Tratto dal Blog di Lavoro e salute
Sono trascorse settantadue ore dal decesso di Umberto Bossi e, archiviato il frastuono delle ultime ore di confronto referendario, è possibile tornare a un minimo di lucidità e formulare alcune considerazioni di merito. Il cordoglio dovuto a ogni scomparsa non è in discussione. Ciò che merita discussione è la pretesa, tanto diffusa quanto artificiale, che il commiato debba automaticamente trasformarsi nel consueto volemose bene, sospendendo ogni valutazione critica. Quando una persona muore, scompare una figura concreta, con una storia reale, che ha segnato la propria presenza pubblica: nel bene e nel male. E la storia pubblica di Umberto Bossi non è un terreno neutro, né un paesaggio da attraversare con passo leggero o indulgente.
Per oltre trent’anni, Bossi ha rappresentato una delle forze più divisive della politica italiana. La sua retorica ha fatto della contrapposizione territoriale un metodo sistematico, dell’ostilità verso il Mezzogiorno un repertorio identitario, della diffidenza verso lo Stato nazionale un marchio di fabbrica, dell’esclusione verso migranti e minoranze un tratto distintivo. Non si tratta di interpretazioni: si tratta di dichiarazioni pubbliche, comizi, slogan, prese di posizione che hanno inciso profondamente sul linguaggio politico italiano, contribuendo a normalizzare forme di disprezzo e di delegittimazione reciproca che ancora oggi avvelenano il dibattito pubblico. La celebre espressione “Roma ladrona”, ripetuta per anni come un mantra, non fu un semplice slogan: fu un dispositivo culturale che ha scavato un solco profondo tra territori, alimentando diffidenze e rancori che la politica non ha mai davvero ricomposto. La Lega bossiana non fu soltanto un partito territoriale: fu un laboratorio di delegittimazione istituzionale. La teorizzazione della “Padania”, la proposta di secessione, la costruzione di un immaginario pseudo-nazionale alternativo alla Repubblica, la contestazione della legittimità dello Stato centrale, la retorica del “Nord produttivo” contrapposto al “Sud parassita”, la richiesta di trattenere il 75% del gettito fiscale nei territori settentrionali: tutto questo non fu folklore, ma un progetto politico strutturato. Per anni, la Lega Nord ha messo in discussione l’unità nazionale non come provocazione episodica, ma come orizzonte strategico. Anche questo fa parte della sua eredità pubblica. A ciò si aggiunge la lunga stagione di linguaggi e simboli che hanno segnato la cultura politica italiana. La “caccia al napoletano”, le ampolle d’acqua del Po, il giuramento di Pontida, la costruzione di un pantheon identitario alternativo a quello repubblicano, l’uso sistematico di stereotipi territoriali come strumento di mobilitazione politica: tutto questo ha lasciato un’impronta profonda. La politica italiana, negli anni Novanta e Duemila, ha dovuto fare i conti con un attore che non si limitava a contestare le scelte dei governi, ma metteva in discussione la legittimità stessa del quadro istituzionale. È un dato storico che la Lega Nord abbia contribuito a spostare il baricentro del dibattito pubblico verso forme di radicalizzazione identitaria che ancora oggi condizionano il discorso politico.
Tra gli episodi più noti della sua storia vi sono le espressioni offensive e oltraggiose rivolte alla bandiera italiana. Per tali dichiarazioni Bossi fu condannato per vilipendio alla bandiera nazionale, in applicazione dell’articolo 292 del codice penale. La pena fu successivamente estinta dall’indulto del 2006, provvedimento generale che non cancella il reato ma estingue la sanzione. Negli anni successivi, a seguito di una nuova vicenda giudiziaria legata a dichiarazioni analoghe, Bossi fu nuovamente condannato. La pena residua fu poi oggetto di grazia da parte del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nell’esercizio delle prerogative costituzionali previste dall’articolo 87 della Costituzione. Anche in questo caso, la grazia estinse la pena, non il fatto storico né la responsabilità accertata. Due condanne, un indulto, una grazia: una sequenza che appartiene alla storia pubblica del leader della Lega Nord e che nessuna rimozione postuma potrà mai cancellare.
Non meno rilevante è il ruolo che Bossi ebbe nella trasformazione del sistema politico italiano. La Lega Nord fu tra i principali attori del crollo della Prima Repubblica, contribuendo a delegittimare l’intero quadro partitico precedente. La sua retorica anti-sistema, anti-partito, anti-Stato, fu uno dei vettori che accelerarono la crisi delle istituzioni repubblicane negli anni Novanta. La Lega bossiana fu anche protagonista di una stagione di alleanze politiche che segnarono profondamente il Paese: dal primo governo Berlusconi del 1994, caduto proprio per il ritiro del sostegno leghista, fino ai governi del 2001 e del 2008, nei quali la Lega esercitò un’influenza determinante su temi come sicurezza, immigrazione, federalismo fiscale. Il rapporto tra Bossi e Berlusconi fu uno dei più complessi della storia politica recente: un’alleanza nata per necessità, interrotta bruscamente, ricomposta per convenienza, e infine stabilizzata in un equilibrio in cui la Lega divenne il perno territoriale del centrodestra. La dialettica tra il carisma mediatico di Berlusconi e il radicamento territoriale di Bossi contribuì a ridefinire l’intero assetto del centrodestra italiano, spostandone l’asse verso temi identitari, securitari e territoriali.
