Il lungo braccio di ferro per il passaggio alla gestione privata degli aeroporti di Catania e Comiso ha avuto un primo esito: il cda, con Amministratore delegato il Presidente regionale di Federalberghi Confcommercio, Nico Torrisi, ha dato il via libera al bando di vendita ai privati del 60 per cento delle quote azionarie della Società Aeroporto Catania (e Comiso) .
La scelta della privatizzazione, in questi anni, non ha trovato ostacoli, anzi è stata perorata e condivisa da tutti i soggetti economici, politici e istituzionali accreditati. VIENE consegnata ai privati la società – la SAC – che gestisce un’infrastruttura – l’aeroporto di Catania – diventata una delle più importanti nella trasportistica nazionale ed europea, con potenziali ulteriori proiezioni mondiali sia per volumi di passeggeri, merci e rotte. La stessa, nel corso del tempo ha acquisito un enorme valore aggiunto per via delle ingenti risorse pubbliche di potenziamento realizzate negli ultimi anni. L’avvio del processo di privatizzazione però ha attivato una serie di accuse, dubbi, scontri, proteste. Gli ambienti politici, anche interni al centrodestra, esclusi dal percorso alcune e associazioni di categoria, soprattutto del ragusano, hanno contestato le modalità dei principali soggetti decisori: sotto accusa il Presidente della Regione Sicilia (Forza Italia), Renato Schifani, il commissario della CCIAA del Sud Est (nominato da Schifani), Antonino Belcuore, l’attuale CdA della SAC. La principale accusa è rivolta al commissario regionale della Camera di Commercio del Sud Est, che detiene il 60,64% delle quote SAC, e che avrebbe dovuto limitare la sua gestione all’ordinaria amministrazione. Invece, nel silenzio complice e quasi unanime del mondo che conta (economia, media, politica) sta procedendo alla privatizzazione delle quote pubbliche della società che gestisce l’aeroporto. Ciò ha determinato uno scontro, tutto di potere, all’interno di Confcommercio. Pietro Agen, storico presidente dell’associazione di Catania e storico presidente della Camera di commercio, proprio in merito alla privatizzazione della SAC, accusa l’Ad Torrisi di poca trasparenza. Agen, a margine del suo intervento alla seconda giornata di un meeting di Forza Italia-Ppe a Catania, ha dichiarato: “La linea della Camera di Commercio che ho presieduto è quella che l’aeroporto di Catania diventi un esempio nella storia della vendita, ovvero, che venga venduto in modo trasparente e chiaro, dove non ci siano tangenti, nemmeno l’ipotesi di una tangente. Tutti i cittadini credo vogliano un’operazione che faccia della Sicilia un esempio per l’Italia…Al presidente della Sac Torrisi dico di ricordarsi quello che abbiamo più volte ripetuto io e Galimberti, il mio predecessore: ci sono delle regole a cui chi si muove nel nostro mondo si deve assolutamente adeguare. Queste sono le regole di trasparenza e di correttezza”. Parole pesanti, gravi, che lanciano un messaggio.
Stanno per essere rinnovati gli organi di governo della CCIAA: consiglio camerale e giunta. I nuovi organismi, quasi certamente, nomineranno il nuovo presidente e il nuovo cda della SAC. Saranno altri a gestire la privatizzazione e non Torrisi e compagnia? La pubblicazione del bando ha dato il via ai molti che non si erano pronunciati pubblicamente di esprimere perplessità e richieste per una pausa di riflessione. Per tutti i soggetti che si sono espressi, in ogni caso il problema non è la privatizzazione ma la gestione della stessa. La Confcommercio, invece di pensare esclusivamente a come “gestire” la privatizzazione di una società pubblica e porsi come strumento delle mire speculative interessate alla privatizzazione, non dovrebbe sollecitare le istituzioni a sostenere, con misure concrete, la crisi di tante attività commerciali di prossimità?
