Tratto da Osservatorio Repressione –
Il bombardamento di Caracas, il rapimento di Maduro e la normalizzazione della guerra come strumento di dominio globale
Il 2026 si apre con un’invasione annunciata. Da mesi, i segnali si accumulavano: la presenza navale statunitense al largo delle coste venezuelane, gli attacchi a imbarcazioni civili, le pressioni sui governi della regione, il tentativo di costruire una legittimazione morale e politica dell’intervento. Eppure, gran parte dell’analisi dominante ha preferito rifugiarsi nel wishful thinking: la vastità del territorio venezuelano, la tenuta dell’apparato militare, gli interessi cinesi sul petrolio, le presunte fratture interne al complesso militare-industriale statunitense. Tutti elementi che, si diceva, avrebbero reso improbabile un’azione diretta. È accaduto l’opposto.
Con il bombardamento di Caracas e il rapimento del presidente Nicólas Maduro, l’amministrazione guidata da Donald Trump ha portato a compimento una linea politica coerente con altri passaggi recenti: dalla rivendicazione della Groenlandia ai finanziamenti massicci inviati all’Argentina di Milei, fino alle ingerenze nei processi elettorali dell’America Centrale. Una linea che guarda esplicitamente a due archetipi della storia statunitense: James Monroe, con il suo principio dell’“America agli Americani”, e Ronald Reagan, che definiva l’America Latina il “cortile di casa” di Washington.
Da oltre due secoli il copione è noto: colpi di Stato, invasioni, governi fantoccio, repressione sistematica, massacri. Dal Cile a Grenada, dal Nicaragua a Panama. Ma la vicenda venezuelana segna un salto di qualità. Non perché sia più brutale di altre – la violenza imperiale non è una novità – bensì per la forma che assume: la sovrapposizione sempre più esplicita tra politica internazionale e politica penale, tra guerra e criminalizzazione del nemico.
Se Salvador Allende veniva immortalato davanti alla Moneda con il fucile in mano, simbolo di una resistenza politica e storica al golpe di Augusto Pinochet, oggi Maduro viene esibito come un trofeo di guerra, trascinato in manette da agenti della Drug Enforcement Administration, degradato a narcotrafficante, a mafioso globale. È un mutamento profondo di scenario e di linguaggio, che merita di essere analizzato.
Dalla contro-insurrezione alla “guerra alla droga”
Il primo elemento è il cambiamento della strategia comunicativa. Le immagini del cadavere di Che Guevara, di Allende sotto le bombe, delle Madri e Nonne di Plaza de Mayo, avevano svelato al mondo il volto dell’imperialismo statunitense. Dopo la fine della Guerra Fredda, quella rappresentazione non era più sostenibile. Con il nemico sovietico dissolto e con una società statunitense lacerata dalle contraddizioni neoliberali, era necessario costruire un nuovo discorso di legittimazione.
È in questo contesto che la War on Drugs, inaugurata sotto Nixon, diventa il paradigma dominante. L’America Latina non è più il luogo della guerriglia marxista, ma il territorio dei “mercanti di morte” che minacciano l’American Way of Life attraverso droghe, migrazioni e criminalità. Xenofobia, proibizionismo, retorica della legge e dell’ordine si fondono in una narrazione che consente di mascherare l’intervento militare come operazione di polizia globale.
Le esperienze dell’Operazione Condor in Messico, del Plan Colombia e del Plan Mérida avrebbero dovuto insegnare qualcosa: distruzione delle colture, militarizzazione dei territori, violazioni massive dei diritti umani, senza alcuna riduzione dei consumi negli Stati Uniti. Al contrario, quelle politiche hanno rafforzato i cartelli e prodotto migrazioni forzate di massa. Ma la lezione è stata ignorata.
Lawfare e criminalizzazione dei governi scomodi
Non potendo applicare lo stesso schema in Venezuela, Washington ha scelto un’altra strada: accusare il governo di Caracas di collusione con il narcotraffico, di corruzione e di violazioni dei diritti umani. Accuse mai suffragate da prove solide o da organismi internazionali indipendenti, ma funzionali a un obiettivo preciso: spogliare un capo di Stato della sua legittimità politica e trasformarlo in un criminale comune. È la logica del lawfare, già utilizzata contro governi progressisti in Argentina, Brasile, Perù e Bolivia.
Quei governi non erano esenti da limiti, contraddizioni e fallimenti. Ma rappresentavano tentativi – spesso incompiuti – di redistribuzione, di allargamento della partecipazione politica, di riconoscimento dei diritti indigeni, di cooperazione regionale fuori dal controllo statunitense. Ed è proprio questo che li ha resi intollerabili per Washington, soprattutto quando hanno cercato relazioni economiche con Cina e Russia, come nel caso venezuelano, dove la posta in gioco è il petrolio e, con esso, l’equilibrio dei rapporti di forza globali.
Pirateria globale e fine del diritto internazionale
Il bombardamento di Caracas e il sequestro di Maduro segnano l’assunzione esplicita della pirateria come politica di Stato. Trump ha rivendicato l’operazione come un successo, mentre il Pentagono si rifugiava nel silenzio. Le violazioni delle acque territoriali venezuelane erano iniziate mesi fa, nonostante i richiami delle Corti statunitensi al ruolo del Congresso. La giustificazione? La solita favola del lupo e dell’agnello: difendere la “salute degli americani” da un narcotraffico che, nei fatti, non proviene dal Venezuela.
Il risultato è la sepoltura definitiva del diritto internazionale. Il paese che volle Norimberga, che rivendicò la vittoria del diritto sulla barbarie, oggi ne rinnega apertamente il senso. Caracas sotto le bombe non inaugura, ma sancisce un tempo nuovo e terribile: nessuno Stato è al sicuro, nessuna persona lo è.
Orientarsi nel tempo che viene
Di fronte a questo scenario, alcune indicazioni appaiono imprescindibili. La prima è non perdere la bussola: comprendere, studiare e prevedere le prossime mosse dell’imperialismo statunitense e delle sue articolazioni europee. La seconda è sostenere, con lucidità e senza illusioni, quelle esperienze politiche latinoamericane che ancora tentano di resistere al saccheggio delle periferie e alla riorganizzazione coercitiva delle catene globali del valore.
La terza, forse la più decisiva, riguarda ciò che possiamo fare qui. Approfondire e agire sulle contraddizioni interne al capitale e all’imperialismo occidentale, costruire mobilitazioni concrete di solidarietà con il popolo venezuelano, intrecciandole con quelle già in atto per la Palestina, significa spostare il terreno dello scontro dentro il campo nemico. Non una solidarietà retorica, ma un sostegno reale, capace di incidere sui meccanismi materiali della guerra e della predazione.
È qui che si misura la possibilità di sabotare l’orrore in corso. È qui che si decide se Caracas resterà solo un’altra città bombardata nel silenzio globale, o diventerà un punto di rottura nella costruzione di un’opposizione reale alla guerra, all’imperialismo e alla violenza sistemica che definisce il nostro presente.
Note:
Vincenzo Scalia – Bombe Usa sul Venezuela: un crimine internazionale e un copione antico – Volere la Luna
Nadia Urbinati – Venezuela: come il Cile nel 1973 – Volere la Luna
Dentro il campo nemico, contro il campo nemico. Per la solidarietà internazionalista con il Venezuela, contro la guerra che viene – InfoAut
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