Diario da Gaza, di Wi’am Qudaib, uscito il 14 marzo del 2025 per Tamu Edizioni, finisce nelle mie mani diversi mesi fa per caso, per lavoro. Comincio a curiosare sui siti e noto che Venera Leto della libreria Colapesce lo recensiva e consigliava già dalla sua uscita tra le letture da fare.
Diario da Gaza è considerato come un’opera unica nel suo genere e nel modo in cui arriva alla casa editrice è interessante e, secondo me, ci anticipa la potenza e la bellezza dei legami tra le persone e ciò che possono far nascere. E’, infatti, l’attivista italo- marocchina per la Palestina Wigdane Zniti che invia alla casa editrice una selezione dei testi scritti da Wi’am Qudaid, che saranno a loro volta tradotti dall’arabo da Sami Hallac e Roberta Stracquadanio. La prefazione firmata da Francesca Albanese, dal 2022 relatrice speciale delle Nazioni Unite per il territorio palestinese occupato, ci presenta il diario come “una narrazione secca e disarmante, che tiene assieme in una collezione di memorie la cronografia di un genocidio vissuto dall’interno”. Francesca Albanese sottolinea anche come questo diario metta a nudo “l’intento di cancellazione di una nazione intera, dove i palestinesi non hanno la dignità di essere visti come esseri umani”.
Wi’am Qudaib, studentessa della striscia di Gaza compie il 18 maggio 2024 il suo diciannovesimo compleanno in mezzo ai rumori dei missili che uccidono cinque “martiri”, sopravvive in mezzo alle tende e tra la terra che finisce in ogni parte del suo corpo mentre nello stesso tempo si augura di morire. Nella sua scrittura forte e spietata contro la sua stessa vita quando invoca la morte e nello stesso tempo stranamente pacata, ci fa raggiungere ogni attimo di ciò che racconta di lei e di chi sta accanto a lei sorridendo, piangendo per i familiari uccisi dei vicini di tenda e vivendo ora dopo ora accanto a chi cerca cibo nonostante questo sia stato blindato dai militari israeliani e quindi inaccessibile.
Struggente, in mezzo a tutte quelle vite che ci scorrono davanti e ci fanno vivere insieme all’autrice il dramma della morte e la necessità della vita, è la pagina in cui descrive che a poco a poco tra lacrime che si vanno trasformando in risate e i giorni difficili da vivere e impossibili da superare, scopre in sé una forza che non sa da dove provenga. Come scrive lei stessa: “una forza che mi sorprende, che mi fa dormire per strada e mi fa svegliare col cuore in tumulto per un gatto fra le braccia. Ho una forza che mi ha fatto resistere a 155 giorni di assurdità senza perdere la ragione. Non impazzirei neanche davanti all’immagine di un carro armato che mi sta investendo. Quindi sono davvero forte”.
Una lettura tra storie di vita e pensieri quella che ci dona l’autrice perché ci racconta i fatti mentre questi accadono, dandoci il giusto senso di singole biografie e della resistenza di un popolo irriducibili alle narrazioni di superficie a cui i quotidiani o le trite e ritrite comunicazioni di convegni e voci volanti che escono dai megafoni ci hanno abituato e che ancora oggi ci vogliono incanalare dentro una comunicazione che costruiamo lontano dal reale. Ci troviamo davanti ad un mosaico di parole e scene inimmaginabili di un genocidio per troppo tempo rimasto nascosto tra le righe di una narrazione che non ha saputo svelare, o non ha voluto, che il problema di quella terra non sono i palestinesi di cui con questa drammatica guerra ci si voleva liberare come se fossero l’ostacolo alla nascita di uno Stato ebraico, ma “il tentativo secolare dell’Occidente di imporre uno Stato ebraico in un paese arabo”, parafrasando Ilan Pappè.
“Diario da Gaza”: una forma diario per nulla semplice e scontata. Personalmente la definirei una lettura formativa imprescindibile che ci dà la giusta immagine di ciò che è accaduto e sta accadendo lontano da noi. Direi anche che l’originalità non cercata, quindi ancora più potente, di questo lavoro esprima il desiderio di Wi’am di diventare una scrittrice e sceneggiatrice e proprio per realizzare il suo progetto di vita il 7 ottobre del 2023 era uscita da casa per andare all’università e scegliere un corso di scrittura e sceneggiatura.
Per finire, quando pensi che sia stato già raccontato tutto, l’autrice ti fa uscire dal Diario lasciandoti dentro una quotidianità di guerra vissuta senza essere allineata al dolore e alla disperazione. Chiaramente c’è molto dolore che brucia la vita di tutte e tutti, ma c’è la complessità dei dialoghi delle persone che Wi’am sa ben catturare e ci restituisce facendo sentire impotenti e incapaci chi sta dall’altro lato della storia e la guarda incapace, appunto, di capirla. Mentre sarebbe il caso di affrettarsi ad entrare in quella situazione senza cadere nella tentazione di volerla raccontare con un punto di vista coloniale. Fermiamoci, prendiamo in mano il “Diario da Gaza” e apriamo le pagine per leggerle nei nostri incontri contro il genocidio e le guerre. Lo dobbiamo a Wi’am Qudaib e a studenti e studentesse palestinesi bloccat3 in Palestina nonostante in Italia ci siano delle borse di studio e un piano di trasferimento attraverso i corridoi umanitari. Lo dobbiamo alla necessità ed urgenza di costruire parole comuni con chi sta soffrendo e morendo. E sicuramente di costruire nuove alleanze.