Il Piano Casa: un affare per gli immobiliaristi e gli speculatori finanziari. Una presa in giro per chi è senza casa

Pubblichiamo due articoli di Massimo Pasquini e di Evasia Sancio sulle balle del piano casa del governo Meloni. Un piano che foraggia la grande speculazione immobiliare e finanziaria e non dà alcuna risposta alla domanda abitativa di milioni di persone

Ora è chiaro che il piano casa del governo si tradurrà in una speculazione. E le opposizioni? Il silenzio si capisce
di Massimo Pasquini Attivista per il diritto alla casa – Tratto da Il Fatto quotidiano

Siamo di fronte ad un piano edilizio, appaltato interamente all’alta finanza immobiliare privata. Fa da contraltare il silenzio, direi imbarazzante, di sindacati, Anci e città “progressiste”

Ormai è chiaro, anche agli ipovedenti, che non siamo di fronte ad un Piano casa ma ad un piano edilizio, appaltato interamente all’alta finanza immobiliare privata, dotata di una consistente potenza economica: ad esempio Hines, Catella, Caltagirone. Il fior fiore di quella finanza immobiliare che è responsabile, grazie alla ignavia e complicità di questo governo e dei governi precedenti, della vasta precarietà abitativa e di una cementificazione che ha prodotto come risultato, da una parte milioni di case vuote, dall’altra milioni di persone impoverite in precarietà abitativa.

Meloni e Salvini parlano entusiasticamente di un Piano da 100.000 alloggi in 10 anni che sono, anche nelle più ottimistiche rappresentazioni del Piano del governo, sono una goccia nell’oceano. In realtà il Piano casa del governo è una fonte certa, per introiti da centinaia di miliardi di euro, per colossi finanziari dell’immobiliare nazionale e internazionale.

Di questo si ha un segnale dopo la notizia che l’Amministratore delegato di Hines, Abbadessa, abbandona addirittura il Gruppo Usa per dedicarsi al suo spin off italiano, in relazione al Piano casa del governo. Già questa scelta chiarisce la portata dei soggetti attuatori del Piano casa italiano. In questo modo capitali nazionali o meglio internazionali, metteranno le mani sul Piano casa nazionale. A mio avviso, una iniziativa neanche tanto nascosta di speculazione immobiliare legalizzata. Speculazione perché non interessata ad affrontare fabbisogno reale abitativo nel nostro Paese.

Non a caso il Piano casa del governo vede le esternazioni entusiaste di “benefattori” sociali, tipo: Abbadessa di Hines o Confedilizia, tanto per citarne due.

Fa da contraltare, al Piano casa meloniano, il silenzio, direi imbarazzante, delle opposizioni, dei sindacati e dell’Anci o perlomeno di quei comuni progressisti che recentemente hanno manifestato chiedendo al governo un Piano casa. Il Piano casa del governo non ricalca, forse, il Piano casa europeo, presentato dal Commissario Jorgensen? Difficile trovare differenze. Io capisco il silenzio, finora, dei comuni progressisti in primis quelli di Roma e Milano al quale fa pendant quello delle opposizioni. Comprendo l’imbarazzo. Come puoi criticare il governo se nelle città progressiste si fanno iniziative di rigenerazione urbana con gli stessi soggetti con i quali il governo sta per mettere a terra il suo piano casa? Come si può elevare una critica dalle opposizioni di sinistra se il Piano casa Italia è sovrapponibile al Piano casa europeo del socialista Jorgensen?

E questi piani casa sono la risposta ai tanti sinceri progressisti e movimentisti a corrente alternata, che ci hanno ammorbato con la centralità, e necessità, di un intervento sulla presunta fascia grigia, di coloro che non sono abbastanza poveri per abitare le graduatorie ma neanche abbastanza ricchi per stare sul mercato. In fondo a questa narrazione il governo da credito e sostanza.

Capisco questa mancanza di critiche a sinistra, con un silenzio, che forse non è solo complice ma, strutturalmente, convergente con i desiderata del governo.

Il silenzio della parte politica e amministrativa progressista del nostro Paese allontana e prende le distanze dalla parte più povera, buona solo per comunicati quando Istat dichiara i dati sulla povertà assoluta. Quelle famiglie in povertà assoluta e in affitto che rappresentano il 50% delle famiglie totali in povertà assoluta. In ultimo per quantificare la pochezza del Piano casa del governo, da 100 mila abitazioni, basta pensare che, con il trend attuale, nei prossimi dieci anni riceveranno una sentenza di sfratto 400.000 famiglie e oltre 200.000 saranno sfrattate con la forza pubblica. Senza parlare delle ormai croniche 600.000 famiglie nelle graduatorie dei comuni italiani. Possiamo continuare a stare zitti e a far finta di non sapere a cosa risponde e a chi il Piano casa Italia?

Il “Piano Casa” del centrodestra: un affare per i privati, un calvario per i bisognosi. Nato però a Milano
di Evasia Sancio

Il Piano Casa nazionale, promosso dal governo di centrodestra, sta sollevando accese polemiche per le sue presunte gravi carenze. La critica principale, condivisa da più parti politiche e associazioni, è che il piano non offra risposte concrete all’emergenza abitativa che affligge le fasce più vulnerabili della popolazione, lasciando di fatto senza soluzioni 600 mila famiglie in lista d’attesa per le case popolari e ignorando la condizione di quasi un milione di famiglie in povertà assoluta che vivono in affitto.

La contraddizione dei numeri e delle priorità
Mentre il governo parla di un’operazione per rimettere in moto il comparto edilizio e razionalizzare l’offerta abitativa, la realtà dei numeri racconta una storia diversa. L’incidenza della povertà assoluta è particolarmente elevata tra chi vive in affitto, superando il 18%. Nonostante ciò, il piano è accusato di favorire primariamente gli interessi privati e gli investimenti immobiliari, piuttosto che il welfare abitativo pubblico. Le proposte sembrano concentrarsi sulla valorizzazione del patrimonio esistente e incentivi per il ceto medio, ma richiedono ingenti investimenti, stimati in 4 miliardi di euro solo per 100 mila alloggi accessibili, senza garantire una copertura sufficiente per tutti i bisognosi.

L’ombra di Milano: mutualismo finanziarizzato e “salva Milano”
Paradossalmente, l’approccio del centrodestra sembra ricalcare idee già circolate in ambienti di centrosinistra. A Milano, l’amministrazione di Beppe Sala e l’ex assessore Paolo Maran avevano proposto l’idea di un “mutualismo finanziarizzato”, un modello poi diventato un punto di scontro politico.

Questa proposta milanese, che puntava a coinvolgere capitali privati per l’housing sociale, è vista dai critici come un’anticipazione della logica nazionale: un’eccessiva dipendenza dal mercato privato che finisce per non tutelare adeguatamente l’interesse collettivo. Le inchieste urbanistiche a Milano, che hanno bloccato migliaia di famiglie senza casa a causa di presunte irregolarità nei permessi, hanno ulteriormente alimentato il dibattito sulla necessità di una legge nazionale che tuteli i cittadini, il cosiddetto “salva famiglie”, evidenziando come le soluzioni a livello locale o proposte come “salva Milano” non fossero sufficienti.

In sintesi, il piano nazionale viene percepito come un’occasione sprecata per affrontare strutturalmente la crisi abitativa, privilegiando logiche di mercato e lasciando irrisolti i problemi di centinaia di migliaia di famiglie in grave difficoltà.