Davide Conti, storico, autore di “Fascisti contro la democrazia. Almirante e Rauti alle radici della destra italiana 1946 – 1976” (Einaudi)
Alberto Deambrogio: Davide Conti, nel tuo saggio Fascisti contro la democrazia e nei tuoi studi più recenti analizzi come figure legate al passato regime abbiano mantenuto ruoli di potere nella transizione alla Repubblica. Guardando all’attuale panorama politico, dove eredi diretti di quella tradizione occupano le massime cariche dello Stato, ritieni che siamo di fronte a una definitiva normalizzazione post ideologica o che persista ancora quel vizio di origine della democrazia italiana che tu hai spesso denunciato?
Davide Conti: Beh…che si viva una situazione post ideologica in un contesto politico, sociale, culturale post ideologico è un elemento assolutamente presente nella nostra società. Lo dimostra il fatto che lo stesso paradigma antifascista è stato continuamente, nel corso di questi anni, messo in discussione come se fosse non il perimetro nuovo della cittadinanza democratica emerso dalla sconfitta di un regime dittatoriale, ma come l’eredità di una parte della politica, della società, della cultura e quindi vissuto come elemento escludente anziché includente, come invece l’antifascismo in sé, che, appunto, si definisce per antonomasia come elemento che include, cioè contiene una pluralità di culture, sensibilità religiose, sensibilità politiche, espressioni e rappresentanze sociali, che erano invece oppresse durante il regime. Dall’altra parte ci troviamo di fronte ad un elemento di normalizzazione delle istanze più regressive, figlie della mentalità, della cultura, del costume ed anche dei rapporti economico sociali propri del fascismo a livello internazionale con una proiezione anche sull’Italia. Ė dentro questo concretarsi di fenomeni politico culturali, ma soprattutto economico sociali, che si definisce il nuovo spazio che progressivamente hanno acquisito nelle nostre società i movimenti che definiamo, in maniera un po’ generica, sovranisti, populisti, o di estrema destra. Sono, cioè, elementi, caratteri della politica, che esprimono un passaggio che settori sempre più ampi delle classi dirigenti acquisiscono come modo di governare le società complesse attraverso la restrizione del diritto, l’uso della forza, la verticalizzazione del potere. Questi fenomeni trovano un loro nuovo spazio, progressivamente più ampio, dentro la nostra società.
A.D.: Tu hai spesso discusso di uso pubblico della storia evidenziando come il passato venga maltrattato o legato a interessi contingenti in un’epoca dominata dalla velocità dei social media e dal revisionismo diffuso. Come vede lo storico la costruzione di una memoria collettiva che sembra voler rimuovere le responsabilità individuali – come nel caso del generale Roatta – a favore del mito rassicurante degli “italiani brava gente”?
D.C.: L’uso pubblico della storia nel corso degli ultimi anni ha subito, attraverso la sua codificazione legislativa, un mutamento anche di segno. Uso pubblico della storia è una nozione che fa capo ad Habermas e quindi a quella tradizione culturale e intellettuale, che guardava ad un uso positivo sul piano pubblico della conoscenza del passato. Oggi noi ci troviamo di fronte ad un uso pubblico della storia che non solo non serve a fare i conti e chiuderli con il passato, ma è esclusivamente utilizzata in una chiave di governo del presente. L’uso pubblico della storia funziona nella misura in cui legittima l’operatività dei governi del presente, quindi legittimare attraverso, per esempio, il mito del bravo italiano le politiche di tipo coloniale, imperiale dell’Italia è una rappresentazione che non tanto, o meglio non solo, serve ad deludere il peso dell’eredità del fascismo che è stato, ma soprattutto a legittimare le politiche securitarie, oppure neocoloniali che progressivamente si vanno affermando da parte dei paesi che del cosiddetto Occidente. In quelle aree del mondo in cui i processi di accelerazione capitalista di questi anni hanno prodotto davvero disastri: pensiamo al disastro climatico, alle migrazioni forzate per motivi economici, per mancanza di risorse. Di fronte a questo enorme problema, a queste enormi questioni l’uso della storia è funzionale alla legittimazione delle politiche operate nel presente, quindi i respingimenti. L’idea di costruzione di fortezze politiche, della rappresentazione di un diritto di cittadinanza diverso tra le persone fa capo, appunto, a quel tipo di retaggio culturale: l’idea, cioè, che esista una primazia del mondo occidentale democratico e sviluppato rispetto ad altre aree del mondo.
A.D.: Come consulente per le procure sulle stragi della strategia della tensione tu hai studiato a fondo i meccanismi eversivi che hanno tentato di destabilizzare lo Stato. Oggi in un contesto geopolitico e tecnologico completamente mutato quali sono a tuo avviso i segnali più preoccupanti di fragilità democratica in Italia?
D.C.: Sicuramente l’attacco alla Costituzione, percepita come un elemento di irriducibile critica ai processi che stiamo vivendo rispetto alle grandi questioni del nostro tempo. La Costituzione rappresenta un punto di critica irriducibile al diritto alla guerra, che oggi ormai è diventato, appunto, tale rispetto agli indirizzi delle classi dirigenti. La nostra Costituzione è un punto di irriducibile di critica del presente rispetto al diritto del lavoro, al diritto di cittadinanza, al principio della giustizia sociale, al principio della costruzione orizzontale. Della disposizione orizzontale del potere non della sua verticalizzazione, del controllo democratico dei poteri. Tutti questi elementi sono messi in discussione dai processi reali, che non vengono soltanto da istanze sovraniste, ma anche da istanze tecnocratiche; arrivano non solo da aree angloamericane e in particolare statunitensi, ma anche europee. I processi di questo tipo sono stati avviati e quasi, direi, connaturati alle modalità con cui è andata via costruendosi l’Unione Europea. Essa deve, naturalmente, vivere come prospettiva, come proiezione, nell’esito di un incontro tra i popoli, organizzato e basato sul diritto dei popoli, non sulla primazia delle economie, anzi, delle classi dirigenti degli Stati singoli. La Costituzione è questo passaggio e non è un caso che, oggi come ieri, sia il nemico principale di queste componenti niente affatto marginali della destra, delle componenti conservatrici della nostra società. Ieri la strategia della tensione serviva ad opporsi all’applicazione della Costituzione repubblicana. Pensiamo al fatto che la strage di piazza Fontana sia stata compiuta il 12 dicembre del ’69, cioè il giorno successivo all’approvazione in prima lettura dello Statuto dei lavoratori al Senato. Pensiamo che la strage di Gioia Tauro del luglio ‘70 intervenga immediatamente dopo la nascita delle regioni. Pensiamo al fatto che la strage di piazza della Loggia del 28 maggio ‘74 intervenga subito dopo l’esito del referendum sul divorzio e capiamo, appunto, che quell’obiettivo, la Costituzione, è rimasto tale. Perché tale è rimasta la sua funzione democratica, in un contesto sociale in cui la democrazia è diventata un’ospite indesiderato per larga parte delle classi dirigenti internazionali.