Le parole straordinariamente nette pronunciate in queste ore dal Segretario Generale dell’ONU, António Guterres, non lasciano alcuno spazio a interpretazioni di comodo o a colpevoli rinvii. Il suo è l’ennesimo drammatico grido d’allarme di fronte a una crisi ambientale e climatica globale che ha ormai ampiamente superato i livelli di guardia, configurandosi come un vero e proprio collasso planetario sotto i colpi di un modello di sviluppo predatore.
Di fronte a questo disastro epocale, le ricette del cosiddetto capitalismo verde, della transizione ecologica di facciata guidata dai mercati e dei crediti di carbonio si rivelano ogni giorno per quello che sono: tragiche illusioni o, peggio, gigantesche operazioni di greenwashing utili solo a garantire nuovi profitti ai soliti noti.
È tempo di dire con assoluta chiarezza che l’unica via di uscita reale e strutturale è l’ecosocialismo.
Dobbiamo ritornare alle radici scientifiche della critica al modello lineare di crescita infinita. Già decenni fa, Nicholas Georgescu-Roegen ci aveva ammonito sulla validità della legge dell’entropia applicata all’economia, dimostrando lo scontro inevitabile tra l’illusione di una produzione illimitata e il limite biofisico e invalicabile della Terra.
Le risorse del nostro pianeta sono finite, e pensare di curare i guasti del capitalismo espandendo ulteriormente la mercificazione della natura è un paradosso logico e materiale.
Ma la questione ecologica non può essere una mera disputa accademica o un approccio puramente conservazionista; essa è, intrinsecamente, una questione sociale. Come ci ha insegnato con il sacrificio della propria vita Chico Mendes, l’ambientalismo senza lotta di classe è solo giardinaggio.
Non esiste transizione possibile se non si mette in discussione la ragione profonda del modello capitalista odierno, unendo le istanze dei lavoratori e delle comunità sfruttate con la difesa militante degli ecosistemi.
Lo scenario italiano odierno, purtroppo, fotografa una totale e spaventosa inadeguatezza della classe politica dinanzi a questa urgenza. Da una parte abbiamo il governo Meloni: una compagine profondamente reazionaria e negazionista climatica nei fatti, strutturalmente nuclearista, che continua cinicamente a sostenere e rilanciare i combustibili fossili, condannando l’Italia alla dipendenza energetica e all’arretratezza ambientale. Una destra che sacrifica i territori sull’altare del profitto e delle grandi opere inutili così ben accette nel campo progressista.
Dall’altra parte, però, lo spettacolo offerto dalle opposizioni parlamentari evidenzia un’incredibile e disarmante pochezza politica. Elly Schlein e il Partito Democratico sono arrivati al punto di proporre un fantomatico “patto per l’energia e il clima” proprio con questo pessimo governo di destra, svelando una subalternità culturale imbarazzante.
Questa è un’opposizione che dichiara, con il PD, di non avere preclusioni ideologiche verso l’energia nucleare, strizzando l’occhio alle lobby dell’atomo. È la stessa forza politica che nelle città sostiene la devastante urbanistica contrattata, privatizza l’acqua pubblica tradendo i referendum popolari e mantiene un silenzio tombale sulla proliferazione incontrollata dei Data Center, veri e propri buchi neri energetici, che prosciugano i territori in nome del capitalismo digitale.
Davanti a questa palude bipartisan, è quanto mai urgente lavorare dal basso alla crescita di un movimento ecosocialista degno di questo nome. Un movimento di rottura, capace di scardinare le compatibilità del sistema liberista e di saldarsi, attraverso modalità e pratiche inedite, con il movimento contro la guerra e il riarmo generalizzato. L’economia di guerra è infatti la massima espressione della distruzione ambientale. Dobbiamo unire la lotta per il clima alla resistenza contro gli esiti sociali negativi del liberismo. Solo unendo la bandiera della giustizia ambientale a quella della giustizia sociale potremo invertire la rotta.