Alessandro Volpi, Università di Pisa
La visita di Donald Trump in Cina ha costituto un passaggio storico per almeno tre considerazioni. La prima riguarda il significato che ha assunto per gli Stati Uniti. Il presidente Trump si è recato a Pechino nel momento in cui le relazioni con la Cina erano al livello più alto di conflittualità; sanzioni per la raffinerie cinesi accusate di accogliere il petrolio di paesi terroristi, dura controversia legale sul Canale di Panama, accuse dirette al governo di Xi Jinping di sostenere l’Iran nella guerra in corso. Andare in Cina con tali premesse significava dunque abbandonare i toni aggressivi e, di fatto, prendere atto della insuperabile necessità di chiedere aiuto all’ex impero celeste per arrestare un declino rapido che proprio la guerra con l’Iran metteva a nudo. Il gigantesco e insostenibile debito federale Usa, la tenuta del dollaro come valuta internazionale, indispensabile per finanziare la spesa pubblica Usa e per non far crollare la bolla finanziaria avevano bisogno di un clamoroso atto di politica globale che, nel momento in cui sanciva l’esplicita accettazione della assoluta centralità cinese nello scenario planetario, affidava alla Cina le sorti della sopravvivenza dell’economia pubblica e privata degli Stati Uniti. Il viaggio a Pechino ha assunto i caratteri per gli Stati Uniti della piena consapevolezza della gravità della propria crisi e della contemporanea esigenza dell’aiuto cinese per arginarla, per approdare ad un bipolarismo dove però diventava inevitabilmente evidente lo squilibrio, in termini di rapporti di forza tra i due poli. La narrazione trumpiana, in questo senso, ha puntato a trasformare, immediatamente, il più grande nemico e il più feroce competitore nel più leale amico, senza soluzione di continuità e senza alcuna riserva di ordine politico, celebrando ipso facto il modello cinese in quanto tale dentro il paradigma di forme istituzionali in cui la gerarchizzazione e la natura taumaturgica del Capo sono elementi condivisi.
La seconda considerazione si lega alla prima in modo stretto. Con Trump è arrivato in Cina il capitalismo statunitense e, soprattutto, quello finanziario. Il capo delegazione è stato, in tal senso, Larry Fink e la “sua BlackRock, che guida quella ventina di mega società Usa di cui i grandi gestori del risparmio globale sono i principali azionisti. L’obiettivo di questo capitalismo finanziario è duplice. Da un lato si tratta di conquistare l’immenso risparmio cinese, indispensabile per alimentare un capitalismo, appunto, che ormai si regge solo sulla capacità di razziare il risparmio diffuso, senza il quale i capitali dei capitalisti sono del tutto insufficienti a mantenere una bolla dove Nvidia è arrivata a valere 5500 miliardi con un rapporto prezzo/utili vicino a 50. Dall’altro, la Cina è fondamentale per avere terre rare, capacità di raffinazione, filiere produttive, un mercato senza i quali la bolla finanziaria sarebbe ancora più artificiale. In altre parole la Cina è la condizione per dare un sottostante almeno in parte reale a valori finanziari altrimenti insostenibili. Il viaggio dei capitalisti americani in Cina era quindi altrettanto indispensabile del viaggio di Trump e, di nuovo, segna la dipendenza del sistema economico e finanziario occidentale da Pechino. Occidentale sì, e non solo statunitense perché nelle Borse americane, BlackRock ha drenato larghissima parte dei risparmi e dei capitali degli europei, che non possono certo permettersi un’esplosione della bolla finanziaria.
Le terza considerazione si riferisce alla Cina che, accogliendo un Trump tanto in affanno, ha mostrato di accettare il riconoscimento così plateale da parte degli Stati Uniti della fine dell’unilateralismo e del definitivo declino dell’egemonia Usa, ma, al contempo, ha dimostrato anche di non avere un interesse, in questa fase, ad un schianto improvviso del capitalismo. Il processo di sostituzione del dollaro con lo Yuan non è ancora pronto; i Brics hanno creato un proprio sistema di pagamenti per evitare la paralisi delle sanzioni e per liberarsi dal cappio di Swift ma non hanno interesse a far crollare le transazioni in dollari perché sono consapevoli, Cina in primis, di stare dentro un mercato globale rispetto al quale il disfacimento del dollaro, del debito Usa e dei grandi fondi detentori di debito e titoli finanziari genererebbe uno tsunami non sostenibile per effetto dell’impoverimento brutale di vaste parti del mondo, destinato a cancellare il mercato stesso, oltre che il capitalismo, due realtà ben distinte agli occhi dei cinesi. In questo senso, Xi Jinping ha parlato della necessità di evitare la Trappola di Tucidide che rappresenta la più grande apertura alla pace praticabile da parte della Cina.
Bisogna poi accennare in conclusione a due effetti collaterali relativi alla posizione della Russia e a quella dell’Unione europea, tra loro, paradossalmente, molto connesse. A Pechino ha origine il mondo bipolare che la Russia, per la sua vocazione imperiale e per gli stretti rapporti con la Cina, vuole rendere multipolare; in tal senso apre all’Unione europea, come dimostrano, le recenti dichiarazioni di Putin, impegnato anche ad evitare una escalation della guerra in Ucraina a cui viene spinto da una parte dell’opinione interna. Per Putin una riapertura delle relazioni economiche con i paesi europei significherebbe avere un peso importante da mettere sul tavolo dei rapporti di forza interni ai Brics con la Cina e su quello dell’avvicinamento agli Stati Uniti, avviato a Anchorage. Ma la risposta europea pare essere solo quella dell’acclamato Draghi che proponga un’impossibile autosufficienza, guidata dai volenterosi, dal riarmo e dalla sua finanziarizzazione, in assenza di relazioni con la Cina, con la Russia e con Trump.
Nel frattempo BlackRock macina miliardi in Italia e continua a trasferire il bene più caro dell’Europa verso gli Stati Uniti e presto, se Xi Jinping vorrà, verso la Cina.