Delitto all’Istituto Professionale di La Spezia: il dolore che non ha parole

Condividiamo le parole di un ex professore dell’Istituto Chiodo componente del Gruppo Scuola del Coordinamento “Riconvertiamo Seafuture” – Restiamo umani.

È morto un ragazzo, a scuola, ucciso da un compagno.

Oltre la famiglia, piegata e sconvolta, gli unici che l’hanno compreso profondamente, sono gli amici, i coetanei e gli insegnanti, che ieri sera in piazza Garibaldi si sono ritrovati per l’unico gesto necessario e dignitoso da compiere: tacere insieme, in piedi, in piazza, ed esprimere così, prima di tutto, il dolore che non ha parole, la vertigine di una sparizione violenta impossibile da accettare.

Quel silenzio è pesante, va portato collettivamente perché non schiacci tutti sotto l’istinto di arrendersi, di rassegnarsi alla sconfitta del proprio ruolo di amici, di educatori, di insegnanti, di cittadini. Ma è anche un silenzio denso di domande, una piazza nuda e spettrale dove le ciance non hanno spazio, almeno stasera, almeno qui.

I ragazzi sanno perfettamente che la stretta securitaria già in corso si indirizzerà domani, inutilmente, su tutti loro, allo scopo di rassicurare gli adulti circa la severità delle istituzioni e la loro inflessibile lotta alla criminalità e alle dipendenze. Un roboante sforzo prodotto in favore di telecamere, accompagnato da una prevedibile campagna mediatica inframezzata dagli spot sui detersivi e calata sulle scuole con gli strumenti della repressione e i divieti, risposte che già si annunciano e che sono le uniche alla portata di una classe dirigente abituata al gergo delle caserme, che loro confondono continuamente con le scuole. Nessuno si ricorderà a partire da domani del ragazzo ammazzato con un coltello da un compagno, una brevissima sequenza di immagini di una sconfitta educativa e civile bruciante.

La famiglia, le famiglie, non saranno confortate dai metal detector e dai nasi dei cani che fiutano dentro gli zaini dei ragazzini all’ingresso di edifici sempre più inadeguati dove sono stipati per sei ore al giorno, dove mattine e pomeriggi scorrono fra quattro mura, dove si spegne, all’ingresso in aula di un docente con un libro in mano, l’eco delle chiacchiere sull’educazione sessuale e affettiva che non viene impartita, sulle relazioni il cui tempo è interrotto dalla campanella e scandito periodicamente dall’ imprescindibile attribuzione del voto in condotta; dove le circolari e i dibattiti sull’uso corretto e moderato dei social predicato da adulti in preda a dipendenza che si insultano quotidianamente in ogni spazio pubblico disponibile appaiono finalmente per quello che sono: strame.

Quel docente e quei ragazzi, da domani, dovranno ricominciare ancora e ancora l’antica fatica della relazione, l’unica per cui valga la pena di alzarsi per andare a scuola, l’unica capace di migliorare la vita e di sotterrare per sempre le penose parole, più pericolose di qualsiasi coltello, di un sindaco che non trova di meglio, in questa serata buia e freddissima, di indicare in “certe etnie” il serbatoio della violenza: un lago nero che, insieme con quello del razzismo, non si accorge neppure di alimentare.