Crisi nell’Est della RD Congo: con l’impunità per il saccheggio delle risorse, i minerali continueranno a essere causa di violenze – Tre domande a John Mpaliza

John Mpaliza, portavoce Rete Insieme per la pace in Congo

Abbiamo accolto con grande interesse la disponibilità dell’ing. John Mpaliza, portavoce della Rete “Insieme per la pace in Congo”, a rispondere alle nostre domande riguardanti la lunga e acuta crisi che attraversa il suo Paese e scuote l’intera regione africana. Lo ringraziamo molto per questo.

Mentre lavoravamo all’intervista a John, è arrivata una terribile notizia diramata dall’ANSA il 30 gennaio:

“Più di 200 persone sono morte questa settimana nel crollo della miniera di coltan di Rubaya, nella Repubblica Democratica del Congo orientale.

Lo scrive la Reuters sul suo sito, citando Lubumba Kambere Muyisa, portavoce del governatore della provincia in cui si trova la miniera, governatore, peraltro, nominato dall’occupante, la milizia M23 sponsorizzata dal Ruanda.

Il crollo è avvenuto mercoledì, ma fino a questa sera il bilancio delle vittime era poco chiaro”

È davvero un grandissimo dolore per le vite perdute di quei lavoratori e, d’ altra parte il segno chiaro di quanto contano le vite in quella parte del mondo. Per un vero dramma come questo la notizia arriva giorni dopo l’accaduto, un fatto che ci indigna e dovrebbe indignare tutta l’ opinione pubblica.

Alberto Deambrogio – Visti gli interessi economici globali per minerali come il coltan e il cobalto, in che modo l’attuale sistema di certificazione internazionale (come per i “conflict minerals”) potrebbe essere migliorato per garantire che l’attività mineraria non alimenti direttamente la violenza, e quali alternative praticabili si potrebbero proporre per assicurare benefici reali alla popolazione locale?

 John Mpaliza: L’idea che il sistema di certificazione internazionale dei cosiddetti “conflict minerals” abbia bisogno di una revisione è sempre più di attualità ma rischia di essere fuorviante se non si affronta una verità scomoda: gli importanti strumenti di regolamentazione disponibili sono stati indeboliti o aggirati dalle stesse potenze che li avevano inizialmente sostenuti, quando questi hanno cominciato a ostacolare i loro interessi strategici. Il Regolamento (UE) 2017/821, entrato in vigore il 1° gennaio 2021, che imponeva obblighi di “due diligence” agli importatori europei di stagno, tantalio, tungsteno e oro (3TG) provenienti da zone di conflitto, come l’est della RD Congo, rappresentava un traguardo significativo. Questo regolamento fu il frutto di un decennio di mobilitazione delle società civili europee e congolese che presero spunto dal Dodd-Frank Act, firmato da Barack Obama nel 2010, legge che obbligava le multinazionali hi-tech statunitensi quotate in borsa a dichiarare l’origine congolese dei minerali usati nei loro dispositivi, chiamandole così a rispondere delle conseguenze delle loro catene di approvvigionamento. Questa legge, parte di un’ampia riforma di Wall Street, è stata tuttavia di fatto svuotata e cancellata da Donald Trump, un chiaro segnale che la regolazione può essere sacrificata quando diventa scomoda e, purtroppo, l’Unione Europea sembra seguire la stessa logica: con la guerra in Ucraina, la corsa alle materie prime strategiche ha preso il sopravvento su qualsiasi coerenza normativa e rispetto dei diritti umani. Il Global Gateway, presentato come strumento di giustizia economica risulta invece essere un meccanismo per assicurare l’approvvigionamento di risorse naturali. L’accordo firmato il 19 febbraio 2024 in questo ambito, tra l’UE e il Ruanda, è politicamente e moralmente inaccettabile, poiché è stato siglato con un Paese che non ha risorse minerarie significative e che trae profitto dallo sfruttamento dei territori congolesi, legittimando l’occupazione e la guerra di aggressione contro il Congo. Con queste scelte, l’Europa ha depotenziato il Regolamento (UE) 2017/821, già di suo debole per mancanza di una tracciabilità obbligatoria su tutta la filiera e per la non inclusione di importanti minerali per la transizione verde: cobalto, litio, rame, etc. Infine, un tassello mancante fondamentale è il potere del consumatore. Fino a quando non avremo un’etichettatura trasparente sul prodotto finale e quindi un certificato di tracciabilità accessibile per il consumatore finale — che ci dica chiaramente se quel coltan nel nostro smartphone è stato estratto in modo etico — il cittadino sarà privato della possibilità di scegliere e di boicottare chi si comporta male.

