Il 1960 è stato un anno periodizzante per la Storia d’Italia e del Mondo: infatti, la gravissima crisi che travolse il nostro Paese nell’estate del 1960 non va considerata solamente dal punto di vista della politica interna, ma bisogna inserirla nel grande conflitto che si giocava nello scacchiere internazionale. Per avere una visione d’insieme occorre citare la crisi ungherese del ’56, la guerra anglo-francese contro l’Egitto per Suez (bloccata dalla durezza sovietica e dalla freddezza USA), la crisi in Giappone anche per l’irrompere sulla scena degli studenti dello Zenga-Kuren, le lotte per l’indipendenza in Africa, – e soprattutto l’emergere in Congo dell’eroica figura di Patrice Lumumba -, il finto incidente aereo nel quale perì il segretario generale dell’ONU Dag Hammerskjold.
Tutto ciò si riversò direttamente sull’equilibrio e sulla tenuta interna dell’area capitalistica; non per caso, sul piano economico accelerò i processi inflattivi (spesa pubblica, crisi monetarie), sul piano politico scosse la fiducia delle masse sulla validità del sistema capitalistico. Peraltro, tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta le lotte del movimento operaio, in Europa e nel Mondo, si erano sviluppate in maniera impetuosa e avevano raggiunto risultati, per certi versi, straordinari.
La storia dell’intero periodo è stata saldata in unico contesto dalla particolare situazione internazionale, la Guerra fredda, esistente fino alla caduta dell’URSS, cioè dal costante confronto-scontro delle due superpotenze emerse dalla Seconda guerra mondiale. “Intere generazioni”, scrive Hobsbwam ne “Il secolo breve”, “crebbero sotto l’ombra funesta di conflitti nucleari mondiali che come si riteneva comunemente, potevano scoppiare a ogni istante e devastare l’umanità”.[1] Infatti, la Seconda guerra mondiale pose, oltre alla contrapposizione bipolare Est-Ovest, un altro gigantesco problema, quello della bomba atomica.
Fu tenuto in piedi stabilmente un confronto nucleare che riposava su una “verità di per sé evidente”: la paura di una distruzione mutuamente assicurata avrebbe impedito all’una o all’altra parte di dare il via al suicidio programmato della civiltà.
E un’altra grande novità fu rappresentata dal risveglio del mondo cattolico che in tutti gli ambiti della società italiana mostrava voglia di partecipare, di prendere parte alla trasformazione che il Paese stava vivendo; del resto, qualche anno dopo ci sarà il Concilio Vaticano II che aprirà la Chiesa ai poveri, soprattutto quelli del Terzo Mondo. La svolta intrapresa da papa Giovanni XXIII sarà una delle più importanti nella storia della Chiesa, dopo il concilio di Trento, e caratterizzerà la forza e la irreversibilità dei mutamenti in corso. E in Italia nasceranno le Comunità di base, le ACLI diventeranno punto di riferimento di settori significativi del mondo del lavoro, la stessa CISL (nata da una scissione di segno anticomunista dalla CGIL negli anni Cinquanta) si radicalizzerà e diventerà protagonista nel 1969, certo non da sola, dell’”autunno caldo” e delle lotte degli anni Settanta.
I fatti del Luglio ’60, legati soprattutto alle vicende del governo Tambroni, chiudevano definitivamente la stagione del centrismo, cominciata nel ’48 con le elezioni di aprile e l’attentato di luglio a Togliatti, e aprivano quella del centro-sinistra, stagione che fu dischiusa dall’insuccesso della legge elettorale maggioritaria, meglio nota con l’epiteto escogitato da Giancarlo Pajetta di <<legge truffa>>, alle combattutissime elezioni del 7 giugno 1953 per il premio di maggioranza concesso alla coalizione che avesse superato il 50,01 % dei voti e che di fatto misero fine agli anni del centrismo e segnarono il destino del Paese.
La DC comprese che non era più possibile governare come aveva fatto fino ad allora, soprattutto perché il Paese era cambiato: c’era il boom del “miracolo economico”, i tassi di crescita superavano il 5%, i redditi miglioravano, aumentava il numero dei giovani proletari e sempre più si registrava lo scollamento tra la società e il sistema politico. La DC aveva un gruppo dirigente di “sinistra”, eppure giocò la carta Tambroni, il quale, forte dell’appoggio missino, tentò di imporre una svolta a destra che riportasse il Paese al clima degasperiano-scelbiano degli anni Cinquanta. L’impossibilità di questa soluzione avrebbe in pochi mesi spianato la strada all’accordo con i socialisti, i quali già al congresso di Torino nel 1955 avevano dimostrato una certa disponibilità ad una ipotesi così “affascinante”. Non immaginavano i dirigenti democristiani che l’antifascismo aveva assunto un significato essenziale ed era capace di mobilitare il popolo italiano, soprattutto, assieme alle forze del movimento operaio disponibili alla lotta intransigente, i giovani delle “magliette a strisce”, della “nuova resistenza”, che attribuivano all’antifascismo un carattere di antagonismo politico e sociale. La risposta di massa, nell’immediato, “sorprese” anche il PSI e il PCI, che diedero alla crisi sbocchi diversi. Come sappiamo le città maggiormente interessate dai moti furono Genova, Roma, Reggio Emilia, Palermo, Licata e Catania, dove l’8 Luglio fu ucciso Salvatore Novembre un operaio edile diciannovenne di Agira (Enna) iscritto alla FGCI. Colpito alla gola da un proiettile, cadde ferito a morte, ma fu lasciato morire dissanguato, come dimostrò il deputato comunista Franco Pezzino, in piazza come atroce monito per i manifestanti.
La sua morte, e quella degli altri che furono uccisi in quei giorni, salvò la democrazia del nostro Paese e oggi dev’essere ricordata degnamente da tutti noi.
Sì, la Sicilia fu all’avanguardia, assieme alle altre realtà nazionali già citate, proprio perché si coniugavano nel movimento di lotta: antifascismo, difesa della democrazia e richiesta di migliori condizioni di vita e di lavoro, obiettivi unitari capaci di mobilitare le grandi masse popolari. In particolare, si affermò il protagonismo delle nuove generazioni che diventeranno il pilastro del movimento che impetuosamente esploderà, con tutta la sua carica di radicalità, nel ’68.
[1] E. Hobsbawm, Il secolo breve, Rizzoli, Milano, 1995, p.268.