Fabio Balocco e Romano Lupi, autori de La sventura. Viaggio attraverso i danni della sinistra al potere (Multimage editore)
Alberto Deambrogio: Nel libro analizzate criticamente l’operato della sinistra al potere, parlando di una vera e propria “sventura” per i territori e i cittadini. Se doveste indicare un preciso momento storico o una scelta politica specifica, qual è stato secondo voi il “peccato originale” che ha trasformato quella che doveva essere una forza di tutela sociale in una forza percepita come dannosa?
Fabio Balocco, Romano Lupi: Come denuncia il saggio, la sinistra (non virgolettiamo il sostantivo, ma ritenetelo tale) ha conosciuto un’involuzione drastica in questi decenni. Volendo individuare un momento storico dal carattere fortemente simbolico, forse questo potrebbe essere la morte di Berlinguer. Riprendendo il titolo del primo paragrafo del libro, si potrebbe dire che con l’avvento degli anni Ottanta ha avuto luogo “l’inizio della fine”. Non è che prima fossero tutte rose e fiori dove la sinistra governava. In alcuni casi, la tutela del territorio non era sempre presente, e comunque subordinata alla voce “lavoro”. Ma quantomeno esistevano politiche sociali e operazioni di vera democrazia come ad esempio la nazionalizzazione dell’energia elettrica e l’elettrificazione delle zone rurali. Del resto, a dimostrare il distacco dello Stato dalla popolazione sarebbero sufficienti la precarizzazione del lavoro e l’aumento esponenziale della miseria, ambedue favorite anche dalle politiche della sinistra di governo.
A.D.: Una parte del vostro viaggio tocca grandi opere (come il Tav) e casi locali, descrivendo l’impatto di certe amministrazioni sulle realtà locali. Esiste oggi, secondo la vostra analisi, un modello di “buon governo” che riesca a conciliare la crescita economica con la salvaguardia ambientale e sociale senza cadere nelle derive che denunciate nel saggio?
F.B., R.L.: No, non esiste né in Italia, né in Europa un modello di buon governo, salvo, per certi aspetti la Spagna di Pedro Sánchez. Potremmo peraltro aggiungere che occorre stare attenti a parlare di crescita economica, e cioè di aumento del PIL: viviamo in un mondo finito e non può esistere una crescita economica infinita in un mondo finito. Lei cita il TAV: ecco, oggi la politica in generale delle grandi opere è l’esempio più lampante di distruzione di territorio ed ambiente, oltre che del tessuto sociale dove la grande opera viene calata dall’alto sulle teste di popolazioni che non ne voglio assolutamente sapere niente, solo ed unicamente per favorire quelle lobby (nello specifico quella sempiterna del cemento, dell’asfalto, del tondino) che dettano l’agenda politica ai governi, di qualsiasi colore essi siano. Volendo, ci sarebbe comunque spazio per una politica ambientalmente e socialmente sostenibile: pensiamo solo all’energia verde. Perché non sfruttare i siti dismessi o i capannoni abbandonati per installare pannelli solari? E invece si continua a consumare suolo fertile. E in questa direzione, la regione capofila è proprio quella Puglia governata dalla sinistra.
A.D.: Il titolo del libro non lascia spazio a dubbi sulla vostra posizione critica. Tuttavia, scrivete che era un lavoro “necessario” da fare. Oltre alla cronaca dei fallimenti, quale “antidoto” politico o civile sperate che il lettore possa trarre dalle vostre pagine per invertire questa rotta nelle amministrazioni future?
F.B., R.L.: Era un lavoro necessario perché si tende a tacere sulle malefatte della sinistra, anche perché la cultura è ancora in buona parte nelle sue mani e questa non vuole ammettere i propri errori, fare una seria autocritica o, per lo meno, tende a nascondere lo sporco sotto al tappeto. Lo dimostra il fatto che abbiamo avuto grosse difficoltà a pubblicare il libro: diverse case della cosiddetta sinistra lo hanno rifiutato. Occorre ricordare e capire gli errori per poter pensare di cambiare rotta, ma, come affermiamo a chiare lettere nel libro, a fare mea culpa non può certo essere questa classe dirigente della sinistra, che, oltre ad essere colpevole, è un magma inqualificabile e indefinibile, guarda caso, raccoglie soprattutto consensi nell’alta borghesia. D’altra parte è anche difficile pensarne una nuova di classe dirigente, lontana da squallidi compromessi. Anche perché i giovani sani si astengono dal fare politica attiva o persino dall’andare a votare. Guardiamo ai dati del referendum che si è appena tenuto. Vedremo che a votare è andato solo (e non persino) il 55,70 per cento degli aventi diritto, e questo già la dice lunga sul disamore degli italiani in generale per la politica (del resto si pensi che in Emilia Romagna, da sempre ritenuta un modello amministrativo della sinistra, nel 2024, alle ultime Regionali, ha votato il 46,42 degli aventi diritto). Di quel 55,70 per cento sicuramente molti erano giovani, ma, ad onta dei peana dei capetti della sinistra che hanno sottolineato come il loro voto sia stato determinante per la vittoria del No, questi giovani sono elettori che alle precedenti elezioni a votare non sono andati, così come probabilmente non andranno alle prossime. Come sottolinea giustamente Paolo Ferrero in un recente intervento sul Fatto Quotidiano, questi sono i giovani che, oltre a non volere che la Costituzione sia cambiata in peggio, sono anche sensibili al massacro di Gaza e sono contrari al riarmo, temi su cui la sinistra o tace o acconsente. D’altronde, come dargli torto se restano lontani dalla politica? Ormai un senso di impotenza si è impadronito della maggioranza degli elettori, i quali non vedono dei cambiamenti concreti sui temi fondamentali che li toccano anche da vicino. Senza contare il fatto che l’Italia non è autonoma, bensì asservita a questa Europa neoliberista e atlantista, nei confronti della quale sembra difficile (o meglio impossibile) remare contro.