Alberto Deambrogio: Considerando l’attuale indirizzo del ministero dell’istruzione, che attraverso concorsi e linee guida (come quelle promosse dal ministro Valditara) sembra voler imporre una narrazione nazional-vittimistica delle foibe nelle scuole, come si è evoluta la vostra strategia di contrasto? In un contesto dove il revisionismo non è più solo una spinta dal basso o di frangia, ma una politica di Stato che agisce direttamente sui programmi ministeriali, ritenete che il lavoro di debunking puntuale sia ancora sufficiente o serve una nuova pedagogia della resistenza che prescinda dai canali istituzionali ormai compromessi?
Nicoletta Bourbaki: I programmi culturali e le linee guida per la scuola promosse del governo Meloni rafforzano, più che introdurre ex novo, elementi vittimistici presenti nel discorso pubblico, non solo sulle tematiche legate alla storia dell’Alto Adriatico, e danno nuova spinta a una tendenza avviata già negli anni Novanta con la politica della memoria condivisa: è la cifra stilistica di un’azione di governo che mira a edificare un nuovo discorso pubblico sulla “Nazione”. Particolarmente significative sono le linee guida per l’insegnamento della storia nel primo ciclo di istruzione, quindi primaria e secondaria di primo grado, introdotte dal ministro Giuseppe Valditara dopo aver messo al lavoro un’apposita commissione che ha visto protagonista Ernesto Galli della Loggia. Ci sarebbe molto da dire, ma qui ci preme sottolineare come si voglia arrivare a ridurre la storia a raccolta di vicende esemplari e narrazioni di personaggi protagonisti degli eventi storici, per farne cardini di una “storia patria” cristallizzata, acritica e priva di profondità. E dove il paradigma vittimario gioca un ruolo importante. Scompare da questa idea del racconto (propagandistico) del passato la necessità ineludibile di confrontarsi con le fonti storiche, di arrivare a sapersi porre delle domande sulle fonti, cioè si mira ad annichilire la base metodologica del fare storia che è anche fondamenta di formazione al pensiero critico sul presente.
Per venire alla seconda parte della domanda, il revisionismo storico è sempre esistito, ed è stato frequentato sia “dal basso” che “dall’alto”. Certo, non si può dire che il 2026 sia come il 1926, o che la creazione del “falso” sia rimasta quella analogica della “donazione di Costantino”. Il salto di qualità che stiamo osservando in questi ultimi anni rende molto più facile creare un falso e diffonderlo, rendendo ancora più difficile definire limiti, stabilire fatti, e generare consenso.
Il lavoro di “debunking” puro è semplice non ci è mai parso sufficiente: ogni nostro intervento, anche il più specifico, è inserito in un mosaico più ampio, disegnato sui passi di Marc Bloch e del metodo storico-critico, in cui tutte e tutti dovrebbero addestrarsi.
Negli anni ci è diventato sempre più chiaro ed evidente che “smontare” rischia di diventare un’operazione in difesa, mentre a noi quello che interessa è l’attacco: raccontare la resistenza e l’antifascismo, proporlo come militanza permanente. In questo senso, la divulgazione storica non basta. Serve la letteratura, servono il teatro e il cinema. In una parola: serve anche lavorare sull’immaginario.
A.D.: Nel vostro lavoro più recente avete iniziato a mappare l’uso di tecnologie avanzate, tra cui l’intelligenza artificiale, per la creazione di falsi documenti o la manipolazione di materiale iconografico legato al confine orientale. In che modo l’avvento di queste tecnologie nel 2025/26 ha cambiato la natura del “falso storico” rispetto ai classici fotomontaggi del passato? Come può un collettivo di ricerca storica difendere la verità dei fatti quando la stessa evidenza visiva (foto, filmati di presunte esumazioni o testimonianze) può essere generata sinteticamente per convalidare i miti revisionisti?
N.B.: Indubbiamente, i confini tra vero, verosimile, e falso si sono fatti più sfumati. Le ragioni sono (almeno) tre: lo spaccio su scala industriale di fake news e deep fake, il controllo dell’informazione da parte delle persone più ricche al mondo, e la merdificazione (enshittification in inglese) della rete.
Le fake news e i loro corrispettivi audiovisuali (deep fake) inquinano i pozzi dell’informazione, generando fantasie di complotto e disinformazione, iniettando veleno nel discorso pubblico. In questo scenario, l’intelligenza artificiale getta benzina su una situazione che già andava a fuoco. I pozzi dell’informazione mainstream sono irrimediabilmente inquinati da barili d’odio che le persone più ricche del mondo possono riversare nel dibattito pubblico per manipolare i cittadini, il mercato, la politica. Quando anche i media mainstream teoricamente indipendenti si piegano, per convinzione, piaggeria, o convenienza, alle narrazioni manipolatorie in circolo, il dibattito pubblico rimane orfano di paletti che delimitino i dati di fatto. Cercare notizie online è ormai come camminare su un campo minato, e su queste fondamenta marce, la portentosa e inarrestabile merdificazione della rete rende una semplice ricerca di notizie e fatti qualcosa di mostruoso, addirittura ripugnante.