In questo contesto, discutere di certificazione senza affrontare il tema della guerra è un’illusione: nessuna certificazione potrà sostituire la volontà politica -del Congo e della Comunità internazionale- di affrontare le cause della guerra. È fondamentale continuare a richiedere l’applicazione del Regolamento (UE) 2017/821 e la cancellazione dell’accordo UE-Ruanda ma, la vera alternativa sostenibile resta la pace e la giustizia regionale: finché persisterà l’impunità per il saccheggio delle risorse, i minerali continueranno, purtroppo, a essere il combustibile di violenze che non possiamo più ignorare.

A.D.: John Mpaliza, qual è, a suo avviso, l’influenza delle potenze regionali e internazionali sulla stabilità nell’est del Congo, e quali pressioni mirate (al di là delle dichiarazioni formali) potrebbero essere esercitate per disinnescare l’escalation delle tensioni?

J.M.: Il conflitto che da 3 decenni insanguina l’est della RD Congo è una delle tante guerre per procura che conosce il mondo e non potrà concludersi finché ci sarà un solo paese africano disposto a fare il lavoro sporco per conto degli imperialisti. Dalla creazione alla Conferenza di Berlino nel 1885, questo gigante nel cuore dell’Africa è stato posto sotto tutela del Re Leopoldo II del Belgio, rendendolo di fatto una zona franca dove tutte le potenze potevano fare di tutto. La situazione non è cambiata neanche dopo che, nel 1908, il Congo divenne colonia belga. Durante la Seconda Guerra del Congo (1998-2003) abbiamo assistito ad un dispiegamento di militari da una decina di paesi e circa 25 gruppi armati non statali. Potenze regionali come la SADC o l’EAC si sono di recente affrontate in questa terra di nessuno, e non certamente per il bene dei congolesi! Servono sanzioni forti e concrete contro il regime di Kigali ed i signori della guerra. La risoluzione 2773 dell’ONU e 2025/2553(RSP) del Parlamento europeo andavano in questa direzione. Peccato che non siano state applicate!

A.D.: A oltre 60 anni dall’assassinato di Patrice Lumumba, la cui eredità unitaria e indipendentista rimane un simbolo, il Congo continua a lottare per la sua piena sovranità sulle risorse e sul territorio. In che misura la memoria di Lumumba influenza ancora l’attuale situazione politica e l’identità nazionale congolese, e come si può tradurre il suo ideale di indipendenza in un progetto politico concreto per l’est del Paese oggi?

J.M.: Patrice Lumumba non fu ascoltato da vivo e, purtroppo, non viene ascoltato neanche da morto. I politici congolesi sono talmente occupati a spartirsi i proventi della corruzione internazionale e del commercio illegale di materie prime che di Lumumba ne parlano solo il 17 gennaio, data del suo assassinio. oggi, è più facile trovare un lumumbista vero e consapevole dell’importante ruolo di questo eroe panafricanista in Burkina Faso che in Congo. Probabilmente, la gioventù congolese dovrebbe svolgere lo sguardo verso il paese di Thomas Sankara, rendersi conto del tanto lavoro che i dirigenti attuali stanno compiendo per emancipare il proprio paese, per capire l’importanza di Lumumba per il Congo e tutto il continente africano.