di Peppe Puccia, Segretario Federazione Siracusa/Ragusa
In Sicilia e nelle province di Siracusa e Ragusa cresce l’emergenza freddo nelle scuole. Aule gelide, impianti di riscaldamento guasti o mai attivati e temperature che scendono sotto i limiti di legge stanno costringendo migliaia di studenti a seguire le lezioni con cappotti, sciarpe e coperte. Una condizione ormai cronica, che mette in discussione il diritto allo studio e la sicurezza sanitaria.
A Siracusa la situazione ha portato all’occupazione del Liceo “O.M. Corbino”, dove gli studenti hanno denunciato temperature interne intorno ai 13 gradi e impianti fuori uso da anni nelle due sedi dell’istituto. La mobilitazione, approvata a larga maggioranza, richiama con forza l’inerzia degli enti competenti e chiede interventi immediati per garantire un ambiente scolastico dignitoso.
Disagi analoghi emergono anche in altri istituti siracusani, Insolera, Quintiliano, Gagini, Federico II, accomunati da guasti, ritardi tecnici e impianti obsoleti. Il Libero Consorzio ha riconosciuto criticità, vincoli burocratici e mancanza di risorse, annunciando interventi in corso.
Anche nel Ragusano, sebbene con minore visibilità mediatica, la situazione non cambia: edifici scolastici con riscaldamenti non funzionanti, strutture datate e manutenzioni rimandate a tempi indefiniti. Una problematica che riflette un quadro regionale esteso e strutturale.
“Per la scuola non ci sono soldi, ma per la guerra sì”: il paradosso che stiamo vivendo in Sicilia e anche in Italia.
Le mobilitazioni di questi giorni hanno messo in luce non solo le carenze tecniche, ma anche un sentimento diffuso tra studenti, insegnanti e famiglie: l’idea che l’istruzione venga trattata come un settore sacrificabile, mentre per armamenti, missioni militari e strategie belliche le risorse vengono reperite con rapidità.
E’ inaccettabile che si trovino miliardi per sostenere apparati militari, mentre migliaia di ragazzi in Sicilia devono scrivere con le mani gelate, seguire lezioni in aule a 10 – 13 gradi e ammalarsi perché lo Stato non garantisce nemmeno la temperatura minima fissata per legge.
Il messaggio è diretto e semplice: una società che investe più nella guerra che nelle scuole è una società che rinuncia al proprio futuro. La contraddizione è diventata uno dei simboli di questa ondata di protesta: mentre si parla di sicurezza internazionale, gli studenti chiedono sicurezza nelle aule; mentre si finanziano conflitti, loro rivendicano il diritto a un termosifone funzionante.
Un’emergenza che non può più essere normalità e che in Sicilia sembra diventata la prassi. La richiesta è chiara: interventi immediati, soluzioni strutturali, programmazione seria e investimenti reali nel settore dell’istruzione.
Perché nessun diritto allo studio può essere esercitato tremando dal freddo. E perché il Paese deve scegliere cosa vuole davvero proteggere: le sue armi o i suoi studenti.