Alessandro Volpi, Università di Pisa
Rispetto alla vicenda dell’attacco americano al Venezuela è plausibile ipotizzare una chiave di lettura legata alle condizioni dell’economia degli Stati Uniti. L’elezione di Trump ha scatenato una guerra finanziaria all’interno del capitalismo Usa fra i “padroni del mondo”, le Big Three, grandi monopoliste del risparmio globale e grandi azioniste delle Borse americane, e la finanza legata al presidente, da Ellison, a Musk, a Thiel, a Bessent e Lutnick. Questa tensione interna minacciava la tenuta del debito federale, della bolla finanziaria, del dollaro, mettendo a nudo tutte le criticità strutturali dell’economia a stelle e strisce. La scelta dei dazi e il tentativo di reindustrializzare gli Usa non stanno funzionando e rischiano di far perdere consensi a Trump in vista delle elezioni di midterm, così come non sembra percorribile, a queste condizioni, la nuova creazione di dollari o l’abbattimento dei tassi della Fed e tantomeno le stable coin. Così la guerra finanziaria diventa tradizionale guerra militare per la conquista delle risorse, per la difesa del primato energetico e per l’imposizione al resto del mondo del pagamento della profonda crisi americana: una strategia che può mettere d’accordo le due anime del capitalismo finanziario americano può soddisfare il complesso militare-industriale e i boss dell’energia e magari anche della droga. Il punto vero è però capire fino a quando la Cina potrà accettare tutto questo perché il “nuovo” Trump pare andare oltre anche l’ordine multipolare. E questo, oggi, per gli Stati Uniti non è più possibile, nonostante gli europei facciano di tutto per farglielo credere. In quest’ottica l’attacco al Venezuela da parte degli Stati Uniti è un atto gravissimo, e pericolosissimo, per una infinita serie di ragioni, ma quella economica, appunto appare davvero pregnante. Si tratta, infatti, proprio della palmare dimostrazione della profonda crisi degli Usa che sono schiacciati da un debito federale fuori controllo, da un debito privato non più sostenibile per la popolazione americana, da una radicale deindustrializzazione, messa a nudo dalla concorrenza cinese, da una inflazione pronta ad esplodere per i dazi e se Trump ordinerà alla Fed una riduzione dei tassi e da una gigantesca bolla finanziaria ormai al limite. Di fronte a questo stato di cose, Trump ha scelto la soluzione della guerra aggredendo un paese ricchissimo di risorse, per rianimare l’economia interna e proteggere la bolla finanziaria. Del resto, tutta la strategia di Trump va nella direzione di acquisire risorse e moltiplicare gli affari Usa in America Latina per contrastare la penetrazione cinese: si pensi alla vicenda del canale di Panama, o all’hub cinese in Perù e alle pressioni americane in Colombia, in Uruguay e in Cile, per non parlare del salvataggio di Milei e delle aggressioni a Lula. Gli Usa in pesante declino stanno scegliendo la guerra come arma di risoluzione delle tensioni economiche, sostituendola o affiancandola ai dazi, per continuare ad imporre il dollaro come valuta internazionale e imporre al mondo acquisti di debito, coperti dalle risorse delle terre “colonizzate”. Il saldo legame con Israele e le sue guerre è lo strumento per esercitare il controllo su un’intera area, spaventando le ormai riottose petromonarchie, restie a investire negli Usa, e minacciando una guerra in Iran, per acquisire il monopolio dell’energia; l’unica a cui Trump può puntare. La guerra in Ucraina, coltivata da Biden, sarà un altro modo per piegare le economie europee e per acquisire risorse. In sintesi, io penso che l’attacco al Venezuela sia la scelta definitiva di Trump di ricorrere alla guerra per fermare un declino inesorabile e trovare persino strumenti finanziari nuovi. C’è un ulteriore aspetto dell’occupazione militare americana in Venezuela che rischia infatti di essere trascurato ma ha, invece, un grande rilievo. Si stima che circa il 35-45% dell’intero debito estero venezuelano, composto da bond sovrani e bond PDVSA, la società petrolifera di Stato, sia detenuto da fondi e banche con sede negli Stati Uniti. Si tratta di circa 100 miliardi di dollari che sono posseduti in larga prevalenza da Fidelity Investments, BlackRock, Goldman Sachs Asset Management, T. Rowe Price e Eaton Vance. I bond venezuelani sono stati acquistati negli ultimissimi anni con uno scopo preciso: in caso di un “cambio di regime” guidato dagli Stati Uniti, questi titoli del debito venezuelano, comprati a prezzi stracciati, conosceranno una ristrutturazione per cui gli stessi fondi e le banche Usa stanno già preparando i piani per scambiare i vecchi bond con nuovi titoli garantiti dalle future entrate petrolifere del Venezuela. Si ipotizza che una parte del debito detenuto dalle banche americane possa anche essere convertito in partecipazioni azionarie o concessioni nei giacimenti petroliferi del bacino dell’Orinoco, permettendo alle major energetiche americane, di cui i fondi e le banche sono grandi azionisti, di rientrare nel settore energetico venezuelano senza esborso immediato di contanti. Peraltro, dopo la rimozione totale delle sanzioni commerciali avvenuta nelle ultime ore, JPMorgan sta accelerando il reinserimento dei bond venezuelani nei suoi indici EMBI (Emerging Market Bond Index), per indurre altri fondi passivi americani a comprare miliardi di dollari di questi titoli. Oltre alla detenzione diretta, banche come JP Morgan e Bank of America gestiscono oggi la quasi totalità degli scambi sul mercato secondario. Nelle ultime 48 ore, il volume degli scambi di bond venezuelani a New York ha superato i livelli dell’intero anno 2024, con prezzi che sono balzati da 12-15 centesimi a oltre 45-50 centesimi in una sola sessione. In estrema sintesi, il debito del Venezuela è stato utilizzato come biglietto, molto economico, di ingresso nell’economia del paese di cui si immaginava una presa di possesso da parte degli Stati Uniti in tempi brevi.
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