La Lega bossiana lasciò anche un’eredità culturale che ha superato i confini del partito. Il linguaggio politico italiano cambiò: si affermarono forme di comunicazione diretta, semplificata, spesso aggressiva; si diffusero categorie identitarie che contrapponevano territori, culture, stili di vita; si consolidò l’idea che la politica potesse essere un’arena di appartenenze contrapposte più che un luogo di mediazione. La stagione bossiana contribuì a introdurre nel dibattito pubblico temi come federalismo fiscale, autonomia differenziata, sicurezza urbana, controllo dei confini, che negli anni successivi sarebbero diventati centrali per l’intero sistema politico.
Alla luce di questa storia, ho letto con autentico sconcerto alcune righe di commiato provenienti da figure pubbliche e istituzionali. Scoprire che, per Pier Luigi Bersani, l’inventore della Lega Nord sia stato “l’avversario più dignitoso” lascia interdetti. Bersani parla di un avversario politico, certo; ma proprio per questo risulta ancor più sorprendente che un dirigente della sinistra attribuisca tale primato di “dignità” a un leader che ha costruito la propria identità politica su posizioni separatiste, su retoriche ostili verso il Mezzogiorno, su parole e scelte che hanno alimentato sentimenti di contrapposizione territoriale. È inevitabile chiedersi quale idea di “dignità politica” venga evocata quando si sceglie di attribuirla a chi ha fatto della delegittimazione territoriale un metodo di lotta. E, soprattutto, è inevitabile interrogarsi su quale messaggio venga trasmesso oggi, in un Paese che fatica ancora a ricomporre le proprie fratture interne, quando si sceglie di nobilitare retrospettivamente una stagione politica che ha contribuito a crearle.
Ancora più sconcertante è il comunicato proveniente dal Quirinale. Il Presidente della Repubblica – figura che dovrebbe rappresentare l’intero Paese, me escluso da sempre – ha affiancato al proprio (legittimo) cordoglio personale un riconoscimento politico, affermando che Bossi avrebbe contribuito “in modo significativo al dibattito pubblico e alla vita democratica del Paese”. È una valutazione che merita di essere esaminata con freddezza. In che modo le esternazioni di un leader che ha fatto della contrapposizione territoriale il proprio marchio, che ha alimentato slogan ostili verso “Roma ladrona”, che ha sostenuto posizioni escludenti verso minoranze e migranti, e che non ha esitato a usare simboli nazionali in modo provocatorio, possano aver contribuito in modo significativo al dibattito pubblico del nostro Paese, resta questione aperta. Se davvero si ritiene che tutto ciò abbia arricchito la vita democratica italiana, sarebbe opportuno che qualcuno, dall’alto di un colle, si assuma l’onere di dimostrarlo con argomenti, non con formule di circostanza.
La morte di un leader politico non cancella la sua storia, non attenua le sue responsabilità, non trasforma ciò che è stato in ciò che si vorrebbe ricordare. La memoria pubblica non è un rito consolatorio: è un esercizio di verità. E la verità, nel caso di Umberto Bossi, non coincide con la narrazione indulgente che una parte della classe politica e istituzionale sembra voler costruire in queste ore. Se davvero si vuole rendere un servizio alla democrazia, sarebbe opportuno ricordare che la democrazia non si nutre di amnesie selettive, né di elogi rituali, né di revisionismi emotivi. Si nutre della capacità di guardare la realtà per ciò che è stata, senza veli e senza indulgenze. Anche – e soprattutto – quando la realtà è scomoda.
E se oggi, di fronte alla scomparsa di Bossi, si sceglie di evocare un’immagine pacificata, quasi edificante, del suo ruolo nella storia repubblicana, allora il problema non riguarda più soltanto la memoria del leader leghista. Riguarda la capacità – o l’incapacità – della classe dirigente italiana di chiamare le cose con il loro nome, di distinguere tra conflitto politico e legittimazione culturale, tra rispetto umano e rimozione storica. Riguarda il modo in cui questo Paese elabora il proprio passato recente, e il modo in cui si prepara a raccontarlo alle generazioni future. Riguarda, in ultima analisi, la qualità della nostra democrazia.
Renato Fioretti
Collaboratore redazionale del mensile Lavoro e Salute