a cura di Fabrizio Baggi e Alberto Deambrogio
Saverio Ferrari, ricercatore storico, saggista. Fondatore dell’Osservatorio democratico sulle nuove destre
Domanda :Il ‘caso Ramelli’ è tornato alla ribalta anche attraverso il veicolo di libri, nuovi e più datati, che vengono proposti in svariate presentazioni. In realtà da diversi anni c’è un tentativo, da parte di alcuni ambienti politici di destra, di strumentalizzare la memoria di Sergio Ramelli per avallare una sorta di revisionismo storico che mira a equiparare tout court la violenza neofascista e quella di sinistra degli anni di piombo o, peggio, a presentare la destra di allora come mera vittima inerme. Secondo te qual è il rischio principale di questa operazione e in che modo, a tuo avviso, si può evitare di cadere nella trappola della propaganda politica che distorce il contesto storico complesso di quegli anni?
Saverio Ferrari: La santificazione del “martire” Sergio Ramelli, con i Fratelli d’Italia al governo, ha raggiunto nel 2025, nel cinquantesimo della morte, il suo apice. La campagna che è stata condotta a livello nazionale non ha avuto precedenti: 60 sono state le presentazioni del libro Una storia che fa ancora paura (prefazione del Presidente del Senato Ignazio La Russa) con la partecipazione di senatori e deputati del partito; due le mostre che hanno girato in 14 città, tra cui Bruxelles al Parlamento Europeo; 50 le intestazioni di vie, piazze o giardini. Un’operazione divisiva che ha anche costruito luoghi per pellegrinaggi con tanto di manifestazioni apologetiche del fascismo, con in scia le organizzazioni neofasciste più note (Forza Nuova e CasaPound) che hanno inteso, accodandosi, sfruttare l’occasione.
Sergio Ramelli, va sottolineato, ha appartenuto alla storia di una delle più violente organizzazioni neofasciste degli anni Settanta a Milano, il Fronte della Gioventù, dove hanno militato, tra gli altri: Angelo Angeli, il “bombardiere nero” delle SAM (Squadre d’Azione Mussolini), Vittorio Loi e Maurizio Murelli, condannati per aver assassinato l’agente di Polizia Antonio Marino, il 12 aprile 1973, con il lancio di bombe a mano nel corso di una manifestazione missina. Lo stesso Ramelli, in quella circostanza, fu fotografato a pochi metri da Maurizio Murelli con il sacchetto con le bombe.
D.: Il tentativo di riscrittura della storia degli anni ’70 e la normalizzazione del neofascismo di quel tempo che, come sappiamo, è andato ben oltre le singole organizzazioni dell’epoca intrecciando, in alcuni casi, anche rapporti con apparati dello Stato, riguarda sotto certi aspetti anche il primo Partito di Governo. È questa la ragione per la quale spesso hai definito quel Partito una “Rifondazione Missina”?
S.F.: Le celebrazioni in favore di Sergio Ramelli sono solo una parte della più generale campagna dei FdI volta a riscrivere la storia del nostro Paese, qui il vero pericolo, attraverso:
– il varo di Commissioni Parlamentari per presentare i neofascisti come le vittime delle violenze degli anni Settanta e opporsi alle sentenze passate in giudicato sulle “stragi nere”, in particolare Brescia (28 maggio 1974) e Bologna (2 agosto 1980);
– l’allestimento di mostre (vedi Arte e fascismo);
– l’emissione di francobolli: allo stesso Ramelli, a Giovanni Gentile (ministro di Mussolini), a Italo Foschi (squadrista degli anni Venti) e a Maffeo Pantaleoni (teorico dell’antisemitismo).
Più in grande ancora, l’ambizione è addirittura quella di acquisire ridicolmente alla propria parte, come “Padri della Patria”, nientemeno che le figure di Dante e Cristoforo Colombo (vedi le esternazioni dell’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano o i meeting di Atreju) vissuti ancor prima che si costituissero le categorie di “destra” e “sinistra”, ma anche recentemente di “reclutare” intellettuali come Pier Paolo Pasolini, tentando di sottrarlo alla sinistra, quando fu, fino alla sua morte, al centro negli anni Sessanta e Settanta di campagne denigratorie e di vere e proprie aggressioni fisiche da parte dell’estrema destra.
L’unica strada per l’antifascismo è quella della battaglia politica e culturale, in particolare sulla Memoria, da condurre con rigore e sistematicità, seguendo, tra l’altro, gli ultimi processi in corso (vedi Brescia) in cui emergono storicamente i rapporti assai stretti tra gli ambienti missini e gli stragisti. Il problema dei FdI è anche quello di cercare di allontanare le responsabilità dei neofascisti nelle stragi e nella strategia della tensione, ovvero da sé, qualificandosi ormai (vedi Ignazio La Russa) senza infingimenti come il partito nato in continuità con il MSI. Lungo è infatti l’elenco, certificato proprio dagli atti giudiziari, dei killers e degli stragisti con in tasca la tessera del partito di Giogio Almirante.
D.: Abbiamo letto attentamente la tua recensione sul Manifesto rispetto all’ultimo libro di Paolo Berizzi “Il libro segreto di casa Pound”. In quel libro vengono fatti i nomi di alcuni finanziatori così come vengono denunciati i rapporti tra l’Organizzazione di estrema destra e il Partito guidato da Giorgia Meloni. Secondo te sono queste oppure altre le ragioni per le quali quel libro fa paura?
S.F.: Credo che questo libro faccia paura per molte ragioni, non solo per l’elenco pubblicato dei suoi finanziatori, ma in sintesi per:
- l’emergere, con le testimonianze interne alla stessa CasaPound, della natura violenta dell’organizzazione, un tratto connaturato, un tutt’uno;
- i riferimenti politici e culturali non solo al fascismo, ma anche al nazismo con l’uso di riti pagani ed esoterici legati proprio alla storia dell’hitlerismo (vedi l’azione di alcune associazioni collaterali come Fons Perennis);
- l’attuale stato di crisi dell’organizzazione, con la chiusura di sedi, il fallimento dei progetti fuori la Capitale, le profonde divisioni all’interno del gruppo dirigente;
- la realtà messa a nudo dell’occupazione di Via Napoleone III a Roma (la sede centrale) dove gli occupanti non sono affatto costituiti da famiglie disagiate ma dagli stessi dirigenti di CasaPound.
In questo quadro, infine, assai imbarazzanti sono le ricostruzioni delle biografie del gruppo dirigente e i rapporti intrattenuti con esponenti di primo piano dei FdI, con Giorgia Meloni e Ignazio La Russa. Il neofascismo si tiene in tutte le sue varianti.