L’assalto alla natura in Italia ha ormai superato il livello di guardia, configurandosi come un disegno sistematico di decostruzione delle tutele ambientali. Il combinato disposto tra il nuovo Disegno di Legge sulla caccia e i brutali tagli ai fondi destinati a parchi, aree protette ed educazione ambientale rappresenta l’esito coerente di una visione politica cieca e predatoria. Non si tratta di semplici aggiustamenti di bilancio o di riforme settoriali. Siamo di fronte a un manifesto ideologico che dichiara guerra agli ecosistemi in nome della deregolamentazione selvaggia.
Il DDL caccia, lungi dal regolare l’attività venatoria, ne estende i confini temporali e geografici, demolendo decenni di conquiste scientifiche e normative a tutela della biodiversità. Si spalancano le porte dei territori a una lobby armata, trasformando aree delicate in zone di perenne conflitto antropico. Parallelamente, il definanziamento dei parchi nazionali e regionali ne paralizza l’azione gestionale, riducendo i presidi della biodiversità a gusci vuoti. Tagliare le risorse all’educazione ambientale, inoltre, significa recidere il legame culturale tra le nuove generazioni e il territorio, impedendo la nascita di una coscienza ecologica critica e strutturata.
In questo scenario di regressione civile, la figura del Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, incarna perfettamente gli aspetti più acriticamente sviluppisti e retrogradi di questa stagione politica.
Le sue posizioni, costantemente sbilanciate a favore di un rilancio del pericoloso nucleare, rivelano una totale subalternità alle logiche della continuità con un modello distruttivo, che si vuole replicare a tutti i costi.
Con il supporto al DDL caccia e l’avallo ai tagli sui parchi, Pichetto Fratin si allinea pienamente al peggio di una cultura occidentale che considera la natura, la nostra casa comune, semplicemente come un oggetto da depredare.
Questa postura politica riduce l’ambiente a un fondale nero, una scenografia inerte da cui attingere a mani basse tutto ciò che si vuole e in cui gettare, senza remore, tutto ciò che non serve più.
È il trionfo della razionalità strumentale, piegata esclusivamente alla valorizzazione del valore e in barba alla ragione complessiva che indicherebbe altre strade: in questi giorni di canicola insopportabile tutti, ma proprio tutti lo stanno capendo.
In questa logica utilitaristica, un bosco non conta per l’ossigeno che produce o per la fauna che ospita, ma solo per i meccanismi di valorizzazione che può innescare; un animale protetto diventa un bersaglio per il consenso elettorale; un’area protetta si trasforma in un vincolo burocratico da aggirare per fare spazio a nuove infrastrutture, magari speculative.
Questo riduzionismo economico ignora deliberatamente i limiti biofisici del pianeta e la crisi climatica in atto.
Privatizzare i profitti economici ed elettorali della distruzione ambientale e socializzare i costi del collasso ecologico è il modus operandi di una classe dirigente incapace di guardare al di là del prossimo trimestre finanziario o della prossima scadenza elettorale.
Proteggere i parchi, finanziare la cultura ecologica e fermare la deregolamentazione venatoria non sono battaglie nostalgiche, ma precondizioni indispensabili per la sopravvivenza collettiva. Opporsi a questa deriva oggettificante è l’unico modo per restituire dignità alla natura e sottrarre la casa comune alla mercificazione globale.
Una sinistra rinnovata, ben basata culturalmente su radici ecosocialiste, non può che scegliere la battaglia contro questo scempio finale come uno dei suoi principali tratti di azione e battaglia politico culturale.
Leggi anche:
Ddl Caccia: «Un provvedimento vergognoso che premia lobby armiere e grandi organizzazioni agricole» –