Una giustizia di classe

Riccardo Cavallo, Filosofo del diritto – Università di Catania

Ogni riforma della giustizia, prima ancora di essere un intervento tecnico, è un atto politico nel senso più forte del termine. Presentarla come una questione neutra di organizzazione, efficienza o tempi processuali significa occultare il conflitto che la attraversa. Il diritto non è mai un semplice insieme di regole, ma è un dispositivo di potere, un campo di forze in cui si decide chi controlla e chi viene controllato, chi comanda e chi obbedisce. La riforma della giustizia promossa dal governo Meloni e sottoposta a referendum il 22 e 23 marzo 2026 si colloca pienamente in questa logica. Non nasce per rafforzare la tutela dei cittadini, né per ridurre le diseguaglianze nell’accesso alla giustizia, ma per ridefinire i rapporti di forza tra i poteri dello Stato. La direzione è chiara: ridurre l’autonomia della magistratura e rafforzare il primato del potere politico. Il referendum non può essere letto, in questo contesto, come un semplice esercizio di democrazia diretta, ma rappresenta un momento di verità: chiede agli elettori se siano disposti ad accettare un potere giudiziario meno indipendente in cambio della promessa – tutta da dimostrare – di una maggiore efficienza.

Dire No significa rifiutare il suddetto scambio e smascherare una falsa alternativa

Non a caso, il tema dell’efficienza è il cuore ideologico della riforma. Presentata come valore neutro, l’efficienza è, in realtà, anch’essa una categoria politica. Efficiente per chi? A vantaggio di quali interessi? Nel discorso governativo, una giustizia efficiente è una giustizia che non ostacola l’azione politica, che non produce incertezze, che non mette in discussione il potere. Le cause dell’inefficienza del sistema giudiziario italiano sono note: carichi di lavoro insostenibili, carenze di organico, edilizia inadeguata, digitalizzazione incompleta. Problemi che richiederebbero investimenti e scelte politiche di lungo periodo. Colpire l’autonomia della magistratura è invece una scorciatoia: non costa nulla e produce consenso. L’inefficienza non deriva dall’indipendenza, ma dal suo progressivo svuotamento materiale. Separare le carriere non accelera i processi. Indebolire l’autogoverno non migliora l’accesso alla giustizia. Queste misure servono a ridisegnare i rapporti di forza, non a migliorare il servizio.

Dire No significa denunciare questa mistificazione

Da anni la giustizia è oggetto di un’offensiva politica e culturale che la rappresenta come un potere deviato, politicizzato, autoreferenziale. Questa narrazione serve a delegittimare il contropotere giudiziario e a giustificare l’intervento dell’esecutivo. Ogni inchiesta che coinvolge il governo diventa un’aggressione, ogni sentenza sgradita un atto ideologico, ogni autonomia un abuso. In un siffatto clima la giustizia smette di essere percepita come garanzia e diventa un ostacolo alla governabilità. La riforma si inserisce perfettamente in una siffatta cornice, in quanto non nasce da un confronto aperto sul funzionamento della macchina giudiziaria, ma dalla volontà di normalizzare il conflitto e rendere la giustizia meno capace di intralciare l’ordine politico ed economico. Ma una democrazia senza conflitto tra poteri non è una democrazia pacificata, bensì una democrazia esposta all’arbitrio.

La riforma, comunque, non va letta in maniera isolata, ma si pone in un contesto più ampio caratterizzato dal prevalere di una visione securitaria della società, fondata sull’idea che il conflitto sociale sia una patologia da reprimere. In altre parole, l’estensione degli strumenti repressivi comporta una trasformazione del diritto penale: non si punisce più il fatto, ma l’autore (diritto penale del nemico). Il modello appena descritto colpisce selettivamente il disagio e il dissenso, mentre tutela il potere politico ed economico. In tale contesto si inserisce la recente abrogazione del reato di abuso di ufficio avvenuta adducendo una serie di argomentazioni strumentali (come per esempio, la paura della firma ma soprattutto l’esiguo numero di condanne definitive), malgrado la maggior parte dei paesi europei preveda fattispecie simili. Tale scelta di politica criminale rappresenta uno snodo rivelatore della logica di fondo che muove l’azione di questo Governo: ridurre gli strumenti di difesa dei cittadini e, in particolare, dei soggetti più indifesi, contro l’arbitrio della pubblica amministrazione. Il doppio movimento allora è evidente: repressione in basso, indulgenza in alto.

In altre parole, il diritto (penale) diventa strumento di disciplina delle classi subalterne e smette di essere un limite per chi governa. È la traduzione contemporanea della tesi di Trasimaco: “la giustizia come utile del più forte”. Tale tesi formulata nel primo libro della Repubblica di Platone, resta una delle diagnosi più radicali del rapporto tra giustizia e potere. La giustizia non coincide con un ordine morale condiviso, ma con l’utile del più forte. Marx, per molti versi, riprende e storicizza questa intuizione ritenendo che il diritto non è “l’utile del più forte” in astratto, ma l’utile della classe dominante in una determinata fase storica. Le norme giuridiche stabilizzano rapporti sociali concreti e li presentano come naturali, contribuendo alla riproduzione del dominio. Applicare questa chiave di lettura alla riforma Meloni vuol dire che il vero obiettivo cui essa tende non è quello di eliminare talune disfunzioni che da tempo affliggono il sistema-giustizia, ma di rafforzare i dispositivi di controllo sociale. La giustizia torna così a svolgere la funzione denunciata da Trasimaco, ma sotto le mentite spoglie del bene comune.

La posta in gioco del referendum non è una singola riforma, ma il ruolo stesso che la giustizia svolge all’interno della società. O la magistratura rimane un potere autonomo e indipendente, sia pure imperfetto, oppure si trasforma in un ingranaggio del potere politico. A fortiori, in un contesto di diseguaglianze crescenti, quando tali prerogative vengono progressivamente erose, non sono i forti a perdere protezione, ma i deboli.

Dire No significa assumere consapevolmente una scelta di campo

Non per difendere un sistema perfetto, ma per impedire una regressione autoritaria. Contro l’illusione di una giustizia neutrale, ma con la consapevolezza che solo il conflitto può impedire che la giustizia coincida, ancora una volta, con “l’utile del più forte”, assumendo la connotazione di vera e propria giustizia di classe.