E’ chiaro che in tutto questo marasma ci sguazza pure la rappresentanza politica. Vi è uno scontro tutto interno al centrodestra, con gli autonomisti di Lombardo che cercano di strappare quote di potere e pongono condizioni. Il gruppo consiliare degli autonomisti catanesi ha proposto un generico ordine del giorno, approvato nel consiglio comunale di Catania, per “tutelare il territorio e per una maggiore trasparenza all’Assemblea Regionale Siciliana”. L’MPA, un partito da sempre al governo, a Catania alla Regione, colonna portante del sistema clientelare in Sicilia, con sindaci, presidenti, assessori comunali e regionali, chiede trasparenza? Se questa non è una farsa, poco ci manca. In questa vicenda, oltre ai toni comici vi sono anche prospettive sociali e territoriali preoccupanti. La gallina dalle uova d’oro, su cui tutti vogliono fare i galli, è l’aeroporto “Vincenzo Bellini” di Catania, ma la SAC gestisce pure l’aeroporto “Pio La Torre” di Comiso, una struttura in perdita, tenuta ai margini della discussione oppure tirata in ballo alla bisogna. Perché? La risposta sta nella sua storia. L’aeroporto di Comiso è stato fino al 1987 una base missilistica della Nato. Li erano depositati, in appositi hangar, oltre 100 testate nucleari. Lo scalo, militarmente, è ancora valido sia per le infrastrutture che conserva e sia per la sua posizione geografica. E’ sufficiente ricordare il progetto Air-Launch (lancio aereo), figlio di una collaborazione internazionale avviata nel 2021 dalla società ucraino/britannica Orbit Boy e dall’italiana Italspazio. Secondo l’accordo le due società dovrebbero lanciare dall’aeroporto di Comiso un razzo vettore per microsatelliti, che potrebbero essere utilizzati anche per scopi militari. I microsatelliti verrebbero sganciati in volo tramite aerei cargo che decollerebbero proprio dal “Pio La Torre”. Per supportare tali operazioni di lancio spaziale servono determinate basi logistiche a terra. Come e da chi verranno realizzate queste opere? E’ forse un caso che le principali iniziative di sviluppo dello scalo ibleo riguardano un piano da 47 milioni di euro approvato dall’UE, focalizzato sul potenziamento, guarda caso, dell’area cargo e sul suo consolidamento logistico gestito dalla SAC?
Ci troviamo forse di fronte a un’operazione duplice, che consegna a Catania la piena titolarità del trasporto civile su larga scala nella Sicilia Orientale e centrale, mentre si destina a Comiso un futuro incerto con un possibile utilizzo militare, anche per limitare i danni della chiusura. L’ennesima operazione a favore della speculazione privata, mentre sul pubblico si scaricheranno le perdite sociali e il costo, comunque non produttivo, del mantenimento di Comiso a fini di guerra. L’aeroporto di Comiso progressivamente è avviato a essere “messo in sonno” nella trasportistica aerea dei passeggeri, e riconvertito funzionalmente alle scelte del partito del riarmo guidato dalla coalizione von der Leyen, sostenuto dal centrodestra e dal centrosinistra, in primis dal Pd. Il tutto nel silenzio consenziente del sistema politico regionale e nazionale.
Per ultimo, ma primo per importanza, è da denunciare il mancato coinvolgimento, lungo il percorso di preparazione del bando, dei lavoratori e delle lavoratrici, anche attraverso le loro rappresentanze, e delle tante piccole imprese dell’indotto. Attorno allo scalo catanese girano migliaia di lavoratori dipendenti e autonomi. La privatizzazione prevede clausole di salvaguardia per sostenere anche su tempi lunghi e certi gli attuali livelli occupazionali, le professionalità e i diritti acquisiti, oppure queste persone verranno considerate solo come costi o pesi da tagliare? Il futuro datore di lavoro deve essere tenuto ad applicare i trattamenti economici e normativi previsti dai CCNL e dagli accordi aziendali preesistenti, ma di tutto questo ad oggi non vi è né traccia né l’ombra di una discussione, nemmeno da parte delle organizzazioni sindacali di categoria. Si parla di trasparenza, ma se ne deve parlare in modo pieno e totale e non come un grimaldello da usare esclusivamente per le lotte di potere e di gestione.
Una cosa è certa: il sogno di un Sud Est della Sicilia fondato sulla valorizzazione delle ricchezze naturali, culturali, produttive, vagheggiato da almeno un ventennio, viene miseramente immolato sull’altare delle privatizzazioni e della svendita del patrimonio pubblico, oltre che sul versante dell’economia di guerra.
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