Luca Mercalli, climatologo
Alberto Deambrogio: Nel dibattito pubblico parliamo spesso di transizione tecnologica, ma lei ha più volte sottolineato come la crisi climatica sia l’effetto collaterale di un modello economico basato sulla crescita infinita. Se la radice del problema è antropologica e culturale, prima ancora che energetica, quali sono i meccanismi psicologici e sociali che ci rendono così refrattari ad accettare il concetto di limite, spingendoci a ignorare gli stessi dati scientifici che produciamo?
Luca Mercalli: La risposta non ce l’ho. Ė dal 1972 che il Club di Roma, con il rapporto “I limiti alla crescita” ha messo in luce l’impossibilità di una crescita infinita in un pianeta finito. Il modello su cui si basava, ferocemente avversato già mezzo secolo fa, è stato più volte verificato in tempi recenti, confermando che il rischio di collasso della società umana di fronte alla crisi ecologica e delle risorse è reale e sempre più vicino. L’elaborazione del concetto dei “limiti planetari” da parte di Johan Rockstrom dell’Istituto per la resilienza dell’Università di Stoccolma, ora al l’istituto per il rischio climatico di Potsdam, ha aggiunto una solida base a questa visione definendo nove processi fondamentali che ci tengono in vita sul pianeta, sette dei quali superano le soglie di sicurezza. Alcuni modelli economici alternativi, come “l’economia della ciambella” di Kate Raworth, non hanno nemmeno stimolato un dibattito costruttivo. Dunque nulla sembra scalfire i leader politici e l’economia mainstream che procede così dritta verso uno scontro epocale tra irrefrenabili (e irrealizzabili) desideri umani e limiti fisici del pianeta.
A.D.: La scienza ci impone una scadenza imminente per evitare punti di non ritorno sistemici, ma la riconversione delle nostre infrastrutture materiali, industriali e mentali richiede tempi storici. Di fronte a questo contrasto tra il tempo lineare della fisica e il tempo lento della società, come si progetta una risposta strutturale che sia radicale nei risultati ma democratica nella sua applicazione proprio di fronte all’accelerazione dei fenomeni?
L.M.: La sfida che ci attende è certamente enorme e complessa. Ma l’umanità – quando lo vuole veramente – è capace di sforzi inimmaginabili e gradi balzi in avanti. Qui è diverso: a livello di società globale non vogliamo questa transizione, non crediamo che sia necessaria, e pensiamo che ci porti più problemi che vantaggi. Assecondiamo così i grandi interessi del mondo dell’energia fossile e di una certa finanza, che spinge per un mantenimento dello status quo. Ci vorrebbe un piano Marshall della sostenibilità, e faremmo tutto in fretta e con entusiasmo come fu la ricostruzione post Seconda Guerra Mondiale. Invece troviamo mille ostacoli e scuse futili alla transizione ecologica ed energetica, mentre riusciamo nel giro di pochi mesi a mobilizzare in Europa centinaia di miliardi di euro, migliaia dimiliardi di dollari nel mondo, per una nuova inutile e dannosa corsa agli armamenti. Il confronto è schiacciante…
A.D.: I decisori pubblici operano quasi sempre all’interno di un ciclo elettorale di breve termine, che premia il consenso immediato rispetto alla lungimiranza. Per governare l’emergenza climatica serve invece una visione a lungo termine. Quali strumenti innovativi dovremmo introdurre per obbligare la politica a rispondere non solo agli elettori di oggi, ma anche alle generazioni di domani e ai vincoli fisici del pianeta?
L.M.: Certamente in linea di massima il consenso politico non arriva da grandi piani con scenari pluridecennali ma in genere da obiettivi a breve termine facili da interpretare (il vecchio panem et circenses). Però anche qui non sempre è vero: di nuovo quando si parla di armarsi in tempo di pace (quindi non di fronte a una reale minaccia), non si accettano forse enormi spese a lungo termine per un fine che tra l’altro non vorremmo si verificasse mai, ovvero la guerra in casa? Perché non pensiamo che sia meglio spendere per mettere i pannelli solari sul tetto o isolare il solaio invece di costruire droni destinati a esplodere sulla casa di qualcuno? Sembra che il consenso a lungo termine non importi più a nessuno quando ci sono in gioco enormi capitali nelle mani di pochi. Quindi abbiamo solo due strumenti per arrivare in tempi rapidi alla sostenibilità ambientale (prima che sia troppo tardi): o leader politici illuminati, o una grande e diffusa consapevolezza popolare. Sono due ingredienti molto rari, quindi potremmo anche non farcela… ma proviamoci ancora!