di Andrea Fumagalli – tratto da “Il Manifesto”
Sorprende positivamente che l’Unione Europea si dichiari favorevole a una tassa patrimoniale sulle grandi ricchezze. È ciò che si evince dal documento che accompagna le raccomandazioni all’Italia nell’ambito del Semestre europeo 2026. Tra le 150 pagine, infatti, si legge testualmente che “lo spostamento del carico fiscale sul lavoro verso altre fonti di entrata attualmente poco sfruttate (…) contribuirebbe ad accrescere il potenziale dell’economia”. E tra le altre fonti, il documento nomina espressamente “la ricchezza patrimoniale e le successioni”.
Il dibattito sul tema è cominciato in Italia all’indomani della presentazione di una legge di iniziativa popolare promossa dal comitato “unpercentoequo” e da Rifondazione Comunista per introdurre una tassazione dell’1% sui grandi patrimoni oltre i 2 milioni di euro al netto della prima casa (qualunque essa sia, tugurio o castello).
Ma la Commissione Europea non si è limitata a parlare di possibile patrimoniale: ha anche criticato il Governo Meloni su due aspetti: l’introduzione, a fini elettorali, di forme di flat tax sul lavoro autonomo, che – si legge – “erodono la base imponibile e indeboliscono la progressività” e il mancato aggiornamento del catasto immobiliare
Ma la vera ingiustizia è che le imposte sui diversi cespiti di capitale (da mobiliare, a immobiliare, da successione, quote azionarie, ecc.) sono tassate meno di un reddito medio di un lavoratore/trice (35.000 euro l’anno). E poiché per il 95% le grandi fortune derivano da queste forme di reddito da capitale, il risultato paradossale è che, come hanno dimostrato i più recenti studi, il sistema tributario italiano, in contrasto con il principio di progressività sancito dall’articolo 53 della Costituzione, è solo leggermente progressivo fino al 95° percentile della distribuzione del reddito, e regressivo per il 5% più ricco. Inoltre, è regressivo lungo l’intera distribuzione quando gli individui sono classificati in base alla loro ricchezza netta.
Queste prese di posizioni (di puro buon senso) tuttavia, non rappresentano un’imposizione al governo italiano e non appaiono neanche nelle 16 pagine di raccomandazioni. E qui sta il vulnus e la contraddizione dell’Unione Europea: se esiste una politica monetaria comune, non esiste, per scelta politica ancora oggi reiterata, una politica fiscale comune. Ciò implica che una proposta di tassazione comune europea sulle grandi fortune è oggi irrealizzabile e chiedere che ciò che venga fatta solo a livello europeo significa affossare tale proposta. Ciò che è realizzabile (e auspicabile) è invece che i singoli stati nazionali si facciamo promotori di un’istanza del genere. La Spagna ha già deliberato in merito. Svizzera e Norvegia (che non fanno parte dell’euro) hanno già disposizioni simili. Se anche in Francia e in Germania una simile proposta trovasse riscontro nelle singole legislazioni nazionali, allora sì che a livello Europeo comincerebbero a esserci i presupposti per proporre una politica fiscale comune. Occorre che anche l’Italia faccia la sua parte. Sicuramente non con questo governo ma con un auspicabile diverso governo futuro. Sinistra, se ci sei, batti un colpo.