quello che è accaduto negli ultimi vent’anni. Puntare sul militare mi sembra la cosa più sciocca che si possa immaginare. Parlando di ambiente, di tecnologie green e di emissioni di CO2  quello che si vede con una certa chiarezza è questo:  tutti i Paesi che hanno aumentato il prodotto interno lordo lo fanno associando tale crescita a una riduzione dell’uso di energia e delle emissioni di co2. Detta in altri termini, proprio le politiche green, che tendono in qualche modo a modificare la struttura economica, sono la parte più rilevante della crescita, che interviene in una parte importante dei Paesi e sicuramente in Cina. Mettiamola in questo modo: le critiche sugli ETS, piuttosto che sulle politiche ambientali sono critiche di retroguardia. Che La politica europea economica sia sbagliata anche nei concetti e nei presupposti lo dicono e lo confermano alcune cose che stanno intervenendo a livello mondiale. A livello europeo invece sentiamo il sistema automobilistico, le industrie energivore criticare gli ETS piuttosto che le politiche green, che in qualche modo costringerebbero il sistema industriale a misurarsi a livello internazionale con altri sistemi che sarebbero più liberi. Dobbiamo smentire questa narrazione, perché tutti i Paesi che crescono, che hanno un prodotto interno lordo con una certa dinamica sono anche quei Paesi che riducono l’uso dell’energia per unità di prodotto di PIL, riducendo anche le emissioni di co2. I Paesi invece che hanno una minore riduzione dell’uso di energia e di co2 hanno dinamiche più contenute. Voglio dire che il mercato green in un modo o nell’altro rappresenta un mercato emergente, che dovrebbe essere occupato, soggetto a competitività di conoscenza. Quest’ultima permette tassi di crescita enormi o più importanti rispetto a quelli garantiti da settori maturi. Se noi riusciamo a fare una conversione capace di combinare sviluppo economico legato alla diminuzione di co2, combinato con una politica ambientale in grado di produrre energie da fonte rinnovabile, imbocchiamo l’unico sentiero non solo per costruire tanto lavoro quanto se ne perde, ma anche di ‘cambiare il motore della macchina senza fermarla’. Diversamente, se seguiamo la Confindustria italiana, ma vedo che a livello europeo le cose non vanno in modo diverso, noi riusciamo a fare dei miglioramenti a margine, che in nessun modo possono misurarsi con le grandi trasformazioni che stanno intervenendo negli altri Paesi, in particolare in Cina. Noi con la Cina dovremmo trovare forme di joint venture, alleanze strategiche per combinare uno sviluppo capace di mettere insieme due miliardi e passa di popolazione. Trovare un orizzonte sostenibile e capace di riscrivere la matrice della produzione del lavoro, anche con la riduzione dell’orario, perché senza queste trasformazioni parlare di competitività senza trasformazione tecnologica e avendo in mente dei grandi obiettivi, a me personalmente sembra il pestare l’acqua nel mortaio.