In questo contesto, l’informazione fornita da Wikipedia rimane uno dei rari esempi di riferimento riconosciuto come credibile da più parti, per quanto imperfetto. Nonostante le manipolazioni che abbiamo descritto a più riprese nelle nostre inchieste, l’enciclopedia libera rimane un miraggio riflesso del vecchio modo di intendere la rete. Entrando nelle polverose quinte di Wikipedia si possono udire distintamente il cigolio delle manipolazioni e i borbottii delle cricche intente a fare revisionismo storico. D’altro canto, l’algoritmo dell’intelligenza artificiale viaggia silenzioso nell’iperuranio, oscuro e invisibile all’occhio umano.
Cosa si può fare, dunque? Oltre che prendersi il tempo per analizzare, ragionare, riflettere, confrontarsi sull’attuale (e sempre in mutamento) situazione, anche in questo caso occorre tornare ai fondamenti del metodo storico-critico, ricordando che anche le immagini sono documenti, quindi fonti da trattare come ogni altra fonte: nessun documento da solo è sufficiente, ogni documento va messo in contesto e in relazione con altri documenti. E soprattutto, come è stato mostrato ampiamente, ricordando lo statuto tutto particolare delle immagini, quasi un paradosso: da un lato, sono considerate testimonianze della “vera realtà”; dall’altro, della realtà ci mostrano solo una parte, un taglio, una porzione, e da sole “non parlano”.
A.D.: Oltre il lavoro di smontaggio dei falsi miti, quali aspetti della storia del confine orientale ritenete che siano spesso trascurati o semplificati nel dibattito pubblico? In che modo il collettivo Nicoletta Bourbaki si propone di presentare la complessità di questa storia, includendo diverse prospettive e le interconnessioni sociali e politiche che hanno caratterizzato la regione?
N.B.: La prima risposta che viene in mente sono i crimini di guerra commessi dal regio esercito durante l’occupazione italiana della Jugoslavia tra il 1941 e il 1943.
In Italia vige una vulgata, accettata più o meno comunemente, secondo cui i crimini di guerra italiani riguardano sostanzialmente la Repubblica di Salò e sono ascrivibili alla categoria del collaborazionismo. Ma prima dell’8 settembre 1943 l’Italia aveva messo a ferro e fuoco i Balcani, compiendo stragi, incendiando villaggi, rinchiudendo i civili in campi di concentramento dove a migliaia morirono di fame e malattie. Di questo si parla pochissimo, persino persone di una certa cultura cadono dalle nuvole quando sentono parlare di queste cose. L’immagine mentale che la maggior parte degli italiani si sono fatti dell’occupazione italiana dei Balcani è quella veicolata da film come Mediterraneo. È chiaro che con queste premesse fallaci la violenza degli insorti istriani nel 1943 o dell’esercito di liberazione della Jugoslavia nel 1945 diventano incomprensibili, e quindi è facilissimo presentarle come espressione di una «furia sanguinaria», come parte di un «disegno annessionistico slavo che prevalse nel trattato di pace del 1947» , come atto di «pulizia etnica» (sono parole di un presidente della Repubblica proveniente dal PCI, non di un agitatore neofascista – per agevolare la ricerca: Giorgio Napolitano, nel 2007).
C’è però un aspetto della storia dell’Alto Adriatico che è ancora più rimosso: si tratta del carattere internazionalista e proletario della resistenza antifascista nella marca giuliana. Molti operai triestini e monfalconesi, e tra loro anche molti italofoni, cominciarono a collaborare con la resistenza slovena già nel 1942, fornendo supporto alle formazioni partigiane dell’alto Isonzo e del Carso interno. Da antifascisti e internazionalisti non si erano attivati contro un invasore straniero dell’Italia ma contro l’Italia che aveva invaso un Paese straniero. Sul sito dell’ANPI si legge che la prima caduta della Resistenza italiana fu Alma Vivoda, uccisa a Trieste da un carabiniere nel giugno 1943. Chi non conosce la storia e il contesto di questa uccisione potrebbe pensare che ci sia un refuso nella data, precedente all’armistizio dell’8 settembre 1943.
Per questi aspetti rimossi della storia del cosiddetto “confine orientale” (espressione che fin dalla sua dicitura mostra un solo punto di vista – quello italiano), vale quanto dicevamo prima: oltre al lavoro storico, serve un grande lavoro sull’immaginario.
*Nicoletta Bourbaki è un gruppo di lavoro sul revisionismo storiografico in rete, sulle false notizie a tema storico e sulla riabilitazione dei fascismi in tutte le varianti e manifestazioni. Segui Nicoletta Bourbaki sul suo canale Telegram https://t.me/NicolettaBourbaki
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