l voto di ieri al Parlamento Europeo sulla mozione presentata dalla Sinistra segna un punto di svolta fondamentale nel dibattito sul commercio internazionale. La decisione di inviare l’accordo UE-Mercosur al vaglio della Corte di Giustizia Europea non è solo un atto formale, ma un coraggioso segnale politico che mette in discussione un modello di globalizzazione predatorio a cui Socialisti e Popolari non intendono rinunciare nonostante defezioni tra le loro file.
Questa decisione rappresenta un successo per chi, da anni, denuncia i pericoli di un trattato che sacrificherebbe l’agricoltura contadina europea sull’altare degli interessi dell’agroindustria e dei giganti della chimica.
Sottoporre l’accordo alla Corte di Giustizia significa pretendere chiarezza sulla compatibilità di queste norme con i diritti fondamentali, gli standard ambientali e la tutela della biodiversità, pilastri che non possono essere barattati in nome del libero scambio selvaggio.
Quello che si mette in discussione non è un rapporto serio, costruito sulla base del rispetto di una agricoltura in grado di soddisfare i contadini che producono, coinvolgendo i consumatori e rispettando l’ambiente, ma la volontà di distruggere questi principi.
Si apre ora uno spazio per la mobilitazione.
In questo scenario, assumono un valore centrale le valutazioni positive che hanno accolto il voto come una boccata d’ossigeno per le aree rurali.
Questo stop non deve essere visto come un punto d’arrivo, ma come una preziosa finestra temporale per rilanciare la lotta sociale e sindacale nelle campagne.
Il rinvio alla Corte di Giustizia offre il tempo necessario per smascherare le contraddizioni di un accordo che favorirebbe l’importazione di prodotti ottenuti con standard qualitativi e sanitari decisamente inferiori.
È il momento di trasformare questa “pausa tecnica” in una grande stagione di mobilitazione popolare, capace di unire agricoltori e consumatori nella difesa della sovranità alimentare.
Il messaggio è chiaro: non basta frenare il Mercosur; occorre costruire un’alternativa basata sulla tutela del territorio e sulla dignità del lavoro agricolo. Il voto di ieri ha aperto una crepa nel muro del neoliberismo agricolo; ora spetta ai movimenti sociali e alle organizzazioni di categoria occupare quello spazio per impedire che il trattato venga semplicemente “aggiustato” e per pretendere, invece, un cambio di paradigma radicale che metta al centro la terra, non il profitto delle multinazionali.
Un modo anche per dare una risposta a questo governo e al suo pessimo ministro all’agricoltura, che hanno in testa l’abbandono definitivo di molte aree interne del nostro Paese.
Una risposta, infine, alle principali organizzazioni agricole che su questo passaggio si sono rivelare una volta di più incapaci di dare risposte convincenti.