NO all’arbitrio giudiziario e del potere perseguito dalla legge Nordio

La legge Nordio è una controriforma costituzionale. Possiamo interpretarla come paradigma della svolta autoritaria. Essa, infatti, disegna un giudice che garantisca la sicurezza DEL potere, cioè l’arbitrio, invece della sicurezza dei cittadini DAL potere.
La magistratura è un potere dello Stato; ed è anche un limite al potere. È fondamentale, dunque, la sua indipendenza.
Il disegno strategico del governo è sottomettere il potere giudiziario all’esecutivo. Facendo leva sul populismo plebiscitario. Non a caso Meloni sostiene che i giudici devono rispondere al popolo, diventando “braccio armato” del governo.
È una grave mistificazione, perché essi, invece, costituzionalmente, amministrano la giustizia “in nome del popolo”.
Sono, infatti, convinto che il passo successivo della controriforma sarà l’abrogazione conseguente dell’articolo 112 della Costituzione: “il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale”. Se cade l’articolo 112 sarà, nei fatti, il governo a decidere in quali campi il pubblico ministero dovrà svolgere prevalentemente le proprie indagini.
Temo che avremo una giustizia sempre più padronale e classista.
La collocazione della pubblica accusa fuori dal campo della giurisdizione ne riduce la natura di organo di garanzia e ne esalta il ruolo di “superpoliziotto”. Ne riduce, quindi, l’indipendenza dal governo e lo sottomette alla polizia giudiziaria.
La revisione costituzionale Nordio/Meloni ha percorso un iter parlamentare dominato dal governo, che ha imposto la disciplina di maggioranza, senza confronto reale di merito, in un parlamento inerte. Eppure si discuteva di Costituzione.
Calamandrei ci ammoniva: il governo non deve in alcun modo intervenire; anzi uscire dall’aula, quando si discute di Costituzione: “I banchi del governo devono rimanere vuoti”.
La controriforma apre ad un rapporto privilegiato tra il pubblico ministero e la polizia: indebolisce il giudice come contropotere e rafforza il giudice come oppressore. 
Del resto, la figura del giudice oppressore è coerente con la trasformazione in atto dei diritti sociali come tema di ordine pubblico e del conflitto sociale come campo della repressione autoritaria e non della libertà.

Vi dice nulla, politicamente, il voto per il SI di Minniti, della Picierno, di settori conservatori rilevanti interni al PD?

Se l’indipendenza del giudice sarà indebolita saranno normalizzate le distorsioni repressive in atto contro i soggetti conflittuali con l’attuale oppressione sociale. Il conflitto sarà sempre più nemico della “ragion di Stato ” capitalista.

Analizziamo alcuni meccanismi: il Consiglio Superiore della Magistratura, organo dell’indipendenza della magistratura, viene tripartito e ridotto alla quasi irrilevanza. È sottratta la competenza disciplinare e affidata ad un nuovo organismo, l’Alta Corte Disciplinare.
A proposito della “separazione”, che è il mantra della controriforma, attualmente la legge consente la possibilità di un solo cambio nei primi 9 anni dall’ingresso in magistratura (a prezzo del trasferimento di Corte d’Appello e spesso anche di regione). Se ne avvale solo meno dell’1 per cento dei p.m.  e dello 0,50 per cento dei giudici. La separazione servirebbe, allora, a realizzare la terzietà del giudice? Ma i fatti smentiscono che i giudicanti siano influenzati dai p.m.  Le statistiche ci dimostrano che sono strumentali le critiche di “appiattimento” dei giudicanti sui p.m. 
Pensiamo al processo Salvini a Palermo. Anche nel processo Tortora , il più grave errore giudiziario degli ultimi  50 anni, Tortora fu assolto dai giudici di Appello a fronte delle richieste di condanna del p.m.
Nordio afferma di voler ridurre il ruolo dei p.m. Ma la separazione così rigida e permanente  delle carriere (non solo delle funzioni, criterio che preferisco e che come gruppo parlamentare di Rifondazione abbiamo sempre proposto) e l’istituzione di un autonomo  CSM accrescono l’espansione del ruolo dei p.m.
Oggi il numero dei p.m. nell’unico CSM è nettamente minoritario rispetto a quello dei giudici e degli avvocati. Invece, con la controriforma Nordio, il ruolo dei p.m. sarà esaltato con rischio di eterogenesi dei fini rispetto alle intenzioni dichiarate. Il p.m. diventerà il protagonista incontrollato delle scelte di priorità dei reati su cui indagare, con il rischio di assumere un ruolo totalizzante. Un siffatto p.m., distaccato dalla cultura delle garanzie, diventerà un “rappresentante dell’accusa” più sensibile verso le campagne di “legge ed ordine”.
I p.m. rischiano di essere attratti nella “logica di polizia” per assecondare il securitarismo populista.
Su questo terreno nascerà la richiesta di controllo sul p.m. da parte della politica, come già avviene in molti paesi europei.

La controriforma Nordio, in definitiva, sta vivendo il referendum come un plebiscito contro la magistratura.

Si tratta di un tassello pericoloso nella costruzione di un potere che si sta liberando dei controlli costituzionali, nel contesto di una democrazia autoritaria segnata dalla verticalizzazione dei processi decisionali e da una militarizzazione crescente, a partire dal riarmo produttivo e dal disciplinamento nelle scuole di ogni ordine e grado. Siamo, insomma, in un contesto decisivo. Una campagna capillare, diffusa per il voto NO è la più efficace difesa della Costituzione repubblicana.  Se il plebiscito di Meloni “sfonderà”, porrà mano subito dopo al premierato presidenzialista. La democrazia costituzionale diventerà un evanescente simulacro. Tocca a noi difenderla!