Tanto tuonò che piovve. Ė passato in prima votazione alla Camera il Disegno di Legge Delega per la reintroduzione della produzione di energia nucleare nel nostro Paese. Per certi versi un passaggio largamente annunciato e noto nel merito. Qualcuno si è scandalizzato per le modalità con cui il provvedimento è stato inserito in discussione, ma ormai dovrebbe essere chiaro da tempo che le aule parlamentari sono diventate il luogo della democrazia dimidiata quando va bene, altrimenti quello delle perenni emergenze in cui ci si esprime telecomandati dall’alto.
Eppure questo passaggio segna un ulteriore campanello d’allarme, che dovrebbe scuotere da una vera e propria sottovalutazione del tema il mondo politico in particolare, ma anche quello associativo e di movimento. Quest’ultimo, invero, ha dato prova di vitalità anche nel recente passato, penso ad esempio alle lotte territoriali efficaci sviluppate contro l’autocandidatura del comune di Trino a Deposito Unico nazionale per le scorie, ma è del tutto evidente che di fronte al rilancio atomico voluto dal Governo vanno ripensate strategie e azioni in grado di essere all’altezza della deleteria sfida posta.
Intorno ai lavori d’aula si sono agglutinate prese di posizione e dichiarazioni di vario tipo. Ho trovato non all’altezza della situazione alcune di esse uscite anche dal campo dell’opposizione. Qualcuno da PD ha parlato, ad esempio, di legge truffa che non si realizzerà mai a fronte delle esigenze complessive e del Paese in tema di energia e clima. Certo, è vero, le proiezioni realizzative a distanza di lustri di nuovi impianti nucleari stridono rispetto ad un oggi in cui si toccano con mano i disagi e i disastri dovuti all’utilizzo dell’energia fossile. Se vogliamo possiamo mettere insieme a questo dato quello dei costi enormi e crescenti del nucleare. Eppure non basta. Lo abbiamo detto tantissime volte e lo ribadiamo ora, pur sapendo che il muro di gomma che abbiamo di fronte si presenta come potente, fatto di politica, economia, finanza, gruppi editoriali: la tecnologia nucleare, anche la cosiddetta nuova, è pericolosa. Ė questo il nodo principale e va ribadito. Quello che si sta preparando, che è giunto a un punto avanzato di formalizzazione, è un contenitore comunque in grado di porre le basi per attività perniciose, che continueranno a produrre scorie in quantità in grado di alimentare un Deposito Unico nazionale, che non si trova e che dovrebbe già oggi essere ricalibrato. Pare non essere argomento degno di nota al punto che, pure questo ripetuto sino alla noia, la stessa società Sogin si presenta come grande promotrice di nuove centrali sui vecchi siti. Che poi Sogin, deputata allo smantellamento del nucleare pregresso, segni il passo con ritardi notevoli relativi al suo compito istituzionale sembra non scandalizzare quasi nessuno.
Ci si può dilungare su tutta una serie di problemi economici relativi al nuovo ricorso all’atomo, ma occorre sottolineare, ancora una volta di più, l’innaturalità di questa tecnologia. Non dobbiamo dimenticare che la tecnica non è neutra e che solo le lotte sociali non distruttive possono essere in grado di orientare democraticamente il suo utilizzo, o il suo abbandono. Siamo sicuramente in presenza di una spinta forte e generalizzata orientata al mercato e all’impresa che intende espandersi appropriandosi della tecnica, togliendo di mezzo qualsiasi influenza democratica, sopprimendo qualsiasi presidio territoriale in grado di sottrarsi al comando dell’economia di guerra. Ė gente a cui non importa quali siano gli assetti reali dell’economia energetica, vorrebbero tranquillamente reattori dappertutto perché non sanno immaginare altro che valorizzazione del valore infinita quanto demente.
Oggi che la guerra segna il solco di una drammatica quanto aperta ridefinizione del mondo e dei suoi assetti geopolitici, non solo non si riesce a imporre una possibile alternativa alle armi come garanti di un ordine in disfacimento, ma anche la messa a tema delle soluzioni alternative quali le rinnovabili, le pompe di calore, il risparmio energetico, gli accumulatori, l’elettrificazione dei consumi risulta bandita da tutti i principali dibattiti che influenzano l’opinione pubblica. Eppure esistono studi seri che attestano la possibilità di coprire per quella via una grande parte del fabbisogno del nostro Paese in tempi brevi, usando per il resto infrastrutture esistenti in modo più efficiente senza ricorrere a nuovi contratti.
Il combinato disposto della pericolosità del nuovo nucleare, della sua capacità di influenzare negativamente il futuro dei territori cancellando anche spazi democratici, e della necessità di porre la vera alternativa delle rinnovabili fatte bene e in grado di rispondere credibilmente alle esigenze di una comunità che ricomincia a chiedersi cosa, come e per chi produrre, dovrebbe diventare il centro di una stagione di mobilitazione di cui si sente l’urgenza.
Occorre lanciare una grande offensiva finalizzata alla sovranità energetica del nostro Paese basata su una vera transizione in cui il diversivo nucleare non abbia più spazio come alibi per portare avanti il sistema fossile più a lungo possibile. L’inganno nucleare è squadernato sotto gli occhi critici di chi lo vuole vedere: ci sono dati, esperienze, studi di vario genere. Bisogna sapere però, ed è particolarmente evidente in questo caso, che la tecnologia è un dispositivo su cui si innestano poteri politici, economici, ideologici e culturali. La battaglia contro il nucleare, oggi come dopo Černobyl o Fukushima, è strategica perché parla non solo di una economia energetica, ma di un possibile modello socio economico differente. Ė strategica, ma non si farà da sola. Intanto andrebbe riconosciuto questo dato di strategicità, che sembra, sino ad oggi, assolutamente negletto. Così come è avvenuto per i due referendum passati e oggi gettati nel cestino dal Governo, bisogna riprendere una strada su più fronti, in grado di unire lavoro culturale e lotte, politica e movimenti in grado di parlare un linguaggio chiaro, diretto di alternativa. Ė una strada non semplice, ma obbligata, che potrebbe portare anche a una nuova stagione referendaria a cui dovremmo presentarci preparatɘ.